Spese sanitarie all’estero

Se ci si reca in un paese appartenente all’Unione Europea o allo Spazio Economico Europeo oppure in Svizzera, l’assistenza sanitaria è gratuita, altrimenti dipende dagli accordi sottoscritti con l’Italia.

Diverso il discorso in caso di cure programmate, e quindi di assistenza sanitaria fruita per scelta all’estero. In questo caso le spese potrebbero essere pagate direttamente dal sistema sanitario italiano (assistenza diretta) oppure, in taluni casi, potrebbero essere chieste a rimborso (sempre al SSN, in assistenza indiretta) dopo aver fruito delle cure.

Paesi appartenenti alla UE o allo spazio economico europeo e svizzera

Vi rientrano Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Irlanda, Islanda, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Regno Unito, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia, Svizzera e Ungheria.

Il servizio sanitario nazionale garantisce a chi si reca temporaneamente in questi Paesi per motivi turistici, di famiglia, etc. (in generale diversi dai motivi di lavoro) l’assistenza sanitaria gratuita.

Tale assistenza è usufruibile utilizzando la tessera europea di assicurazione malattia (TEAM) che dal Novembre 2004 ha sostituito i modelli E111, E110,E119 ed E128 e ad oggi costituita dal retro della normale tessera sanitaria.

La tessera dura 6 anni e viene rilasciata dalle ASL a tutti gli iscritti al SSN, a tutte le persone in possesso della cittadinanza italiana, o di uno degli Stati UE, SEE e Svizzera che hanno residenza in Italia ed anche alle persone con cittadinanza in uno dei Paesi terzi (extracomunitari) che siano familiari a carico di un cittadino italiano o di uno degli Stati UE, SEE e Svizzera.

All’approssimarsi della scadenza l’agenzia delle entrate provvede ad inviare all’assistito una tessera nuova.

Essa consente di usufruire gratuitamente di cure sanitarie che si rendessero necessarie in modo imprevisto durante il soggiorno temporaneo. Se invece lo scopo del viaggio fosse quello di usufruire di cure particolari o programmate, la tessera non potrebbe essere usata e il costo delle cure sarebbe a totale carico dell’interessato.

Per utilizzarla è sufficiente presentarla presso un medico o una struttura sanitaria pubblica. L’assistenza è diretta e nulla è dovuto, eccetto il pagamento di un eventuale ticket. Fanno eccezione la Svizzera e la Francia dove potrebbe esser chiesto il pagamento della prestazione con possibilità poi di chiederne il rimborso sul posto -all’istituzione competente, a LAMal per la Svizzera o la CPAM per la Francia- oppure alla Asl italiana una volta rientrati dal viaggio (assistenza indiretta).

In nessun caso la tessera copre le eventuali spese per il trasporto del malato in Italia.

In Italia la tessera TEAM è il retro della normale TESSERA SANITARIA emessa dal Novembre 2004. Quando l’intestatario della tessera sanitaria non ha diritto ad utilizzare la TEAM, questa viene resa non valida mediante la stampa di asterischi.

Paesi che hanno sottoscritto accordi convenzionali

Vi rientrano Argentina, Australia, Brasile, Capo Verde, Città del Vaticano, San Marino, Serbia Montenegro, Macedonia, Bosnia-Erzegovina, Principato di Monaco e Tunisia.

Il cittadino italiano che si reca in questi Paesi potrà, a prescindere dal motivo del soggiorno, dover pagarsi le spese sanitarie o usufruire della convenzione esistente, a seconda dei casi, munendosi di un determinato modulo o attestazione da chiedere alla locale Asl. Talvolta, in assenza di convenzione, è possibile fruire dell’assistenza indiretta, ovvero del rimborso delle spese dalla ASL.

Le attuali coperture convenzionate in caso di viaggi turistici sono:

– Argentina: copertura solo per i pensionati (settori pubblico e privato) e i relativi familiari a carico (modello I/RA1)

– Australia: copertura per tutti i cittadini italiani per massimo di 6 mesi e solo per le cure urgenti (attestazione di iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale rilasciata dalla Asl);

– Brasile: copertura solo per lavoratori e pensionati -del settore privato- e rispettivi familiari a carico, esclusi i liberi professionisti (modello I/B2);

– Capo Verde: copertura solo per lavoratori italiani e capoverdini, settore pubblico e privato, esclusi i liberi professionisti (modello 111). Attenzione però, la convenzione non risulta regolarmente applicata, quindi è opportuno munirsi di assicurazione privata;

– Città del Vaticano: nessuna tutela in caso di viaggi turistici, neanche per gli iscritti al SSN;

– Ex Jugoslavia (Serbia Montenegro, Macedonia, Bosnia-Erzegovina): copertura per lavoratori e pensionati -del settore privato- e rispettivi familiari (modello 7/OBR);

– Principato di Monaco: copertura solo per lavoratori e pensionati di tutti i settori e rispettivi familiari a carico, esclusi i liberi professionisti (modello I/MC8);

– San Marino: copertura per tutti gli iscritti al SSN, cioè a tutti i residenti a prescindere dalla loro cittadinanza (modello I/SMAR8);

– Tunisia: copertura solo per lavoratori tunisini occupati in Italia -senza cittadinanza italiana- e familiari a carico (modello ITN/11).

E’ bene informarsi prima di partire presso la Asl di residenza sulla copertura sanitaria esistente e sull’effettiva applicazione delle convenzioni, poiché si tratta di situazioni che variano frequentemente. Nel caso è bene sottoscrivere un’assicurazione privata.

A scopo informativo può anche essere utile visionare questa la guida interattiva “Se parto per…” del Ministero della Salute.

Paesi che non hanno sottoscritto accordi

In tutti i Paesi che non rientrano tra quelli delle due categorie suddette il turista paga direttamente le spese mediche e ospedaliere.

E’ utile, in questi casi, munirsi di una appropriata polizza assicurativa privata.

Se il viaggio avviene per motivi diversi dallo studio o dal lavoro (turismo, svago, motivi familiari) non vi è inoltre assistenza indiretta, ovvero non è possibile ottenere il rimborso -in Italia- delle spese sanitarie sostenute.

E’ bene informarsi prima di partire presso la Asl di residenza sulla copertura sanitaria eventualmente esistente, perchè si tratta di situazioni che variano frequentemente.

A questo scopo può anche essere utile visionare questa la guida interattiva “Se parto per…” del Ministero della Salute

In caso di cure programmate: nuove norme europee

Per le cure programmate fruite all’estero vigono diverse normative europee che consentono, a seconda del caso, o la copertura diretta da parte del SSN (assistenza diretta) o il rimborso delle spese sostenute richiedibile alla ASL una volta fruito della cura (assistenza indiretta).

Il quadro normativo e’ cambiato recentemente, affiancando al Regolamento CE 883/2004 la Direttiva 2011/24/UE recepita dal D.lgs.38/2014.

Assistenza sanitaria in ambito europeo

Prestazioni sanitarie coinvolte

Sono coinvolte tutte le prestazioni sanitarie prestate da professionisti sanitari al fine di “valutare, mantenere o ristabilire lo Stato di salute dei pazienti, compresa la prescrizione, la somministrazione e la fornitura dei medicinali e dei dispositivi medici.”

Per paziente si intende qualsiasi persona fisica che fruisce o chiede di fruire assistenza sanitaria in uno Stato membro dell’UE. Il prestatore di assistenza sanitaria è qualsiasi “persona fisica o giuridica che presta legalmente assistenza sanitaria nel territorio di uno Stato membro dell’UE”.

In ogni Stato dell’UE l’assistenza sanitaria viene resa, ovviamente, nel rispetto delle norme locali (nazionali) oltre che di quelle europee.

I prezzi dell’assistenza resa a cittadini stranieri devono però essere analoghi a quelli praticati ai propri cittadini.

I prestatori di assistenza sanitaria devono fornire informazioni affinché i pazienti possano compiere scelte consapevoli sulle opzioni terapeutiche, sulle prestazioni sanitarie e sui costi, fornendo anche fatturazioni chiare e trasparenti.

Sono escluse:

– prestazioni di servizi assistenziali di lunga durata (assistenza quotidiana);

– pratiche di assegnazione e accesso agli organi ai fini dei trapianti d’organo;

– programmi pubblici di vaccinazione contro le malattie contagiose.

Come fare

Per le cure urgenti (se si è già all’estero)

Nulla di invariato rispetto al passato per le cure urgenti, non disciplinate dalla Direttiva oggetto di questa scheda ma che riportiamo per completezza di informazione.

In questo caso l’assistenza sanitaria è fruibile rivolgendosi ad un prestatore sanitario pubblico (ospedale, ambulatorio, etc.) ed esibendo la tessera sanitaria denominata Team -tessera europea di assicurazione malattia- rilasciata in Italia dal 2004 (il retro della classica tessera sanitaria).

A fronte della prestazione va pagato l’eventuale compenso stabilito dal Paese straniero (il nostro ticket), a meno che non si sia esenti (per esempio i pensionati che rientrano nei criteri fissati dal regolamento CE n. 883/2004).

Per le cure programmate

Specificatamente disciplinate dalla Direttiva 24/2011 e dal D.lgs.38/2014 e rientranti nella cosiddetta “assistenza indiretta”, sono le prestazioni sanitarie -analisi, diagnosi, cure specializzate, operazioni- che il paziente può scegliere di fare all’estero, in strutture pubbliche oppure private (quindi da professionisti o in cliniche private), a patto che siano riconosciute dal sistema sanitario italiano (SSN).

Per alcune prestazioni sanitarie occorre l’autorizzazione preventiva rilasciata dalla ASL di residenza.

Presso le stesse ASL è possibile chiedere se essa è necessaria, inoltrando un modulo al quale dev’essere data risposta entro 10 giorni.

Se la risposta è affermativa il modulo diventa automaticamente “richiesta di autorizzazione preventiva”.

I costi della prestazione vengono sempre anticipati dal paziente; se è stata ottenuta l’autorizzazione preventiva, è poi possibile ottenerne anche il rimborso, totale o parziale (a seconda dei casi).

A seconda della legislazione regionale, potrebbe essere ottenibile anche il rimborso del viaggio e dell’accompagnamento.

La fonte di informazioni è la ASL di residenza, dove presentare la richiesta di autorizzazione preventiva (vedi prossima sezione).

Per le cure di assistenza diretta (già disciplinate dal Regolamento CE 883/2004) fruibili solo presso strutture pubbliche o private convenzionate quando i tempi di attesa nel proprio Paese sono inadeguati rispetto alle esigenze terapeutiche, il pagamento avviene invece in modo diretto da parte del sistema sanitario italiano (SSN).

Occorre comunque l’autorizzazione preventiva da parte della ASL (Modello E112) e dovranno essere pagati, nel caso, eventuali ticket sanitari e le spese di viaggio.

Come già accennato nelle premesse, sono le ASL che devono informare il paziente su quale percorso (assistenza diretta o indiretta) debba essere intrapreso e se la cura rientra in ambedue consigliare quello più vantaggioso per il paziente.

Controlli successivi

Il cittadino che abbia ricevute cure all’estero per le quali siano necessari controlli medici successivi può ottenerli in Italia o nello Stato estero.

In quest’ultimo caso però deve munirsi di un ulteriore specifica autorizzazione preventiva da parte della ASL.

Autorizzazione preventiva

Per fruire di cure programmate all’estero, e soprattutto per essere rimborsati delle relative spese, occorre un’autorizzazione preventiva della ASL territorialmente competente.

Quando serve

In termini generali l’autorizzazione serve per le cure programmate, cioè prescritte anticipatamente o eseguite secondo una determinata terapia. Più nello specifico, la legge prevede che l’autorizzazione preventiva serva quando la cura:

– comporti il ricovero del paziente per almeno una notte, oppure

– richieda l’utilizzo di infrastrutture o apparecchiature mediche altamente specializzate e costose (comprese quelle della diagnostica strumentale), oppure

– comporti un rischio particolare per il paziente o la popolazione, oppure

– è resa da un prestatore che potrebbe suscitare gravi e specifiche preoccupazioni riguardo la qualità e sicurezza dell’assistenza.

Va precisato che l’autorizzazione preventiva non impedisce al paziente di fruire delle cure all’estero ma preclude la possibilità di ottenere il rimborso delle relative spese.

La procedura fissata dalla legge prevede che sia la ASL a dare al paziente informazioni circa la necessità dell’autorizzazione. Si presenta una domanda ed entro 10 giorni la ASL comunica l’esito.

Se positivo -ovvero se l’autorizzazione serve- la domanda già presentata diventa richiesta di autorizzazione.

Come si ottiene

La domanda per la richiesta di autorizzazione preventiva va presentata alla ASL di residenza su un apposito modulo fornito dalla ASL stessa, corredato di certificazione medica.

L’esito -provvedimento di concessione o diniego- dovrà essere comunicato entro 30 giorni (15 giorni in casi di particolare urgenza motivati nella domanda).

Nel provvedimento di concessione la ASL indica il costo della prestazione ammesso al rimborso. Per regola viene rimborsato il costo della prestazione come se fosse stata fruita in Italia, fino a eventuale copertura della spesa effettivamente sostenuta.

In caso di diniego, che deve sempre essere motivato, il paziente si può opporre attraverso le normali sede amministrativa e giurisdizionale oppure può proporre istanza direttamente al direttore della ASL entro 15 giorni dal ricevimento; quest’ultimo deve esprimersi entro ulteriori 15 giorni.

In caso di diniego dovuto al fatto che la prestazione può essere resa in Italia entro un termine giustificabile, l’ASL deve indicare il prestatore di assistenza sanitaria in grado di erogare la prestazione stessa.

In alcuni casi la ASL potrà, prima di decidere se dare o meno l’autorizzazione, dover fare delle proprie valutazioni cliniche.

Quando puo’ essere negata e quando no

L’autorizzazione può essere negata in alcuni casi, ovvero quando, sulla base di una valutazione clinica, la cura transfrontaliera risulti rischiosa per la sicurezza del paziente o quella pubblica, oppure quanto il prestatore estero è sospetto (suscita gravi e specifiche preoccupazioni in termini qualitativi secondo determinati standard).

Il rifiuto può legittimamente arrivare anche quando l’assistenza sanitaria in questione può essere ottenuta in Italia entro un termine giustificabile, tenuto conto dello Stato di salute del paziente e del probabile decorso della malattia.

Per contro, non può essere rifiutata quando l’assistenza sanitaria NON può essere prestata in Italia entro un termine di tempo giustificabile dal punto di vista clinico, valutato sulla base di vari elementi (parere medico, Stato di salute del paziente, anamnesi e probabile decorso della malattia, intensità del dolore, natura della disabilità).

Un prossimo decreto del Ministero della salute dovrà specificare meglio le prestazioni sanitarie sottoposte ad autorizzazione preventiva. Fino a quel momento valgono le regole generali suddette.

Anche le Regioni possono, localmente, prevedere che l’autorizzazione valga per determinate ulteriori prestazioni.

Rimborso delle spese

Come regola generale al paziente italiano che si cura all’estero vengono rimborsate le prestazioni sanitarie comprese nei “livelli essenziali di assistenza” (art.1 d.lgs.502/1992) con esclusione quindi di alcuni tipi di prestazione come gli interventi di chirurgia estetica o, in parte, le cure dentistiche; le Regioni sono libere di prevedere rimborsi più ampi, anche per prestazioni di livello ulteriore.

La fonte di informazione è la ASL locale. Per ottenere il rimborso è infatti necessario ottenere prima di tutto l’autorizzazione preventiva della ASL a farsi curare all’estero (vedi sopra). Nella stessa autorizzazione, come già visto, la ASL indica l’importo del costo rimborsabile.

Entro 60 giorni dall’erogazione della prestazione il paziente presenta una domanda di rimborso alla ASL allegando l’originale della certificazione medica e la fattura originale emessa dal prestatore di assistenza fruito.

La ASL dovrà poi corrispondere il rimborso entro 60 giorni dal ricevimento di tale richiesta.

I moduli per chiedere l’autorizzazione preventiva e il successivo rimborso sono tutti forniti dalle ASL presso i propri sportelli.

Il punto di riferimento nazionale

Ogni Stato designa un “punto di contatto nazionale” (in Italia il Ministero della Salute) che deve coordinare l’assistenza sanitaria nel proprio Paese e la diffusione di informazioni anche ai propri cittadini che vogliono curarsi all’estero.

Il Ministero della Salute, attraverso i suoi sportelli e il suo sito, è il punto centrale di informazione sia per i cittadini italiani che vogliono curarsi all’estero sia per quelli stranieri che vogliono curarsi in Italia.

Danni e contestazioni

Il paziente straniero che subisca danni a causa di assistenza sanitaria ricevuta in Italia potrà ovviamente agire giudizialmente in Italia secondo quanto prevedono le leggi italiane.

Per contro i pazienti italiani che subiscono danni a causa di assistenza sanitaria fruita all’estero dovranno agire nel Paese estero dove si sono curati; non potranno in nessun caso imputare il danno al sistema sanitario italiano (SSN), anche se le prestazioni sono state preventivamente autorizzate da una ASL.

Sul sito del Ministero della salute si trovano informazioni sui diritti dei pazienti, sulle procedure di denuncia e sui meccanismi di tutela.

Ricette mediche

Come regola generale le prescrizioni mediche rilasciate in un Paese UE, e redatte in conformità alla Direttiva 24/2011, diventano utilizzabili in tutti gli altri paesi UE.

Anche in Italia si possono acquistare farmaci (di cui sia autorizzato il commercio) prescritti in altro Stato con unica eccezione di quelli soggetti a prescrizione speciale (medicine contenenti sostanze stupefacenti o psicotrope, vedi D.lgs.219/2006). Rimangono valide le regole riguardo alla sostituibilità del medicinale prescritto con quelli generici o di altro tipo e la possibilità per il farmacista di rifiutarsi di dispensare il farmaco per ragioni etiche.

Per contro, le ricette rilasciate in Italia e redatte secondo le disposizioni del D.lgs.38/2014 possono consentire l’acquisto di farmaci anche all’estero, con successivo rimborso delle spese.

Per il rimborso delle spese le regole sono quelle valide per le prestazioni fruite all’estero: domanda alla ASL di residenza entro 60 giorni dall’utilizzo della ricetta allegando la prestazione medica e la fattura o ricevuta di pagamento, a cui segue rimborso entro ulteriori 60 giorni.

Cartelle cliniche

I pazienti che fruiscono di assistenza sanitaria all’estero devono sempre poter aver accesso (anche remoto) alla propria cartella clinica. Ci si deve rifare alle modalità di consultazione previste dalla normativa dello Stato estero.

Carta famiglia

Si tratta di una carta acquisti destinata a famiglie residenti in Italia con almeno tre figli minorenni ed un ISEE non superiore a 30.000 euro

Richiesta e rilascio

La richiesta va presentata al Comune di residenza che poi provvederà al rilascio della Carta.

Può presentarla uno dei genitori che diventa titolare della carta, oppure l’affidatario in caso di minori in affidamento. Va presentata certificazione ISEE.

La carta si presenta come una tessera acquisti con validità biennale, incedibile.

Beni e servizi acquistabili

I benefici fruibili vengono decisi dai soggetti pubblici (Comuni, Regioni, Ministero del lavoro, anche tramite convenzioni) e privati che volontariamente decidono di aderire all’iniziativa.

Possono essere a seconda del caso sconti, condizioni particolari di acquisto, riduzioni tariffarie, etc.

I soggetti che aderiscono all’iniziativa possono evidenziare la loro partecipazione esibendo un bollino, associato al logo della carta, con le diciture “Amico della famiglia” nel caso vengano concessi sconti/riduzioni/agevolazioni pari o superiori al 5% oppure “Sostenitore della famiglia” nel caso sconti/riduzioni/agevolazioni siano pari o superiori al 20%.

Per quanto riguarda i beni vi rientrano: prodotti alimentari e bevande analcoliche, prodotti per la pulizia della casa, prodotti per l’igiene personale, articoli di cartoleria e di cancelleria, libri e sussidi didattici, medicinali, prodotti farmaceutici e sanitari, strumenti e apparecchiature sanitarie, abbigliamento e calzature.

Per quanto riguarda i servizi: fornitura di acqua, energia elettrica, gas e altri combustibili per il riscaldamento, raccolta e smaltimento rifiuti solidi urbani, servizi di trasporto, servizi ricreativi e culturali, musei, spettacoli e manifestazioni sportive, palestre e centri sportivi, servizi turistici, alberghi e altri servizi di alloggio, impianti turistici e del tempo libero, servizi di ristorazione, servizi socioeducativi e di sostegno alla genitorialità, istruzione e formazione professionale.

Sul sito del Ministero del lavoro sarà ospitata un’apposita sezione informativa sulla modalità di emissione della Carta, sulle agevolazioni a cui dà diritto e sui soggetti aderenti.

Malattia, 180 giorni calcolati in base all’anno civile

Domanda

Se un dipendente di una cooperativa sociale ha iniziato il periodo di malattia nel 2017 e la malattia si è protratta nel 2018, i 180 giorni indennizzabili a carico dell’azienda decorrono dall’inizio della malattia o a partire dal 1° gennaio 2018?

Risposta

Se la malattia insorge nel corso di un anno solare e si protrae, senza interruzione, nell’anno solare successivo, le giornate di malattia devono essere attribuite, ai fini del computo del periodo massimo indennizzabile (pari a 180 giorni), ai rispettivi anni solari.

Sebbene per anno solare si possa intendere un periodo di 365 giorni, decorrente da qualsiasi giorno del calendario, nel nostro caso l’anno si riferisce a quello civile che inizia il 1° gennaio e finisce il 31 dicembre, come indirettamente confermato dalla circolare Inps 144/1988.

Ferie e periodo di comporto

Domanda

Un dipendente, una volta esaurito il periodo di comporto, può chiedere le ferie? Alla luce della sentenza dell Cassazione 8372/2018, il datore di lavoro è obbligato ad approvare le ferie chieste?

Risposta

La sentenza 8372/2018 è l’ultima di una serie di decisioni della Cassazione nelle quali, in presenza della richiesta di conversione della malattia in ferie per evitare la risoluzione del rapporto di lavoro, i giudici hanno ribadito che il lavoratore non ha un diritto automatico alla conversione, ma il diritto di avanzare la richiesta. Il datore di lavoro ha per contro l’obbligo di prendere in debita considerazione il fondamentale interesse del richiedente a evitare la perdita del posto di lavoro a seguito della scadenza del periodo di comporto (con l’onere, in caso di mancato accoglimento della richiesta, di dimostrarne i motivi).

Tra i motivi che la Cassazione non elenca possiamo considerare le imprescindibili esigenze organizzative e produttive che potrebbero essere compromesse dalla condizione di assenza permanente del lavoratore

Privacy – Luoghi di lavoro, videocamere previo accordo sindacale

Domanda

Vorrei sapere se, in ragione delle regole sulla privacy nei luoghi di lavoro, è corretto installare delle telecamere fuori dai locali dei bagni pubblici.

Risposta

In base alla normativa sulla privacy, in particolare il provvedimento generale del Garante in materia di videosorveglianza dell’aprile 2010 e lo Statuto dei lavoratori (legge 300/1970), gli impianti di videosorveglianza che potrebbero portare a un controllo a distanza del lavoratore possono essere utilizzati:

– esclusivamente per il perseguimento di esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e la tutela del patrimonio aziendale;

– nel rispetto delle prescrizioni a tutela della privacy dei dipendenti (ma anche di tutti gli altri interessati, come potrebbe avvenire, ad esempio, in locali aperti al pubblico);

– a condizione che venga esperita la procedura di accordo sindacale o di autorizzazione dell’Ispettorato del lavoro (nazionale o locale, a seconda dei casi).

Per valutare l’installazione di un impianto di videosorveglianza sul luogo di lavoro, quindi, andrà preventivamente valutata la concreta possibilità di controllo a distanza del dipendente (in base a una verifica sulle inquadrature, sull’accessibilità da remoto alle immagini “live” o registrate, eccetera).

Laddove esista la possibilità di controllo, si valuterà la sussistenza delle tre condizioni sopraelencate, tenendo presente che la procedura di accordo (o l’iter autorizzativo dell’Ispettorato) va sempre attivata e conclusa prima dell’entrata in funzione dell’impianto di videosorveglianza.

Retribuzione: modalità di pagamento dal 1° luglio 2018

Dal 1° luglio 2018 i datori di lavoro o committenti corrispondono ai lavoratori la retribuzione, o anticipi di essa, con strumenti determinati, escluso il contante.

La nuova disciplina mira a evitare che alcuni datori di lavoro, sotto il ricatto del licenziamento o della non assunzione, corrispondano ai lavoratori una retribuzione inferiore ai minimi fissati dalla contrattazione collettiva, pur facendo firmare al lavoratore, molto spesso, una busta paga dalla quale risulta una retribuzione regolare.

La prassi rappresenterebbe un grave danno per i lavoratori che sarebbero depauperati di parte del lavoro prestato, nonché del loro diritto a una giusta retribuzione, in violazione degli articoli 1 , 35 e 36 della Costituzione.

Dal 1° luglio 2018, pertanto, la disciplina:

  1. a) richiede il necessario intervento di un intermediario (banca e ufficio postale) per la corresponsione della retribuzione, in modo da garantire la tracciabilità delle erogazioni;
  2. b) richiede che la retribuzione sia corrisposta ai lavoratori interessati con uno dei quattro mezzi sotto riportati
  3. c) vieta la corresponsione della retribuzione a mezzo denaro contante.

Gli strumenti di pagamento previsti, pertanto, sono i seguenti:

1) bonifico sul conto identificato dal codice IBAN indicato dal lavoratore – Questa modalità di pagamento renderà necessaria l’apertura di un conto bancario da parte del lavoratore (se sprovvisto), con le relative spese di gestione.

Si ritiene ammissibile anche l’addebito diretto che è un ordine dato dal creditore di trasferire una somma di denaro sul proprio conto, addebitando quello del debitore (il quale è pertanto tenuto ad aprire un conto bancario). Tale modalità presuppone pagamenti di tipo ripetitivo e con scadenza predeterminata (utilizzabile forse per le collaborazioni). Il debitore/datore/committente autorizza preventivamente l’addebito sul proprio conto firmando un contratto presso l’impresa fornitrice o la propria banca;

2) strumenti di pagamento elettronico – Sono incluse carte di credito (che presuppongono il possesso di un POS da parte del lavoratore), paypal, carte prepagate ricaricabili;

3) pagamento in contanti presso lo sportello bancario o postale dove il datore di lavoro abbia aperto un conto corrente di tesoreria con mandato di pagamento – Tale ipotesi di pagamento appare singolare dal momento che, solitamente, il pagamento attraverso mandato a valere su un conto corrente di tesoreria è riservato agli Enti pubblici e in ogni caso richiede la stipula di un’apposita convenzione tra banca e datore del tutto impensabile per i piccoli e medi datori di lavoro;

4) emissione di un assegno consegnato direttamente al lavoratore o, in caso di suo comprovato impedimento, a un suo delegato – L’assegno può essere bancario, circolare o postale. Dovrebbe essere ammesso anche il vaglia cambiario (assegno circolare emesso dalla banca d’Italia).

L’incasso in contanti di un assegno (anche se circolare) da parte di un non correntista, ovvero soggetto non conosciuto presso l’istituto bancario, può essere molto difficoltoso (le condizioni variano in funzione delle diverse prassi adottate dagli istituti).

L’impedimento s’intende comprovato quando il delegato a ricevere il pagamento è il coniuge, il convivente o un familiare, in linea retta o collaterale, del lavoratore, purché di età non inferiore a sedici anni.

Oltre ai maggiori costi a carico dei lavoratori (apertura di conto bancario, commissioni, interessi ecc.), in taluni casi si verificheranno problematiche non di poco conto in caso di retribuzioni molto limitate nell’importo (contratti a termine di brevissima durata, o per freelance).

 

Nella tabella che segue vengono sintetizzate le tipologie di rapporti di lavoro alle quali si applica la nuova disciplina qui descritta.

 

Tipologia Assoggettabilità alla nuova disciplina
Rapporti di lavoro subordinato   indipendentemente dalle modalità di svolgimento della prestazione e dalla durata del rapporto Sì: rapporti a tempo indeterminato, tempo determinato, apprendistato, lavoro intermittente, lavoro part time, lavoro a domicilio, telelavoro/smart working ecc.
Rapporti stabiliti dal socio con la propria cooperativa “in forma subordinata o autonoma o in qualsiasi altra forma, ivi compresi i rapporti di collaborazione coordinata non occasionale
Rapporti di collaborazione coordinata e continuativa
Borse di studio e tirocini No, perché non costituiscono un rapporto di lavoro
Prestazioni occasionali attraverso il cd. “Libretto di Famiglia” No, perché sono già tracciabili
Prestazioni occasionali attraverso il Contratto di prestazione occasionale (Cpo) No, perché sono già tracciabili
Prestazioni occasionali No (v. Inl, nota 22 maggio 2018, n.4538)
Rapporti di lavoro nella pubblica amministrazione No, per espressa previsione della norma
Rapporti di lavoro domestico che rientrano nell’ambito di applicazione dei Ccnl per gli addetti a servizi familiari e domestici No, per espressa previsione della norma

 

Traduzione e legalizzazione dei documenti stranieri, apostille e accordi internazionali

I documenti formatisi all’estero possono esser utilizzati nel nostro territorio solo nel caso in cui abbiano superato i passaggi obbligati per la loro validazione.

Non tutti i documenti hanno lo stesso trattamento, però.

A seconda del Paese di provenienza o della tipologia di atto, sarà sottoposto ad una diversa modalità di validazione.

La traduzione

Se il documento formatosi all’estero è in lingua straniera, ai fini della sua validità, deve esser “legalmente” tradotto.

Ciò significa che le traduzioni devono recare la dichiarazione di conformità all’originale tradotto, ossia recare il timbro “per traduzione conforme”.

Tale dichiarazione può esser apposta direttamente dai traduttori ufficiali (la cui firma sarà poi legalizzata dall’ufficio consolare) nei soli paesi in cui esiste la figura giuridica di traduttore.

Nei paesi nei quali tale figura non è prevista dall’ordinamento locale, la certificazione di conformità sarà invece apposta dall’ufficio consolare.

Un’eccezione all’obbligo di traduzione è previsto nel caso di utilizzo della modulistica plurilingue nell’ambito della Convenzione di Vienna del 8 Settembre 1976, ratificata dall’Italia con legge 21 dicembre 1978, n. 870, per il rilascio di estratti destinati a provare la data e il luogo di nascita, il matrimonio e la morte.

La legalizzazione

Ogni documento straniero che si vuol far valere sul nostro territorio, (salve le eccezioni che riguardano i Paesi firmatari di specifici accordi internazionali), deve essere, oltre che tradotto nei modi di cui sopra, legalizzato.

La legalizzazione è quel procedimento che attesta che il documento straniero si è formato secondo le legali procedure del luogo di provenienza, rilasciato dalle competenti autorità locali e nel rispetto della relativa legislazione.

La legalizzazione consiste nell’apposizione di un timbro, sull’originale dell’atto da legalizzare, che attesta ufficialmente la qualifica legale del pubblico ufficiale che ha firmato l’atto e l’autenticità della sua firma.?

Nella legalizzazione viene indicato il nome e il cognome del firmatario dell’atto, la cui firma va legalizzata.

Il pubblico ufficiale legalizzante deve indicare la data e il luogo della legalizzazione, il proprio nome e cognome, la qualifica rivestita e apporre la propria firma per esteso e il timbro dell’ufficio.

Se il documento da legalizzare è straniero la legalizzazione compete alle autorità consolari italiane. Viceversa, se un documento formatosi in Italia è destinato a dispiegare gli effetti anche all’estero, la legalizzazione viene apposta dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale nella cui circoscrizione ha sede il notaio che riceve o autentica l’atto.

La apostille

Per snellire le procedure di legalizzazione, che comportano spese e tempi di burocrazia, in certi casi assai gravosi, alcuni Stati, tra cui l’Italia, hanno sottoscritto una Convenzione internazionale, all’Aja del 5 ottobre 1961 (ratificata dall’Italia nel 1966) che prevede la sostituzione della legalizzazione in favore di una procedura, detta di apposizione della apostille (postilla), meno complessa e più veloce. Essa consiste nell’apposizione di una formula (tassativamente indicata nella Convenzione) da parte di una Autorità straniera scelta dal Paese contraente e indicata nella Convenzione stessa. In altre parole, non è previsto l’intervento dell’autorità consolare che si trova nel paese di provenienza del documento. Documenti che viene validato direttamente dalla stessa autorità straniera, nei termini e modi previsti dall’accordo dell’Aja citato.

Detta procedura ha gli stessi scopi e la medesima funzione della legalizzazione. Concerne tutti gli atti pubblici e si applica, ovviamente, solo nei rapporti fra gli stati firmatari.

La Convenzione di Vienna dell’8 settembre 1976 (ratificata dall’Italia nel 1978)

Questo ulteriore accordo internazionale (firmato però da un numero esiguo di Stati) elimina del tutto le procedure di traduzione e legalizzazione. Effettua cioè l’estremo atto di reciproca fiducia fra Stati aderenti. Ciò purché siano predisposti sulla base della modulistica plurilingue prevista e allegata alla Convenzione. Gli atti così formatisi nell’ambito dei Paesi in questione, nascono già validi, almeno nei confronti degli Stati firmatari stessi.

 

La legalizzazione all’interno dell’Unione Europea

Al momento non esiste una normativa comunitaria generale dell’Unione che esenti dalla legalizzazione e traduzione dei documenti formatisi nei paesi membri. Esistono solo dei Regolamenti di applicazione settoriale che riguardano singole materie specifiche.

Adozione da parte di cittadini italiani residenti all’estero

La procedura di adozione da parte di cittadini italiani residenti all’estero è soggetta alla normativa italiana o alla normativa dello Stato estero, a seconda che ricorrano o meno determinate condizioni.

Per sapere quale normativa deve essere applicata (quella dello Stato di residenza o quella italiana), bisogna fare le seguenti distinzioni:

  1. Coppia italiana residente all’estero da meno di due anni
  2. Coppia italiana residente all’estero da oltre due anni
  3. Coppia mista (italiano + straniero) residente all’estero

Coppia italiana residente all’estero da meno di due anni

Se gli adottanti sono entrambi cittadini italiani e risiedono in uno Stato estero da meno di due anni, si applica necessariamente la normativa italiana, in base a quanto stabilito dagli articoli 29 bis, comma 2, della Legge n. 184/83 e 38, comma 1, della Legge n. 218/95.

Gli adottanti, pertanto, devono rivolgersi al Tribunale per i minorenni italiano del luogo di ultima residenza in Italia o, in mancanza, al Tribunale per i minorenni di Roma, presentando la dichiarazione di disponibilità all’adozione e chiedendo di essere dichiarati idonei all’adozione.

La procedura sarà, quindi, quella ordinaria, disciplinata dagli articoli 29 e seguenti della Legge n. 184/83, che si applica nel caso di cittadini italiani residenti in Italia che vogliano adottare un minore straniero.

Chi può chiedere l’adozione internazionale

I requisiti per l’adozione internazionale sono gli stessi previsti per l’adozione nazionale di cui all’articolo 6 della legge 184/83.

Precisamente:

– i richiedenti devono essere uniti in matrimonio da almeno tre anni, considerato anche il periodo di convivenza prematrimoniale;

– non deve sussistere separazione personale neppure di fatto;

– devono essere idonei ad educare, istruire ed in grado di mantenere i minori che intendano adottare;

– la differenza minima tra adottante e adottato è di 18 anni;

– la differenza massima tra adottanti ed adottato è di 45 anni per uno dei coniugi, di 55 per l’altro. Tale limite può essere derogato se i coniugi adottano due o più fratelli, ed ancora se hanno un figlio minorenne naturale o adottivo.

La procedura

Decreto di idoneità

Prima di tutto gli aspiranti genitori adottivi devono presentare una dichiarazione di disponibilità al Tribunale per i minorenni competente per territorio e chiedere che lo stesso dichiari la loro idoneità all’adozione.

Il Tribunale per i minorenni competente per territorio è:

se risiedono in Italia, quello del distretto in cui hanno la residenza;

se risiedono all’estero, quello di ultima residenza in Italia o, in mancanza, il Tribunale per i minorenni di Roma.

Il Tribunale per i minorenni accerta, anche tramite i servizi sociali, l’idoneità dei richiedenti ed emette appunto un “decreto di idoneità”.

Incarico agli enti autorizzati

Ottenuto il decreto di idoneità, gli aspiranti genitori adottivi, devono conferire incarico ad un ente autorizzato dalla Commissione per le adozioni internazionali affinchè proceda agli adempimenti necessari per l’adozione.

L’incarico deve essere conferito entro un anno dalla comunicazione del decreto di idoneità.

L’ente autorizzato organizza, tra l’altro, gli incontri tra la coppia ed il bambino.

Se gli incontri si concludono con un parere positivo anche da parte delle autorità del paese straniero, l’ente trasmette gli atti e le relazioni sull’abbinamento adottando-adottanti alla Commissione per le adozioni internazionali in Italia, attestando la sussistenza dei requisiti previsti dalla Convenzione de L’Aja all’articolo 4.

Una volta ricevuta dall’ente autorizzato la documentazione sull’incontro avvenuto all’estero e sul consenso a questo prestato dai coniugi, la Commissione per le adozioni internazionali autorizza l’ingresso e la permanenza del minore adottato in Italia, dopo aver certificato che l’adozione sia conforme alle disposizione della Convenzione de L’Aja.

Perfezionamento dell’adozione

A seguito dell’autorizzazione all’ingresso da parte della Commissione per le adozioni internazionali, il bambino entra in Italia con visto di ingresso a scopo di adozione.

Trascorrerà insieme alla coppia un anno in regime di “affidamento preadottivo”.

Al termine il Tribunale per i minorenni pronuncia l’adozione e ordina la trascrizione del provvedimento nei registri dello stato civile. Competente a questa trascrizione è il Tribunale per i minorenni del luogo di residenza dei genitori nel momento del loro ingresso in Italia con il minore (anche se diverso da quello che ha pronunciato prima il decreto di idoneità).

Con la trascrizione il minore diventa definitivamente un cittadino italiano.

Coppia italiana residente all’estero da oltre due anni

Nel caso di cittadini italiani che risiedono stabilmente in uno Stato estero da oltre due anni, l’articolo 36, comma 4, della Legge n. 184/83 prevede una deroga al principio secondo cui si dovrebbe applicare il diritto nazionale degli adottanti.

In tale ipotesi, gli adottanti possono scegliere se seguire la procedura stabilita dalla normativa italiana (sopra indicata), oppure la normativa del Paese in cui risiedono.

Se scelgono quest’ultima soluzione, il provvedimento di adozione pronunciato dallo Stato estero non sarà automaticamente efficace in Italia, ma dovrà essere riconosciuto dal Tribunale per i minorenni italiano, su istanza degli adottanti.

Il requisito della residenza

Come si dimostra la residenza all’estero per almento due anni?

La residenza all’estero può essere dimostrata alternativamente:

– dal certificato di iscrizione all’AIRE;

– in mancanZa di iscrizione all’AIRE, da ogni altra documentazione che possa dimostrare il domicilio effettivo all’estero (ad esempio: certificazione rilasciata dall’autorità consolare italiana nel Paese estero, contratto di lavoro all’estero, atto di proprietà o locazione della casa di abitazione all’estero, bollette relative alle utenze e quant’altro possa dimostrare l’effettività della residenza all’estero).

Pertanto, i cittadini italiani possono avvalersi della procedura prevista dall’articolo 36, comma 4, anche se non sono iscritti all’AIRE.

La norma in questione, infatti, richiede non tanto la residenza formale all’estero (e quindi l’iscrizione all’AIRE) quanto piuttosto il domicilio effettivo nel Paese straniero.

Si segnala, d’altra parte, che la sola iscrizione all’AIRE potrebbe essere non sufficiente a dimostrare il requisito in questione. Il Tribunale per i minorenni, infatti, potrebbe richiedere ulteriori documenti comprovanti la residenza effettiva.

Come si chiede il riconoscimento in Italia

Il provvedimento di adozione pronunciato dall’Autorità estera non è sufficiente per far acquistare al minore la cittadinanza italiana e per l’ingresso dello stesso in Italia (il Consolato italiano, infatti, non rilascerà al minore il visto di ingresso solo sulla base del provvedimento straniero di adozione, salvo che per motivi familiari, cure mediche, turismo o studio).

Per l’acquisto della cittadinanza italiana e per l’ingresso in Italia è necessario che il provvedimento straniero sia riconosciuto efficace in Italia.

Il riconoscimento deve essere chiesto al Tribunale per i minorenni italiano, competente per territorio.

In particolare è competente:

– il Tribunale per i minorenni del luogo di ultima residenza in Italia;

– in mancanza di residenza in Italia, il Tribunale per i minorenni di Roma.

Gli adottanti devono quindi rivolgere una specifica istanza al Tribunale per i minorenni competente, corredata dei documenti comprovanti la residenza all’estero da almeno due anni, secondo i criteri sopra indicati.

Devono produrre, ovviamente, la copia autentica del provvedimento straniero di adozione nonchè il nuovo atto di nascita dell’adottato rilasciato successivamente all’adozione. Questi documenti devono essere prodotti in copia autentica, tradotti e legalizzati (o apostillati) presso l’autorità consolare italiana.

Il Tribunale per i minorenni controlla che il provvedimento straniero sia conforme ai principi della Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993.

Se è conforme, riconosce il provvedimento straniero ad ogni effetto in Italia e ne ordina la trascrizione nei registri dello stato civile.

Trascrizione e acquisto della cittadinanza italiana

Come sopra detto, il Tribunale per i minorenni, dopo aver riconosciuto il provvedimento straniero, ordina la trascrizione nei registri dello stato civile.

Solo a seguito della trascrizione, il minore adottato acquista la cittadinanza italiana e potrà fare ingresso in Italia.

Coppia mista (italiano + straniero) residente all’estero

È pure frequente l’ipotesi della “coppia mista”, formata da un cittadino italiano ed uno straniero residenti all’estero.

In questo caso, quale normativa si applica? Quella dello Stato estero o quella italiana?

Deve farsi riferimento all’articolo 38 della Legge n. 218/95, secondo cui, in mancanza di un diritto nazionale comune agli adottanti, si applica:

– il diritto dello Stato nel quale gli adottanti sono entrambi residenti;

– in alternativa, il diritto dello Stato nel quale la loro vita matrimoniale è prevalentemente localizzata, al momento dell’adozione;

– il diritto italiano quando è richiesta al giudice italiano l’adozione di un minore, idonea ad attribuirgli lo stato di figlio legittimo.

Si precisa che, nei casi in cui la coppia mista risieda all’estero da oltre due anni, sarà possibile chiedere il riconoscimento in Italia del provvedimento di adozione straniero, secondo la procedura semplificata di cui all’articolo 36, comma 4, Legge n. 184/83.