Traduzione e legalizzazione dei documenti stranieri, apostille e accordi internazionali

I documenti formatisi all’estero possono esser utilizzati nel nostro territorio solo nel caso in cui abbiano superato i passaggi obbligati per la loro validazione.

Non tutti i documenti hanno lo stesso trattamento, però.

A seconda del Paese di provenienza o della tipologia di atto, sarà sottoposto ad una diversa modalità di validazione.

La traduzione

Se il documento formatosi all’estero è in lingua straniera, ai fini della sua validità, deve esser “legalmente” tradotto.

Ciò significa che le traduzioni devono recare la dichiarazione di conformità all’originale tradotto, ossia recare il timbro “per traduzione conforme”.

Tale dichiarazione può esser apposta direttamente dai traduttori ufficiali (la cui firma sarà poi legalizzata dall’ufficio consolare) nei soli paesi in cui esiste la figura giuridica di traduttore.

Nei paesi nei quali tale figura non è prevista dall’ordinamento locale, la certificazione di conformità sarà invece apposta dall’ufficio consolare.

Un’eccezione all’obbligo di traduzione è previsto nel caso di utilizzo della modulistica plurilingue nell’ambito della Convenzione di Vienna del 8 Settembre 1976, ratificata dall’Italia con legge 21 dicembre 1978, n. 870, per il rilascio di estratti destinati a provare la data e il luogo di nascita, il matrimonio e la morte.

La legalizzazione

Ogni documento straniero che si vuol far valere sul nostro territorio, (salve le eccezioni che riguardano i Paesi firmatari di specifici accordi internazionali), deve essere, oltre che tradotto nei modi di cui sopra, legalizzato.

La legalizzazione è quel procedimento che attesta che il documento straniero si è formato secondo le legali procedure del luogo di provenienza, rilasciato dalle competenti autorità locali e nel rispetto della relativa legislazione.

La legalizzazione consiste nell’apposizione di un timbro, sull’originale dell’atto da legalizzare, che attesta ufficialmente la qualifica legale del pubblico ufficiale che ha firmato l’atto e l’autenticità della sua firma.?

Nella legalizzazione viene indicato il nome e il cognome del firmatario dell’atto, la cui firma va legalizzata.

Il pubblico ufficiale legalizzante deve indicare la data e il luogo della legalizzazione, il proprio nome e cognome, la qualifica rivestita e apporre la propria firma per esteso e il timbro dell’ufficio.

Se il documento da legalizzare è straniero la legalizzazione compete alle autorità consolari italiane. Viceversa, se un documento formatosi in Italia è destinato a dispiegare gli effetti anche all’estero, la legalizzazione viene apposta dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale nella cui circoscrizione ha sede il notaio che riceve o autentica l’atto.

La apostille

Per snellire le procedure di legalizzazione, che comportano spese e tempi di burocrazia, in certi casi assai gravosi, alcuni Stati, tra cui l’Italia, hanno sottoscritto una Convenzione internazionale, all’Aja del 5 ottobre 1961 (ratificata dall’Italia nel 1966) che prevede la sostituzione della legalizzazione in favore di una procedura, detta di apposizione della apostille (postilla), meno complessa e più veloce. Essa consiste nell’apposizione di una formula (tassativamente indicata nella Convenzione) da parte di una Autorità straniera scelta dal Paese contraente e indicata nella Convenzione stessa. In altre parole, non è previsto l’intervento dell’autorità consolare che si trova nel paese di provenienza del documento. Documenti che viene validato direttamente dalla stessa autorità straniera, nei termini e modi previsti dall’accordo dell’Aja citato.

Detta procedura ha gli stessi scopi e la medesima funzione della legalizzazione. Concerne tutti gli atti pubblici e si applica, ovviamente, solo nei rapporti fra gli stati firmatari.

La Convenzione di Vienna dell’8 settembre 1976 (ratificata dall’Italia nel 1978)

Questo ulteriore accordo internazionale (firmato però da un numero esiguo di Stati) elimina del tutto le procedure di traduzione e legalizzazione. Effettua cioè l’estremo atto di reciproca fiducia fra Stati aderenti. Ciò purché siano predisposti sulla base della modulistica plurilingue prevista e allegata alla Convenzione. Gli atti così formatisi nell’ambito dei Paesi in questione, nascono già validi, almeno nei confronti degli Stati firmatari stessi.

 

La legalizzazione all’interno dell’Unione Europea

Al momento non esiste una normativa comunitaria generale dell’Unione che esenti dalla legalizzazione e traduzione dei documenti formatisi nei paesi membri. Esistono solo dei Regolamenti di applicazione settoriale che riguardano singole materie specifiche.

Adozione da parte di cittadini italiani residenti all’estero

La procedura di adozione da parte di cittadini italiani residenti all’estero è soggetta alla normativa italiana o alla normativa dello Stato estero, a seconda che ricorrano o meno determinate condizioni.

Per sapere quale normativa deve essere applicata (quella dello Stato di residenza o quella italiana), bisogna fare le seguenti distinzioni:

  1. Coppia italiana residente all’estero da meno di due anni
  2. Coppia italiana residente all’estero da oltre due anni
  3. Coppia mista (italiano + straniero) residente all’estero

Coppia italiana residente all’estero da meno di due anni

Se gli adottanti sono entrambi cittadini italiani e risiedono in uno Stato estero da meno di due anni, si applica necessariamente la normativa italiana, in base a quanto stabilito dagli articoli 29 bis, comma 2, della Legge n. 184/83 e 38, comma 1, della Legge n. 218/95.

Gli adottanti, pertanto, devono rivolgersi al Tribunale per i minorenni italiano del luogo di ultima residenza in Italia o, in mancanza, al Tribunale per i minorenni di Roma, presentando la dichiarazione di disponibilità all’adozione e chiedendo di essere dichiarati idonei all’adozione.

La procedura sarà, quindi, quella ordinaria, disciplinata dagli articoli 29 e seguenti della Legge n. 184/83, che si applica nel caso di cittadini italiani residenti in Italia che vogliano adottare un minore straniero.

Chi può chiedere l’adozione internazionale

I requisiti per l’adozione internazionale sono gli stessi previsti per l’adozione nazionale di cui all’articolo 6 della legge 184/83.

Precisamente:

– i richiedenti devono essere uniti in matrimonio da almeno tre anni, considerato anche il periodo di convivenza prematrimoniale;

– non deve sussistere separazione personale neppure di fatto;

– devono essere idonei ad educare, istruire ed in grado di mantenere i minori che intendano adottare;

– la differenza minima tra adottante e adottato è di 18 anni;

– la differenza massima tra adottanti ed adottato è di 45 anni per uno dei coniugi, di 55 per l’altro. Tale limite può essere derogato se i coniugi adottano due o più fratelli, ed ancora se hanno un figlio minorenne naturale o adottivo.

La procedura

Decreto di idoneità

Prima di tutto gli aspiranti genitori adottivi devono presentare una dichiarazione di disponibilità al Tribunale per i minorenni competente per territorio e chiedere che lo stesso dichiari la loro idoneità all’adozione.

Il Tribunale per i minorenni competente per territorio è:

se risiedono in Italia, quello del distretto in cui hanno la residenza;

se risiedono all’estero, quello di ultima residenza in Italia o, in mancanza, il Tribunale per i minorenni di Roma.

Il Tribunale per i minorenni accerta, anche tramite i servizi sociali, l’idoneità dei richiedenti ed emette appunto un “decreto di idoneità”.

Incarico agli enti autorizzati

Ottenuto il decreto di idoneità, gli aspiranti genitori adottivi, devono conferire incarico ad un ente autorizzato dalla Commissione per le adozioni internazionali affinchè proceda agli adempimenti necessari per l’adozione.

L’incarico deve essere conferito entro un anno dalla comunicazione del decreto di idoneità.

L’ente autorizzato organizza, tra l’altro, gli incontri tra la coppia ed il bambino.

Se gli incontri si concludono con un parere positivo anche da parte delle autorità del paese straniero, l’ente trasmette gli atti e le relazioni sull’abbinamento adottando-adottanti alla Commissione per le adozioni internazionali in Italia, attestando la sussistenza dei requisiti previsti dalla Convenzione de L’Aja all’articolo 4.

Una volta ricevuta dall’ente autorizzato la documentazione sull’incontro avvenuto all’estero e sul consenso a questo prestato dai coniugi, la Commissione per le adozioni internazionali autorizza l’ingresso e la permanenza del minore adottato in Italia, dopo aver certificato che l’adozione sia conforme alle disposizione della Convenzione de L’Aja.

Perfezionamento dell’adozione

A seguito dell’autorizzazione all’ingresso da parte della Commissione per le adozioni internazionali, il bambino entra in Italia con visto di ingresso a scopo di adozione.

Trascorrerà insieme alla coppia un anno in regime di “affidamento preadottivo”.

Al termine il Tribunale per i minorenni pronuncia l’adozione e ordina la trascrizione del provvedimento nei registri dello stato civile. Competente a questa trascrizione è il Tribunale per i minorenni del luogo di residenza dei genitori nel momento del loro ingresso in Italia con il minore (anche se diverso da quello che ha pronunciato prima il decreto di idoneità).

Con la trascrizione il minore diventa definitivamente un cittadino italiano.

Coppia italiana residente all’estero da oltre due anni

Nel caso di cittadini italiani che risiedono stabilmente in uno Stato estero da oltre due anni, l’articolo 36, comma 4, della Legge n. 184/83 prevede una deroga al principio secondo cui si dovrebbe applicare il diritto nazionale degli adottanti.

In tale ipotesi, gli adottanti possono scegliere se seguire la procedura stabilita dalla normativa italiana (sopra indicata), oppure la normativa del Paese in cui risiedono.

Se scelgono quest’ultima soluzione, il provvedimento di adozione pronunciato dallo Stato estero non sarà automaticamente efficace in Italia, ma dovrà essere riconosciuto dal Tribunale per i minorenni italiano, su istanza degli adottanti.

Il requisito della residenza

Come si dimostra la residenza all’estero per almento due anni?

La residenza all’estero può essere dimostrata alternativamente:

– dal certificato di iscrizione all’AIRE;

– in mancanZa di iscrizione all’AIRE, da ogni altra documentazione che possa dimostrare il domicilio effettivo all’estero (ad esempio: certificazione rilasciata dall’autorità consolare italiana nel Paese estero, contratto di lavoro all’estero, atto di proprietà o locazione della casa di abitazione all’estero, bollette relative alle utenze e quant’altro possa dimostrare l’effettività della residenza all’estero).

Pertanto, i cittadini italiani possono avvalersi della procedura prevista dall’articolo 36, comma 4, anche se non sono iscritti all’AIRE.

La norma in questione, infatti, richiede non tanto la residenza formale all’estero (e quindi l’iscrizione all’AIRE) quanto piuttosto il domicilio effettivo nel Paese straniero.

Si segnala, d’altra parte, che la sola iscrizione all’AIRE potrebbe essere non sufficiente a dimostrare il requisito in questione. Il Tribunale per i minorenni, infatti, potrebbe richiedere ulteriori documenti comprovanti la residenza effettiva.

Come si chiede il riconoscimento in Italia

Il provvedimento di adozione pronunciato dall’Autorità estera non è sufficiente per far acquistare al minore la cittadinanza italiana e per l’ingresso dello stesso in Italia (il Consolato italiano, infatti, non rilascerà al minore il visto di ingresso solo sulla base del provvedimento straniero di adozione, salvo che per motivi familiari, cure mediche, turismo o studio).

Per l’acquisto della cittadinanza italiana e per l’ingresso in Italia è necessario che il provvedimento straniero sia riconosciuto efficace in Italia.

Il riconoscimento deve essere chiesto al Tribunale per i minorenni italiano, competente per territorio.

In particolare è competente:

– il Tribunale per i minorenni del luogo di ultima residenza in Italia;

– in mancanza di residenza in Italia, il Tribunale per i minorenni di Roma.

Gli adottanti devono quindi rivolgere una specifica istanza al Tribunale per i minorenni competente, corredata dei documenti comprovanti la residenza all’estero da almeno due anni, secondo i criteri sopra indicati.

Devono produrre, ovviamente, la copia autentica del provvedimento straniero di adozione nonchè il nuovo atto di nascita dell’adottato rilasciato successivamente all’adozione. Questi documenti devono essere prodotti in copia autentica, tradotti e legalizzati (o apostillati) presso l’autorità consolare italiana.

Il Tribunale per i minorenni controlla che il provvedimento straniero sia conforme ai principi della Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993.

Se è conforme, riconosce il provvedimento straniero ad ogni effetto in Italia e ne ordina la trascrizione nei registri dello stato civile.

Trascrizione e acquisto della cittadinanza italiana

Come sopra detto, il Tribunale per i minorenni, dopo aver riconosciuto il provvedimento straniero, ordina la trascrizione nei registri dello stato civile.

Solo a seguito della trascrizione, il minore adottato acquista la cittadinanza italiana e potrà fare ingresso in Italia.

Coppia mista (italiano + straniero) residente all’estero

È pure frequente l’ipotesi della “coppia mista”, formata da un cittadino italiano ed uno straniero residenti all’estero.

In questo caso, quale normativa si applica? Quella dello Stato estero o quella italiana?

Deve farsi riferimento all’articolo 38 della Legge n. 218/95, secondo cui, in mancanza di un diritto nazionale comune agli adottanti, si applica:

– il diritto dello Stato nel quale gli adottanti sono entrambi residenti;

– in alternativa, il diritto dello Stato nel quale la loro vita matrimoniale è prevalentemente localizzata, al momento dell’adozione;

– il diritto italiano quando è richiesta al giudice italiano l’adozione di un minore, idonea ad attribuirgli lo stato di figlio legittimo.

Si precisa che, nei casi in cui la coppia mista risieda all’estero da oltre due anni, sarà possibile chiedere il riconoscimento in Italia del provvedimento di adozione straniero, secondo la procedura semplificata di cui all’articolo 36, comma 4, Legge n. 184/83.

 

Comunione dei beni

Secondo la legge attualmente in vigore (L.19/05/75 n. 151) in caso di matrimonio il regime patrimoniale “naturale” della coppia e’ la comunione. Se i coniugi -dopo il matrimonio- desiderino un regime patrimoniale diverso (ossia di separazione) potranno provvedervi con atto pubblico davanti ad un notaio.

E’ possibile scegliere il regime di separazione anche in sede di celebrazione del matrimonio, comunicandolo per i matrimoni civili all’Ufficiale di Stato Civile e per quelli religiosi al Ministro del Culto.

Se le convenzioni matrimoniali vengono modificate dopo la celebrazione, il relativo atto pubblico verra’ inviato dal notaio rogante all’Ufficio dello Stato Civile del Comune dove e’ stato celebrato il matrimonio.

La convenzione verra’ annotata in margine all’atto.

Costituiscono oggetto della comunione :

-gli acquisti compiuti in corso di matrimonio, sia che siano stati fatti da entrambi i coniugi che da uno solo. Restano esclusi gli acquisti di beni personali;

-i frutti dei beni propri dei due coniugi, che siano stati percepiti nel corso del matrimonio e non siano gia’ stati consumati al momento di scioglimento della comunione;

-i proventi delle attivita’ -separate e non- dei due coniugi, se non siano state consumate al momento dello scioglimento;

-le aziende, costituite dopo il matrimonio, che siano gestite da entrambi. Nel caso in cui queste aziende siano di proprieta’ -anteriore al matrimonio -di uno solo dei due coniugi, in comunione cadono solamente gli utili e gli incrementi verificatisi in corso di matrimonio. Percio’, i beni destinati all’esercizio dell’impresa di uno dei due coniugi (nonche’ gli incrementi dell’azienda stessa) si considerano oggetto di comunione solo nel caso in cui siano ancora sussistenti al momento di un eventuale scioglimento.

Beni personali

Non costituiscono comunione i beni personali, che possono cosi’ sintetizzarsi:

-quelli di qualsiasi natura od entita’ di cui fosse proprietario antecedentemente al matrimonio uno dei due coniugi, nonche’ quei beni su cui lo stesso fosse titolare di un diritto di godimento a qualsiasi titolo;

-quelli che -pur in corso di matrimonio- vengano acquisiti da uno dei due coniugi per effetto di donazione o successione, salvo il caso in cui -nell’atto di contratto o di donazione- si voglia attribuire specificamente il bene alla comunione;

-quelli di uso strettamente personale, nonche’ i loro accessori;

-quelli destinati all’esercizio della comunione del coniuge, salvi i casi in cui l’azienda in cui vengono utilizzati sia in comunione dei beni,

-quelli ottenuti a titolo di risarcimento per danni subiti dal soggetto, nonche’ le pensioni attribuite in seguito alla perdita totale o parziale di capacita’ lavorativa;

-gli immobili, nonche’ navi, aerei ed automobili che necessitino di iscrizione in pubblici registri, se acquistati da un singolo coniuge, si presumono di sua esclusiva proprieta’, anche se effettuati dopo il matrimonio, nel caso in cui l’esclusione di quel bene dalla comunione risulti dall’atto di acquisto.

Amministrazione beni in comunione

L’amministrazione e la rappresentanza in giudizio per gli atti relativi, in caso di comunione dei beni sono attribuiti disgiuntamente ad entrambi i coniugi.

Congiunti sono invece gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, nonche’ la stipula di contratti relativi all’acquisto o alla vendita di diritti personali di godimento comuni. Sempre congiunta deve essere la relativa tutela giudiziaria.

Nel caso in cui uno dei due coniugi rifiuti di prestare il consenso al compimento di un atto di straordinaria amministrazione (o per altri atti che richiedano il consenso di entrambi) e’ necessario rivolgersi al giudice per ottenere -nel caso in cui questa stipula e’ giudicata necessaria nell’interesse della famiglia o dell’azienda comune- l’autorizzazione al compimento disgiunto.

Nel caso di impedimento alla gestione comune -per allontanamento o per altra ragione grave- il coniuge rimanente puo’ richiedere al giudice l’autorizzazione a compiere (con le cautele eventualmente stabilite) anche atti normalmente riservati alla gestione congiunta.

Questa autorizzazione non e’ necessaria se il coniuge abbia procura dell’altro, sancita da atto pubblico o da scrittura privata autenticata.

Nel caso in cui i coniugi siano co-proprietari di un’azienda, e’ possibile delegare ad uno solo tutti gli atti necessari all’attivita’ imprenditoriale.

Un caso particolare e’ quando uno dei due coniugi sia minore, o impossibilitato ad amministrare, o abbia dimostrato di non essere in grado di gestire il patrimonio familiare.

In tale caso, l’altro coniuge puo’ chiedere che questi venga escluso dall’amministrazione. Il coniuge escluso, in questo caso, se venissero a cadere i motivi della decisione del giudice, puo’ chiedere la reintegrazione al giudice stesso.

Nel caso di interdizione di uno dei coniugi, l’esclusione opera di diritto e permane sino a che dura l’interdizione.

Sono annullabili quegli atti che -pur necessitando dell’accordo di entrambi- fossero indebitamente compiuti disgiuntamente da un solo coniuge -salvo che l’altro decida di convalidarli. L’annullamento puo’ essere richiesto dal coniuge il cui consenso era necessario, entro un anno dal momento in cui ha saputo dell’esistenza di tale atto.

Non puo’ comunque essere superato l’anno rispetto alla trascrizione, che -se non c’e’ stata e nel frattempo la comunione viene sciolta senza che l’altro coniuge sia venuto al corrente della sua esistenza- il termine di prescrizione di un anno decorre dallo scioglimento.

Riguardo a beni mobili non sottoposti a trascrizione, il coniuge che vi abbia compiuto atti senza il consenso dell’altro, ha l’obbligo -dietro semplice richiesta dell’altro coniuge- di ricostituire la comunione o -nel caso in cui cio’ sia impossibile- di pagare l’equivalente in denaro, ai valori correnti dell’epoca.

Obblighi gravanti sui beni sottoposti a comunione

I beni sottoposti a comunione rispondono di tutti quegli oneri e quei pesi di cui erano gia’ gravati all’acquisto, nonche’ dei carichi dell’amministrazione gestionale, delle spese di mantenimento della famiglia e per l’istruzione dei figli, oltre che a garanzia di ogni obbligazione contratta dai coniugi anche singolarmente, se palesemente nell’interesse della famiglia.

I beni sono inoltre portatori di garanzie a tutela di ogni obbligazione che sia stata contratta congiuntamente.

Non possono trovare garanzia sui beni comuni le obbligazioni contratte separatamente prima del matrimonio, ne’ quelle su cui gravassero donazioni o successioni a favore di uno solo dei coniugi, anche se ricevute durante il matrimonio.

Per quest’ultimo caso esistono eccezioni: i creditori personali di uno dei due coniugi possono ottenere il rimborso -fino al valore corrispondente alla quota di debito cui il coniuge e’ obbligato personalmente- per quelle obbligazioni da lui legittimamente contratte per atti di straordinaria amministrazione nella gestione comune.

Lo stesso vale se un creditore particolare di un coniuge (relativamente ad un’obbligazione antecedente al matrimonio) non trovi altri beni su cui soddisfarsi (solamente fino alla quota di debito cui il coniuge e’ effettivamente obbligato) e comunque dopo che sono stati soddisfatti eventuali creditori della comunione, che, se non trovano soddisfazione rivalendosi sui beni comuni, potranno sussidiariamente rivalersi sui beni personali di ogni singolo coniuge, nella misura di meta’ del credito totale della comunione.

Scioglimento della comunione

I casi di scioglimento della comunione sono i seguenti:

-dichiarazione di assenza o di morte presunta di uno dei due coniugi;

-annullamento, scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio;

-separazione personale;

-separazione giudiziale dei beni;

-mutamento convenzionale del regime patrimoniale;

-fallimento di uno dei due coniugi.

Nel caso di azienda di proprieta’ familiare, lo scioglimento della comunione puo’ essere deciso, tramite atto pubblico, in accordo coi coniugi.

Rimborsi al patrimonio comune.

Somme eventualmente sottratte al patrimonio comune per fini diversi dalle loro obbligazioni naturali, devono venire reintegrate dal sottraente. Se questo patrimonio e’ stato scalfito per il rimborso della conclusione disgiunta di atti di straordinaria amministrazione, il coniuge che li ha effettuati deve rimborsarli, a meno che non dimostri che fossero vantaggiosi per la comunione -o che fossero indispensabili alle necessita’ di famiglia.

Tali rimborsi e sostituzioni devono avvenire nel momento in cui la comunione viene disciolta. In caso di preponderante interesse familiare, il giudice puo’ autorizzare il reintegro anche in data antecedente.

Il coniuge creditore puo’ chiedere di prelevare beni dal patrimonio comune attribuendoli al proprio, fino a concorrenza del proprio credito. In caso di dissenso occorre ricorrere al giudice. L’ordine da rispettare per questi prelievi e’ il seguente: denaro, mobili e immobili.

Separazione giudiziale

Ecco i casi in cui la separazione dei beni puo’ essere richiesta in giudizio:

-interdizione od inabilitazione di uno dei coniugi;

-palese cattiva amministrazione del patrimonio da parte di uno od entrambi i coniugi;

-timore che la situazione degli affari di uno dei due coniugi metta a rischio i beni della comunione;

-dimostrazione che la condotta nella gestione -da parte di uno dei due soggetti- rischi di compromettere il patrimonio o la famiglia;

-la mancata contribuzione al patrimonio familiare ed ai bisogni della stessa famiglia -da parte di un coniuge- in misura dei suoi guadagni o delle sue sostanze.

La separazione viene chiesta dal coniuge interessato o, in sua vece, dal suo legale.

La sentenza e’ retroattiva e decorre dal momento in cui la domanda e’ stata proposta.

Da questo momento vigera’ la separazione dei beni (salvi i diritti dei terzi di buona fede). La sentenza viene annotata in margine agli atti di matrimonio e di stipula delle convenzioni matrimoniali.

In tutti i casi in cui si effettua una separazione dei beni, la divisione si fa ripartendo in parti uguali l’attivo ed il passivo. Per le necessita’ dei figli -in base all’affidamento degli stessi- il giudice puo’ disporre che uno dei due coniugi usufruisca dei beni assegnati all’altro.

Sui “beni mobili” i coniugi hanno diritto di prelevare per primi quelli pre-esistenti alla comunione, o che hanno ricevuto in dono o eredita’ nel corso della stessa comunione.

In mancanza di prova contraria, questi beni vengono considerati facenti parte della comunione; se non sono piu’ disponibili, gli originari proprietari possono ottenerne rimborso in valore (salvo che gli stessi beni siano stati consumati -o siano andati distrutti) senza che sia attribuibile all’altro coniuge alcuna responsabilita’.

Tutti questi prelievi -in sede di divisione e a pregiudizio di terzi con titoli creditori- non possono esserci se non sia dimostrabile -con atto avente data certa- la proprieta’ individuale.

E’ fatto salvo a coniugi e loro eredi il diritto di regresso sui beni spettanti all’altro coniuge -nonche’ su tutti i suoi beni.

Silenzio della Pubblica Amministrazione

Vediamo quali siano gli obblighi dell’amministrazione, cosa è possibile fare nel caso in cui, nonostante le intimazioni formali, persista l’illegittimo comportamento dell’ufficio, quali siano i rimedi giudiziali al problema.

Il silenzio della P.A.

Esistono tre tipologie di “silenzio” della P.A. Una prima categoria poco diffusa, il cosiddetto silenzio assenso che si ha quando, secondo una previsione normativa espressa, l’amministrazione, non rispondendo entro i tempi previsti ad una istanza del cittadino, la accetta ed il provvedimento si conclude (un esempio è il rilascio del nulla osta al ricongiungimento familiare richiesto allo Sportello Unico per l’Immigrazione dai cittadini extracomunitari).

Una seconda categoria è quella del silenzio rigetto, che si ha quando, sempre grazie ad una espressa norma di legge, l’amministrazione, non pronunciandosi nei termini su un’istanza di un cittadino, definitivamente la rifiuta. La terza categoria, la più ampia, è quella del cosiddetto silenzio inadempimento, ossia quello più comune, secondo cui l’amministrazione non intende ne’ accettare ne’ rifiutare la domanda, ma è semplicemente inadempiente.

La normativa sul procedimento amministrativo.

Di recente è stata riformata la normativa che regola in generale il procedimento amministrativo e in tale sede si è riformulato l’art. 2 della legge 241 del 1990 che merita riportare per esteso perché disciplina compiutamente e sinteticamente la materia dei tempi e termini entro i quali l’amministrazione si deve pronunciare per iscritto.

Art. 2.

Ove il procedimento consegua obbligatoriamente ad una istanza, ovvero debba essere iniziato d’ufficio, la pubblica amministrazione ha il dovere di concluderlo mediante l’adozione di un provvedimento espresso.

Con uno o più regolamenti adottati ai sensi dell’articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Ministro competente, di concerto con il Ministro per la funzione pubblica, sono stabiliti i termini entro i quali i procedimenti di competenza delle amministrazioni statali devono concludersi, ove non siano direttamente previsti per legge.

Gli enti pubblici nazionali stabiliscono, secondo i propri ordinamenti, i termini entro i quali devono concludersi i procedimenti di propria competenza. I termini sono modulati tenendo conto della loro sostenibilità, sotto il profilo dell’organizzazione amministrativa, e della natura degli interessi pubblici tutelati e decorrono dall’inizio di ufficio del procedimento o dal ricevimento della domanda, se il procedimento è ad iniziativa di parte.

Qualora non si provveda ai sensi del comma 2, il termine è di novanta giorni.

  1. Nei casi in cui leggi o regolamenti prevedono per l’adozione di un provvedimento l’acquisizione di valutazioni tecniche di organi o enti appositi, i termini di cui ai commi 2 e 3 sono sospesi fino all’acquisizione delle valutazioni tecniche per un periodo massimo comunque non superiore a novanta giorni. I termini di cui ai commi 2 e 3 possono essere altresì sospesi, per una sola volta, per l’acquisizione di informazioni o certificazioni relative a fatti, stati o qualità non attestati in documenti già in possesso dell’amministrazione stessa o non direttamente acquisibili presso altre pubbliche amministrazioni. Si applicano le disposizioni dell’articolo 14, comma 2.

Salvi i casi di silenzio assenso, decorsi i termini di cui ai commi 2 o 3, il ricorso avverso il silenzio dell’amministrazione, ai sensi dell’articolo 21-bis della legge 6 dicembre 1971, n. 1034, può  essere proposto anche senza necessità di diffida all’amministrazione inadempiente, fintanto che perdura l’inadempimento e comunque non oltre un anno dalla scadenza dei termini di cui ai predetti commi 2 o 3. Il giudice amministrativo può conoscere della fondatezza dell’istanza. E’ fatta salva la riproponibilità  dell’istanza di avvio del procedimento ove ne ricorrano i presupposti.

(1) Articolo modificato dall’articolo 2, comma 1, lett. b), e dall’articolo 21, comma 1, della legge 11 febbraio 2005, n. 15 e, successivamente, sostituito dall’articolo 3, comma 6-bis, del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni , dalla legge 14 maggio 2005, n. 80.

L’amministrazione non ha, invece, l’obbligo di pronunciarsi per iscritto in presenza di provvedimenti divenuti inoppugnabili, oppure nei casi di istanze volte alla revoca di precedenti atti, salvo che siano ancora in decorrenza i termini per l’impugnazione degli stessi.

I rimedi e gli adempimenti stragiudiziali.

Seppur in teoria la nuova normativa ha abolito la diffida formale prevista fino al 2005, occorre tener presente che per il giudizio occorrono prove documentali che attestino gli accadimenti e l’inadempimento.

In primo luogo occorre avere la prova della richiesta originaria effettuata con la data e il timbro di ricezione, in caso non la si possegga e’ importante effettuare una richiesta di accesso agli atti del procedimento amministrativo volta ad avere le carte che comprovano la data del protocollo dell’ufficio.

Una volta trascorsi i termini previsti dalla legge per quel particolare procedimento oppure i 90 giorni previsti dalla l. 241 del 1990 (termine generale entro cui l’ufficio è tenuto a concludere il procedimento) si consiglia comunque di procedere con una intimazione per raccomandata a.r. di messa in mora di sollecito del provvedimento richiesto: clicca qui

L’azione al TAR contro il silenzio inadempimento.

Il comma 5 dell’art. 2 stabilisce le modalità di ricorso al Tar nel caso in cui l’amministrazione non si pronunci, fuori dai casi del silenzio assenso o rigetto normativamente previsti.

Termini per ricorrere

Una volta decorso il termine (specificamente individuato o quello generale dei 90 giorni) previsto per la conclusione scritta del procedimento, -in teoria senza diffida- si può impugnare il silenzio inadempimento dell’amministrazione.

L’impugnazione puo’ esser effettuata durante tutta la durata dell’inadempimento ma comunque non oltre un anno dalla scadenza dei termini suddetti.

Se si intende riproporre una nuova istanza di avvio del procedimento la si può fare ma si rinuncia implicitamente a far valere al Tar il precedente silenzio inadempimento.

Procedura

Il legislatore ha introdotto nel 2000 un procedimento più snello per risolvere il problema dell’inerzia della Pubblica amministrazione, prevedendo all’art. 21 bis della legge n.1034 del 1971 (legge che regola il funzionamento e le procedure dei Tar)

Art. 21-bis.

I ricorsi avverso il silenzio dell’amministrazione sono decisi in camera di consiglio, con sentenza succintamente motivata, entro trenta giorni dalla scadenza del termine per il deposito del ricorso, uditi i difensori delle parti che ne facciano richiesta.

Nel caso che il collegio abbia disposto un’istruttoria, il ricorso è deciso in camera di consiglio entro trenta giorni dalla data fissata per gli adempimenti istruttori.

La decisione è appellabile entro trenta giorni dalla notificazione o, in mancanza, entro novanta giorni dalla comunicazione della pubblicazione.

Nel giudizio d’appello si seguono le stesse regole.

In caso di totale o parziale accoglimento del ricorso di primo grado, il giudice amministrativo ordina all’amministrazione di provvedere di norma entro un termine non superiore a trenta giorni. Qualora l’amministrazione resti inadempiente oltre il detto termine, il giudice amministrativo, su richiesta di parte, nomina un commissario che provveda in luogo della stessa.

  1. All’atto dell’insediamento il commissario, preliminarmente all’emanazione del provvedimento da adottare in via sostitutiva, accerta se anteriormente alla data dell’insediamento medesimo l’amministrazione abbia provveduto, ancorchè in data successiva al termine assegnato dal giudice amministrativo con la decisione prevista dal comma 2.

Secondo tale normativa, dunque, i tempi giudiziali sono scadenzati in modo tale da costringere la pubblica amministrazione a pronunciarsi rapidamente e senza ulteriori ritardi, pena la nomina di un commissario che si sostituisca alla stessa nel compimento dei doveri del proprio ufficio.

Oggetto del giudizio sul silenzio amministrativo

E se il Tar riconosce l’inadempimento dell’amministrazione, cosa può fare? Può solo dichiararlo con sentenza e intimare alla stessa di provvedere, oppure può decidere nel merito dell’istanza originaria stessa?

Secondo la nuova formulazione della norma di cui all’art. 2 comma 5, il giudice amministrativo può conoscere della fondatezza dell’istanza.

Dopo che sul punto si sono alternati in passato difformi orientamenti giurisprudenziali, di recente il Consiglio di Stato ha posto alcuni punti fermi sull’argomento, in seguito alla novella del 2005.

Il Tar si pronuncia sull’istanza (decidendola nel merito) solo in casi particolari, ossia nei casi di attività “vincolata” della P.a. Si tratta di tutti quei casi in cui l’amministrazione decide fuori dalla propria discrezionalità  amministrativa e applica più o meno “meccanicamente” le leggi.

Per esempio, si tratta di un’attività vincolata il rinnovo di un permesso di soggiorno in presenza dei requisiti previsti dalle leggi in materia (contratto di lavoro ecc…), mentre non lo è una procedura di espropriazione per pubblica utilità  (che implica valutazioni complesse e accertamenti preclusi al giudice).

Privacy, le nuove regole in ambito europeo

Il 25 Maggio 2018 entrano in vigore nuove regole europee in ambito privacy, fissate da un Regolamento (2016/679) e non da una Direttiva, e quindi direttamente applicabili senza necessità di recepimento con normative nazionali (di solito decreti legislativi).

Ciò è probabilmente dipeso dalla valutazione del parlamento europeo che fosse meglio evitare ulteriori frammentazioni della normativa, inevitabilmente avvenute in passato rispetto alle precedenti regole europee fissate dalla Direttiva 95/46/CE ora abrogata.

Da precisare comunque che nonostante questo il legislatore italiano ha previsto che vengano emesse normative nazionali di attuazione per adeguare alle nuove disposizioni il Codice della Privacy, il D.lgs.196/2003.

Le nuove regole si applicano alle persone fisiche residenti in Europa e sono vincolanti per tutti i soggetti che trattano i loro dati sia in ambito UE che fuori UE, in quest’ultimo caso specificatamente nei casi di attività di offerta di beni e prestazione di servizi o di monitoraggio di comportamenti.

Titolare, responsabile, registro dei trattamenti

Il Regolamento si rivolge a chiunque (persona fisica, ditta, ente, autorità) che per qualsiasi motivo (vendita, indagini di mercato, scopi medici o statistici, etc.) raccolga e gestisca dati personali di altri soggetti, detti “soggetti interessati”.

A livello tecnico si parla di titolari e responsabili del trattamento di dati.

Titolare è la persona fisica o giuridica (o anche autorità pubblica) che singolarmente o insieme ad altri determina le finalità e i mezzi del trattamento dei dati personali.

Responsabile è la persona fisica o giuridica (o anche autorità pubblica) che tratta i dati personali per conto del titolare.

Il Regolamento europeo prevede la possibilità per due soggetti diversi di condividere la titolarità del trattamento con accordi sulle rispettive responsabilità soprattutto relativamente all’esercizio dei diritti da parte dei soggetti interessati.

Viene precisato comunque che in questo caso i soggetti interessati possono rivolgersi indifferentemente ad uno qualsiasi dei titolari.

Il Regolamento prevede anche che il responsabile del trattamento, con autorizzazione del titolare, ricorra ad un altro responsabile (una sorta di sub-responsabile) per la gestione diretta dei dati. Il rapporto tra titolare e responsabile primario è sempre definito da un contratto e sottoposto alle regole di garanzia previste dal Regolamento.

Un’altra novità è il registro dei trattamenti dove i titolari e i responsabili devono riportare le operazioni di trattamento effettuate specificandone alcuni elementi (categorie di dati e di soggetti interessati, finalità, etc.).

Trattamento – Principi, Consenso

Principi

I dati personali devono essere

– trattati in modo lecito, corretto e trasparente nei confronti dell’interessato;

– raccolti per finalità determinate, esplicite e legittime e trattati in modo compatibile con tali finalità;

– adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali sono trattati (minimizzazione dei dati);

– esatti e, se necessario, aggiornati. Devono essere adottate tutte le misure ragionevoli per cancellare o rettificare tempestivamente i dati inesatti rispetto alle finalità per i quali sono trattati (esattezza);

– conservati in una forma che consenta l’identificazione degli interessati per un arco di tempo non superiore al conseguimento delle finalità per le quali sono trattati. Solo in certi casi (pubblico interesse, ricerca scientifica o storica, fini statistici) i dati possono essere conservati per periodi più lunghi;

– trattati in maniera da garantire un’adeguata sicurezza.

Il trattamento è lecito solo se e nella misura in cui ricorre almeno una delle seguenti condizioni:

– l’interessato ha espresso il consenso al trattamento per una o più specifiche finalità;

– il trattamento è necessario all’esecuzione di un contratto di cui l’interessato è parte o all’esecuzione di misure precontrattuali adottate su richiesta dello stesso;

– il trattamento è necessario per adempiere un obbligo legale al quale è soggetto il titolare del trattamento;

– il trattamento è necessario per la salvaguardia degli interessi vitali dell’interessato o di un’altra persona fisica;

– il trattamento è necessario per l’esecuzione di un compito di interesse pubblico o connesso all’esercizio di pubblici poteri di cui è investito il titolare del trattamento;

– il trattamento è necessario per il perseguimento del legittimo interesse del titolare del trattamento o di terzi, a condizione che non prevalgano gli interessi o i diritti e le libertà fondamentali dell’interessato che richiedono la protezione dei dati personali, in particolare se l’interessato è un minore.

Il trattamento dei dati per finalità diverse da quelle per le quali gli stessi dati sono stati raccolti possono essere utilizzati, senza lo specifico consenso dell’interessato, solo in certi casi e facendo determinate valutazioni soprattutto in base alla compatibilità delle due finalità.

Consenso

Per il consenso all’utilizzo dei dati non è prettamente necessaria una forma scritta, tuttavia questa rimane la modalità idonea considerando che il titolare del trattamento (ditta, ente o altro) ha il dovere di dimostrare che il consenso è stato ottenuto.

Esso in ogni caso deve essere richiesto in modo specifico e distinguibile rispetto ad eventuali consensi già dati per altre materie/questioni (per esempio all’interno di una modulistica).

La richiesta di consenso deve essere inoltre comprensibile, semplice, chiara.

L’interessato ha il diritto di revocare il proprio consenso in qualsiasi momento, e la revoca deve poter avvenire con la stessa facilità con cui è avvenuto in consenso.

Quando non è necessario il consenso non va chiesto ma soprattutto non va chiesto come se lo fosse, soprattutto riguardo ai contratti di acquisto di beni e/o servizi. In parole povere l’esecuzione di un contratto non può essere condizionata al consenso non necessario.

Consenso per minori

Il consenso dei minori è valido a partire dai 16 anni, con possibilità per ogni Stato membro di abbassare l’età a non meno di 13 anni. Per trattare i dati di soggetti più giovani occorre il consenso e l’autorizzazione del genitore o di chi ha la responsabilità genitoriale.

Consenso per la profilazione

In consenso esplicito occorre anche per le decisioni basate su trattamenti automatizzati, compresa la profilazione (raccolta dati relativi a gusti personali, abitudini, acquisti, preferenze, generalmente effettuata in automatico in occasione di navigazione e attività su internet).

Si parla di decisioni di qualsiasi genere che abbiano un effetto giuridico sull’interessato o che incidano sulla sua persona, come per esempio l’elevazione di una multa (basata non su una singola rilevazione automatica ma sul monitoraggio costante del comportamento della persona).

Il trattamento automatizzato è genericamente quello che avviene con mezzi tecnologici che “rilevano” una presenza o un’attività senza intervento umano (apparecchiature, computer, sistemi informatici che utilizzano cookies).

Consenso per dati sensibili

Per quanto riguarda i cosiddetti “dati sensibili” invece la regola generale è che non sono trattabili. Tuttavia il divieto non vale in determinati casi, ovvero quanto il trattamento è necessario per assolvere obblighi o diritti in materia di diritto del lavoro e della sicurezza o protezione sociale , se è necessario per tutelare un interesse vitale dell’interessato o di un’altra persona fisica qualora l’interessato si trovi nell’incapacità fisica o giuridica di prestare il proprio consenso.

Costituisce eccezione al divieto anche il trattamento effettuato da una fondazione, associazione o altro organismo senza scopo di lucro che persegua finalità politiche, filosofiche, religiose o sindacali, unicamente però se riguarda membri od ex membri o persone che hanno regolari contratti e a condizione che i dati non siano comunicati all’esterno senza consenso.

Non c’e’ divieto di utilizzo anche nel caso particolare in cui l’interessato abbia reso manifestatamente pubblici i dati o se sussiste un motivo giudiziario, di interesse pubblico o di ricerca scientifica.

Nei suddetti casi comunque il consenso al trattamento deve essere specifico ed esplicito.

I dati sensibili possono essere trattati anche per finalità di medicina preventiva o del lavoro, valutazione della capacità lavorativa, diagnosi, assistenza o terapia sanitaria o sociale, ma sotto la responsabilità di un professionista soggetto al segreto professionale.

In ambito europeo sono considerati “sensibili” i dati:

– che rivelano l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, l’appartenenza sindacale;

– genetici o biometrici (intesi ad identificare in modo univoco una persona fisica);

– sulla salute;

– sulla vita sessuale o sull’orientamento sessuale della persona.

Consenso per dati relativi a condanne penali e reati

Il trattamento dei dati personali relativi alle condanne penali e ai reati o a connesse misure di sicurezza deve avvenire soltanto sotto il controllo dell’autorità pubblica o se il trattamento è autorizzato dal diritto dell’Unione o degli Stati membri che preveda garanzie appropriate per i diritti e le libertà degli interessati.

Un eventuale registro completo delle condanne penali deve essere tenuto soltanto sotto il controllo dell’autorità pubblica.

Trasparenza, informativa

Le informazioni relative al trattamento devono essere rese all’interessato in forma concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile, con un linguaggio semplice e chiaro.

In caso di raccolta presso l’interessato dei dati che lo riguardano, il titolare del trattamento deve fornire determinate informazioni in un documento appositamente chiamato informativa, prima di procedere alla raccolta dei dati.

L’informativa, fornita per iscritto (e preferibilmente in formato elettronico), deve contenere:

– identità e dati di contatto del titolare del trattamento e del suo eventuale rappresentante;

– dati del contatto del responsabile della protezione dei dati;

– la finalità del trattamento cui stono destinati i dati personali, nonché la base giuridica del trattamento;

– eventuali legittimi interessi perseguiti dal titolare del trattamento o da terzi;

– eventuali destinatari dei dati personali;

– se del caso, l’intenzione del titolare di trasferire i dati ad un paese terzo o ad un’organizzazione internazionale.

Nel momento in cui i dati vengono ottenuti il titolare del trattamento fornisce all’interessato le seguenti ulteriori informazioni:

– il periodo di conservazione dei dati oppure, se non è possibile, i criteri utilizzati per determinare tale periodo;

– l’esistenza del diritto dell’interessato di chiedere al titolare del trattamento l’accesso ai dati e la rettifica o la cancellazione degli stessi o la limitazione del trattamento oppure la volontà di opporsi al trattamento;

– l’esistenza del diritto di revocare il consenso in qualsiasi momento senza pregiudicare la liceità del trattamento basata sul consenso dato prima;

– il diritto di proporre reclamo ad un’autorità di controllo;

– l’informazione se la comunicazione dei dati personali è un obbligo legale o contrattuale oppure un requisito necessario per la conclusione di un contratto e se l’interessato ha l’obbligo di fornire i dati personali nonché le possibili conseguenze della mancata comunicazione degli stessi;

– l’esistenza di un processo decisionale automatizzato compresa la profilazione (utilizzo automatico di dati anche ai fini della costruzione di “profili” personali su gusti, tendenze, abitudini, etc.), con le conseguenze previste da tale tipo di trattamento per gli interessati.

Per presentare i contenuti il Regolamento consente ai titolari del trattamento di utilizzare icone standardizzate -anche elettronicamente- ma a condizione che l’utilizzo avvenga in combinazione con l’informativa.

Se i dati non vengono ottenuti presso l’interessato le informazioni da dare sono le stesse ma vanno aggiunte quelle sulle categorie di dati gestiti e sulla fonte da cui gli stessi sono originati, anche specificando eventualmente che le fonti sono accessibili al pubblico.

In questo caso il titolare del trattamento deve fornire le informazioni entro un termine ragionevole non superiore ad 1 mese da quando ha ottenuto i dati.

Se i dati sono destinati alla comunicazione le informazioni devono essere date al più tardi alla prima comunicazione all’interessato.

Agli obblighi informativi di cui sopra ci sono delle eccezioni riportate nell’art.14 del Regolamento.

Esonero

Il Regolamento precisa i casi in cui l’informativa non è obbligatoria includendovi le ipotesi in cui comunicare le informazioni risulti impossibile o “implicherebbe uno sforzo sproporzionato” (per quanto riguarda i casi in cui i dati non vengano raccolti direttamente presso l’interessato).

Un concetto nuovo che implica una valutazione soggettiva nelle mani del titolare del trattamento.

DIRITTI – Accesso, cancellazione e limitazione, portabilità, opposizione

Il soggetto i cui dati sono raccolti e trattati (detto “interessato”) deve poter esercitare una serie di diritti riguardo alla gestione dei dati stessi, diritti che devono essere agevolati e soddisfatti.

A fronte di richieste riguardo i propri diritti (accesso, cancellazione, limitazione, portabilità, etc) il titolare deve rispondere senza ingiustificato ritardo e comunque al più tardi entro un mese; il termine è prorogabile di due mesi tenuto conto della complessità e del numero delle richieste.

Se la richiesta viene presentata con mezzi elettronici anche la risposta dovrà avvenire con gli stessi mezzi.

Diritto di accesso

L’interessato ha il diritto di ottenere dal titolare del trattamento la conferma che sia o meno in corso un trattamento di dati personali che lo riguardano e in tal caso, di ottenere l’accesso ai dati personali e alle seguenti informazioni:

– finalità del trattamento;

– categorie dei dati trattati;

– i destinatari o le categorie di destinatari a cui i dati sono stati o saranno comunicati, in particolare se destinatari di paesi terzi o organizzazioni internazionali;

– quando possibile, il periodo di conservazione dei dati personali previsto oppure i criteri utilizzati per determinare tale periodo;

– l’esistenza del diritto dell’interessato di chiedere al titolare del trattamento la rettifica o la cancellazione dei dati o la limitazione del trattamento o di opporsi al trattamento;

– il diritto di proporre reclamo a un’autorità di controllo;

– l’ORIGINE dei dati, se gli stessi non sono stati raccolti presso l’interessato;

– l’esistenza di un processo decisionale automatizzato compresa la profilazione (utilizzo automatico di dati anche ai fini della costruzione di “profili” personali su gusti, tendenze, abitudini, etc.), con le conseguenze previste da tale tipo di trattamento per gli interessati.

Diritto di cancellazione (diritto all’oblio) e alla limitazione del trattamento

Il soggetto interessato ha diritto di ottenere la cancellazione dei propri dati senza ritardo ingiustificato, se i dati non sono più necessari per la finalità per la quale sono stati raccolti, nei casi in cui l’interessato revochi il consenso o si opponga al trattamento.

In alcune circostanze (richiesta di rettifica, contestazione della liceità del trattamento, opposizione al trattamento) per il periodo necessario al titolare per le verifiche scatta il diritto dell’interessato alla limitazione del trattamento. La limitazione prevede che il dato personale venga”contrassegnato” in attesa di ulteriori decisioni, con utilizzo dello stesso solo in casi di accertamenti in sede giudiziaria, tutela dei diritti di un’altra persona fisica o giuridica o motivi di interesse pubblico.

La cancellazione e la limitazione non possono applicarsi in alcuni casi dove il trattamento dei dati è necessario per legge (adempimento obblighi legali, motivi di interesse pubblico, archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici, ambito giudiziario, etc.

Riguardo al particolare “diritto all’oblio” va detto che secondo quanto prevede il Regolamento si tratta di una forma di cancellazione rafforzata, perché il titolare in questo caso deve anche adottare tutte le misure necessarie ai fini di informare tutti gli altri titolari che stanno trattando i dati con richiesta di cancellare qualsiasi link, copia o riproduzione dei dati.

Diritto alla portabilità

E’ un diritto del tutto nuovo rispetto a quelli presenti nelle norme italiane, che consente all’interessato di ricevere dal titolare i propri dati per trasmetterli ad altro titolare senza impedimenti.

Se tecnicamente possibile, la trasmissione da un titolare all’altro deve essere diretta.

E’ un diritto limitato ai dati gestiti in modo automatizzato, quindi non ad archivi cartacei, e a quelli trattati con il consenso dell’interessato o sulla base di un contratto stipulato con l’interessato.

Diritto di opposizione

L’interessato ha diritto di opporsi in qualsiasi momento al trattamento dei propri dati, per motivi connessi alla sua situazione particolare.

Il titolare del trattamento deve in tal caso astenersi dal trattare i dati a meno che non dimostri l’esistenza di motivi legittimi per procedere, che prevalgano sugli interessi, diritti e libertà dell’interessato (oppure per motivi giudiziari).

Il diritto di opposizione ovviamente vale anche -a maggior ragione- per la profilazione e per i casi di trattamento dei dati ai fini di marketing diretto. In quest’ultimo caso i dati non devono più essere oggetto di ulteriori trattamenti per tali finalità.

Costi

L’informativa e le risposte alle richieste degli interessati (azioni di risposta) devono essere gratuite.

Tuttavia il Regolamento prevede che in alcuni casi il titolare possa addebitare un contributo spese che comunque dev’essere ragionevole tenuto conto dei costi amministrativi sostenuti.

Si tratta dei casi in cui le richieste sono manifestamente infondate o eccessive, in particolare per il loro carattere ripetitivo. In casi estremi il titolare può addirittura rifiutare la richiesta.

La valutazione di quanto sopra è del titolare che in ogni caso ha l’onere di dimostrare che la richiesta è infondata, eccessiva o altro.

Sicurezza

Il titolare del trattamento deve mettere in atto misure tecniche od organizzative per garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio che comprendano, se del caso:

– la conservazione dei dati in una forma che impedisca l’identificazione dell’utente (tramite la cosiddetta pseudonimizzazione e la cifratura degli stessi); – la capacità di assicurare su base permanente la riservatezza, l’integrità, la disponibilità e la resilienza dei sistemi di trattamento;

– la capacità di ripristinare tempestivamente la disponibilità e l’accesso dei dati personali in caso di incidente fisico o tecnico;

– una procedura per testare, verificare e valutare regolarmente l’efficacia delle misure tecniche e organizzative al fine di garantire la sicurezza del trattamento.

In particolare i responsabili devono valutare un adeguato livello di sicurezza tenendo conto dei RISCHI di distruzione, perdita, modifica, divulgazione non autorizzata, accesso accidentale o illegale dei dati. Gli stessi devono, prima di procedere al trattamento, effettuare una valutazione d’impatto sulla protezione dei dati per valutare i rischi e la necessità di particolari misure di sicurezza, consultando l’Autorità di controllo.

Una violazione dei dati personali deve essere segnalata alla competente Autorità di controllo direttamente dal titolare del trattamento; una comunicazione deve essere inviata anche all’interessato se la violazione potrebbe presentare un rischio per i suoi diritti e libertà.

Codici di condotta

Gli Stati membri possono incoraggiare la reazione di codici di condotta destinati a settori specifici per la corretta applicazione, più mirata, delle regole generali europee.

Trasferimento dati verso paesi terzi

Il trasferimento dei dati verso paesi terzi (extra UE) diventa possibile se la Commissione europea decide che il paese terzo -o un’organizzazione internazionale- garantiscono un livello di protezione adeguato. In tal caso non c’e’ bisogno di autorizzazioni specifiche a livello nazionale da parte dei Garanti (in Italia Garante della Privacy).

Violazioni, tutele

Notifica delle violazioni

na disposizione molto particolare del Regolamento prevede che i titolari devono notificare all’Autorità di controllo le violazioni di dati personali di cui vengano a conoscenza, entro 72 ore e comunque senza ingiustificato ritardo. Ciò, in realtà, SOLO se ritengono che da tale violazione derivino rischi per i diritti e le libertà degli interessati.

Se la probabilità di rischio è elevata dovrà informare della violazione anche il soggetto interessato e coinvolto.

La valutazione delle garanzie può essere fatta sulla base dello Stato di diritto del Paese terzo, delle sue normative in ambito privacy, della presenza di autorità locali di controllo, sulla base dell’esistenza di accordi internazionali o altri obblighi derivanti da convenzioni o strumenti giuridicamente vincolanti. In mancanza di una decisione da parte della commissione, il titolare può trasferire i dati ad un paese terzo solo in presenza di garanzie verificate tramite l’esistenza di codici di condotta, di schemi di certificazione, norme vincolanti d’impresa.

Reclami all’Autorità

L’interessato che ritenga che il trattamento che lo riguarda violi le regole ha diritto di proporre reclamo all’Autorità di controllo del proprio paese (in Italia Garante della Privacy) .

Ovviamente questi rimane libero, in alternativa o contemporaneamente, di proporre ricorsi amministrativi o giurisdizionali. L’interessato può anche ricorrere giurisdizionalmente contro l’Autorità se questa non tratta un reclamo o non informi il reclamante entro tre mesi dello stato o dell’esito del reclamo Stessa cosa avverso una decisione giuridicamente vincolante dell’Autorità che lo riguarda.

Azioni contro i responsabili del trattamento

Oltre al reclamo suddetto l’interessato è libero di proporre un ricorso giurisdizionale contro il titolare del trattamento se ritenesse che i propri diritti siano stati violati.

Nelle azioni gli interessati possono anche farsi rappresentare da un legale o da un’associazione.

Risarcimenti

Se da una violazione di una regola consegue un danno materiale o immateriale l’interessato ha diritto di ottenere il risarcimento del danno da parte del titolare del trattamento o dal responsabile. Le azioni di risarcimento devono essere proposte davanti alle autorità giurisdizionali competenti a norma delle leggi nazionali.

Sanzioni

Le autorità di controllo possono comminare sanzioni a seguito dell’accertamento di violazioni del regolamento.

A seconda del tipo di violazione le sanzioni massime possono essere di 10 milioni di euro o 20 milioni di euro oppure pari ad una percentuale del fatturato mondiale annuo (2% oppure 4%).

Sanzioni più specifiche e modalità di applicazione devono essere stabilite a livello nazionale

Incarchi: CCNL Sanità Pubblica

Nota esplicativa

Si introduce, per la prima volta nella storia dei contratti del personale del Ssn una carriera, anche di tipo professionale, che esalta e valorizza la potenziale capacità di implementare e specializzare le competenze professionali in relazione e per il soddisfacimento degli obiettivi e bisogni di salute individuali e collettivi.

Si ridisegna per tutto il personale appartenente alla categoria D il sistema degli incarichi:

1) Sono istituiti, nei ruoli sanitario, tecnico, amministrativo e professionale, i seguenti incarichi di funzione:

  • Incarico di organizzazione;
  • Incarico professionale

Gli specifici contenuti e requisiti dei suddetti incarichi in relazione ai diversi ruoli di appartenenza sono quelli descritti negli articoli seguenti.

2) Gli incarichi richiedono anche lo svolgimento di funzioni con assunzione diretta di elevate responsabilità aggiuntive e/o maggiormente complesse rispetto alle attribuzioni proprie della categoria e del profilo di appartenenza.

Quindi due tipologie di incarichi per due diverse, ma di pari dignità, carriere, una gestionale ed una professionale, rappresenta una giusta intuizione rispondente alla specifica complessità delle professioni e del personale laureato del SSN ed alla missione di “produttori di salute”.

Per quanto attiene ai laureati delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione di ostetrica ed ai laureati in servizio sociale si disegna l’incarico professionale in una modalità che ne apprezza il ruolo nel nuovo processo di aziendalizzazione sia in ambito territoriale che ospedaliera in grado di gestire l’aumento della complessità dipartimentale e distrettuale.

  • Da l’inquadramento normativo ed economico (con un’indennità annua graduabile da euro 3.000 a euro 12.000) al professionista sanitario e sociosanitario che svolga le competenze avanzate e specialistiche:
  • Per il personale del ruolo sanitario e dei profili di collaboratore professionale assistente sociale ed assistente sociale senior gli incarichi di funzione sono declinati secondo i criteri e i requisiti definiti nei commi seguenti.
  • L’incarico di organizzazione comporta l’assunzione di specifiche responsabilità nella gestione dei processi assistenziali e formativi connessi all’esercizio della funzione sanitaria e sociosanitaria.
  • L’incarico di organizzazione va graduato secondo i criteri di complessità definiti dalla regolamentazione di ogni singola Azienda o Ente.
  • La funzione di coordinamento è confermata e valorizzata all’interno della graduazione dell’incarico di organizzazione, anche in relazione all’evoluzione dei processi e modelli organizzativi ed all’esperienza e professionalità acquisite.
  • Per l’esercizio della sola funzione di coordinamento, è necessario il possesso dei requisiti di cui all’art. 6, comma 4 e 5 della legge n. 43/2006. Il requisito richiesto per il conferimento degli ulteriori incarichi di organizzazione è il possesso di almeno cinque anni di esperienza professionale nella categoria D. La laurea magistrale specialistica rappresenta un elemento di valorizzazione ai fini dell’affidamento degli incarichi di maggiore complessità.
  • L’incarico professionale può essere di “professionista specialista” o di “professionista esperto”. Nell’ambito delle specifiche aree di intervento delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione di ostetrica e in relazione alle istituende aree di formazione complementare post diploma, sono istituiti incarichi professionali per l’esercizio di compiti derivanti dalla specifica organizzazione delle funzioni delle predette aree prevista nell’organizzazione aziendale. Tali compiti sono aggiuntivi e/o maggiormente complessi e richiedono significative, elevate ed innovative competenze professionali rispetto a quelle del profilo posseduto.
  • Il requisito per il conferimento dell’incarico di “professionista specialista” è il possesso del master specialistico di primo livello
  • Il requisito per il conferimento dell’incarico di “professionista esperto” è costituito dall’aver acquisito, competenze avanzate, tramite percorsi formativi complementari regionali ed attraverso l’esercizio di attività professionali riconosciute dalle stesse regioni.
  • Gli incarichi di organizzazione relativi all’unità di appartenenza, sono sovraordinati agli incarichi di “professionista specialista” e di “professionista esperto”.

Quindi la carriera professionale si sviluppa all’interno delle aree di formazione post laurea complementare e specialistica di tali professioni, riconoscendole finalmente e dandone attuazione in incarichi di professionista esperto e professionista specialista, istituiti da subito senza rinvii; il contratto sancisce che il contenuto dei nuovi compiti siano sia aggiuntivi che e/o maggiormente complessi richiedendo “significative, elevate ed innovative competenze professionali rispetto a quelle del profilo posseduto” quindi siamo in presenza dell’apprezzamento e del riconoscimento di una crescita ed operatività professionale diversa e distinta da quella di base e pertanto da valorizzare adeguatamente.

Il requisito per l’incarico di professionista esperto è costituito dall’aver acquisito un’implementazione delle proprie competenze attraverso precorsi formativi regionali, attivabili anche con il concorso delle università.

Diversamente l’incarico di professionista specialista, avendo prederminato per legge il requisito, ha la sua concreta attuazione condizionata dall’individuazione da parte del Miur di concerto con il Ministero della Salute, di quali master siano abilitanti ad esercitare le nuove competenze specialistiche.

Art. 14 Definizione degli incarichi di funzione

Sono istituiti, nei ruoli sanitario, tecnico, amministrativo e professionale, i seguenti incarichi di funzione:

  • Incarico di organizzazione;
  • Incarico professionale

Gli specifici contenuti e requisiti dei suddetti incarichi in relazione ai diversi ruoli di appartenenza sono quelli descritti negli articoli seguenti.

Gli incarichi richiedono anche lo svolgimento di funzioni con assunzione diretta di elevate responsabilità aggiuntive e/o maggiormente complesse rispetto alle attribuzioni proprie della categoria e del profilo di appartenenza.

  1. Le Aziende ed Enti provvederanno a definire il sistema degli incarichi in conformità a quanto previsto nel presente CCNL.

Art.15 Modifica della denominazione dei profili di “esperto”

A far data dall’entrata in vigore del presente CCNL, nei profili di tutte le categorie e dei relativi livelli economici, la denominazione “esperto” viene sostituita  dalla denominazione “senior”.

Art. 16 Contenuto e requisiti degli incarichi di funzione per il personale del ruolo sanitario e dei profili di collaboratore professionale assistente sociale ed assistente sociale senior

Per il personale del ruolo sanitario e dei profili di collaboratore professionale assistente sociale ed assistente sociale senior gli incarichi di funzione sono declinati secondo i criteri e i requisiti definiti nei commi seguenti.

L’incarico di organizzazione comporta l’assunzione di specifiche responsabilità nella gestione dei processi assistenziali e formativi connessi all’esercizio della funzione sanitaria e  sociosanitaria.

L’incarico di organizzazione va graduato secondo i criteri di complessità definiti dalla regolamentazione di ogni singola Azienda o Ente.

La funzione di coordinamento prevista dalla Legge n. 43 del 2006 è confermata e valorizzata all’interno della graduazione dell’incarico di organizzazione, anche in relazione all’evoluzione dei processi e modelli organizzativi ed all’esperienza e professionalità acquisite.

Per l’esercizio della sola funzione di coordinamento, è necessario il possesso dei requisiti di cui all’art. 6, comma 4 e 5 della legge n. 43/2006. (13) Il requisito richiesto per il conferimento degli ulteriori incarichi di organizzazione è il possesso di almeno cinque anni di esperienza professionale nella categoria D. La laurea magistrale specialistica rappresenta un elemento di valorizzazione ai fini dell’affidamento degli incarichi di maggiore complessità.

L’incarico professionale, in attuazione del dettato di cui all’articolo 6 della Legge n. 43/06 (13) nonché di quanto contenuto nei decreti istitutivi dei profili professionali ex terzo comma dell’art.6 del D.Lgs. n. 502/92 (14) può essere di “professionista specialista” o di “professionista esperto”. Nell’ambito delle specifiche aree di intervento delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione di ostetrica e in relazione alle istituende aree di formazione complementare post diploma, sono istituiti incarichi professionali per l’esercizio di compiti derivanti dalla specifica organizzazione delle funzioni delle predette aree prevista nell’organizzazione aziendale. Tali compiti sono aggiuntivi e/o maggiormente complessi e richiedono significative, elevate ed innovative competenze professionali rispetto a quelle del profilo posseduto.

Il requisito per il conferimento dell’incarico di “professionista specialista” è il possesso del master specialistico di primo livello di cui all’art. 6 della Legge n. 43/06 secondo gli ordinamenti didattici universitari definiti dal Ministero della Salute e il Ministero dell’Università, su proposta dell’Osservatorio nazionale per le professioni sanitarie, ricostituito presso il MIUR con il decreto interministeriale 10 marzo del 2016 e sentite le Regioni.

Il requisito per il conferimento dell’incarico di “professionista esperto” è costituito dall’aver acquisito, competenze avanzate, tramite percorsi formativi complementari regionali ed attraverso l’esercizio di attività professionali riconosciute dalle stesse regioni.

Gli incarichi di organizzazione di cui al comma 3, relativi all’unità di appartenenza, sono sovraordinati agli incarichi di “professionista specialista” e di “professionista esperto”.

(13) Art. 6 L. 43/2006.  Istituzione della funzione di coordinamento.

  1. In conformità all’ordinamento degli studi dei corsi universitari, disciplinato ai sensi dell’articolo 17, comma 95, della legge 15 maggio 1997, n. 127, e successive modificazioni, il personale laureato appartenente alle professioni sanitarie di cui all’articolo 1, comma 1, della presente legge, è articolato come segue:
  2. a) professionisti in possesso del diploma di laurea o del titolo universitario conseguito anteriormente all’attivazione dei corsi di laurea o di diploma ad esso equipollente ai sensi dell’articolo 4 della legge 26 febbraio 1999, n. 42;
  3. b) professionisti coordinatori in possesso del master di primo livello in management o per le funzioni di coordinamento rilasciato dall’università ai sensi dell’articolo 3, comma 8, del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509, e dell’articolo 3, comma 9, del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 22 ottobre 2004, n. 270;
  4. c) professionisti specialisti in possesso del master di primo livello per le funzioni specialistiche rilasciato dall’università ai sensi dell’articolo 3, comma 8, del regolamento di cui al D.M. 3 novembre 1999, n. 509 del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, e dell’articolo 3, comma 9, del regolamento di cui al D.M. 22 ottobre 2004, n. 270 del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca;
  5. d) professionisti dirigenti in possesso della laurea specialistica di cui al D.M. 2 aprile 2001 del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5 giugno 2001, e che abbiano esercitato l’attività professionale con rapporto di lavoro dipendente per almeno cinque anni, oppure ai quali siano stati conferiti incarichi dirigenziali ai sensi dell’articolo 7 della legge 10 agosto 2000, n. 251, e successive modificazioni.
  6. Per i profili delle professioni sanitarie di cui al comma 1 può essere istituita la funzione di coordinamento, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. A tal fine, l’eventuale conferimento di incarichi di coordinamento ovvero di incarichi direttivi comporta per le organizzazioni sanitarie e socio-sanitarie pubbliche interessate, ai sensi dell’articolo 7 della legge 10 agosto 2000, n. 251, l’obbligo contestuale di sopprimere nelle piante organiche di riferimento un numero di posizioni effettivamente occupate ed equivalenti sul piano finanziario.
  7. I criteri e le modalità per l’attivazione della funzione di coordinamento in tutte le organizzazioni sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e private sono definiti, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con apposito accordo, ai sensi dell’articolo 4 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, tra il Ministro della salute e le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.
  8. L’esercizio della funzione di coordinamento è espletato da cooro che siano in possesso dei seguenti requisiti:
  9. a) master di primo livello in management o per le funzioni di coordinamento nell’area di appartenenza, rilasciato ai sensi dell’articolo 3, comma 8, del regolamento di cui al D.M. 3 novembre 1999, n. 509 del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, e dell’articolo 3, comma 9, del regolamento di cui al D.M. 22 ottobre 2004, n. 270 del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca;
  10. b) esperienza almeno triennale nel profilo di appartenenza.
  11. Il certificato di abilitazione alle funzioni direttive nell’assistenza infermieristica, incluso quello rilasciato in base alla pregressa normativa, è valido per l’esercizio della funzione di coordinatore. 
  1. Il coordinamento viene affidato nel rispetto dei profili professionali, in correlazione agli ambiti ed alle specifiche aree assistenziali, dipartimentali e territoriali.
  2. Le organizzazioni sanitarie e socio-sanitarie, pubbliche e private, nelle aree caratterizzate da una determinata specificità assistenziale, ove istituiscano funzioni di coordinamento ai sensi del comma 2, affidano il coordinamento allo specifico profilo professionale.

(14) Art. 6, c. D.lgs 502/1992.  A norma dell’articolo 1, lettera o), della legge 23 ottobre 1992, n. 421, la formazione del personale sanitario infermieristico, tecnico e della riabilitazione avviene in sede ospedaliera ovvero presso altre strutture del Servizio sanitario nazionale e istituzioni private accreditate. I requisiti di idoneità e l’accreditamento delle strutture sono disciplinati con decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica d’intesa con il Ministro della sanità. Il Ministro della sanità individua con proprio decreto le figure professionali da formare ed i relativi profili. Il relativo ordinamento didattico è definito, ai sensi dell’articolo 9 della legge 19 novembre 1990, n. 341, con decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica emanato di concerto con il Ministro della sanità. Per tali finalità le regioni e le università attivano appositi protocolli di intesa per l’espletamento dei corsi di cui all’articolo 2 della legge 19 novembre 1990, n. 341. La titolarità dei corsi di insegnamento previsti dall’ordinamento didattico universitario è affidata di norma a personale del ruolo sanitario dipendente dalle strutture presso le quali si svolge la formazione stessa, in possesso dei requisiti previsti. I rapporti in attuazione delle predette intese sono regolati con appositi accordi tra le università, le aziende ospedaliere, le unità sanitarie locali, le istituzioni pubbliche e private accreditate e gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. I diplomi conseguiti sono rilasciati a firma del responsabile del corso e del rettore dell’università competente. L’esame finale, che consiste in una prova scritta ed in una prova pratica, abilita all’esercizio professionale. Nelle commissioni di esame è assicurata la presenza di rappresentanti dei collegi professionali, ove costituiti. I corsi di studio relativi alle figure professionali individuate ai sensi del presente articolo e previsti dal precedente ordinamento che non siano stati riordinati ai sensi del citato art. 9 della legge 19 novembre 1990, n. 341, sono soppressi entro due anni a decorrere dal 1° gennaio 1994, garantendo, comunque, il completamento degli studi agli studenti che si iscrivono entro il predetto termine al primo anno di corso. A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, per l’accesso alle scuole ed ai corsi disciplinati dal precedente ordinamento è in ogni caso richiesto il possesso di un diploma di scuola secondaria superiore di secondo grado di durata quinquennale. Alle scuole ed ai corsi disciplinati dal precedente ordinamento e per il predetto periodo temporale possono accedere gli aspiranti che abbiano superato il primo biennio di scuola secondaria superiore per i posti che non dovessero essere coperti dai soggetti in possesso del diploma di scuola secondaria superiore di secondo grado

Art.17 Contenuto e requisiti degli incarichi di funzione per il personale appartenete ai ruoli amministrativo tecnico e professionale

Per il personale appartenente ai ruoli amministrativo, tecnico e professionale gli incarichi di funzione possono essere o di organizzazione o professionale.

L’incarico di organizzazione comporta funzioni di gestione di servizi di particolare complessità, caratterizzate da elevato grado di autonomia gestionale e organizzativa e che possono richiedere anche l’attività di coordinamento di altro personale.

L’incarico di organizzazione è di un’unica tipologia e va graduato secondo i criteri di complessità definiti dalla regolamentazione di ogni singola Azienda o Ente.

L’incarico professionale comporta attività con contenuti di alta professionalità e specializzazione correlate alla iscrizione ad albi professionali ove esistente.

Il requisito richiesto per l’incarico di organizzazione è il possesso di almeno cinque anni di esperienza professionale nel profilo d’appartenenza e in categoria D. Il requisito richiesto per l’incarico  professionale è il possesso di almeno cinque anni di esperienza professionale nel profilo d’appartenenza e in categoria D  nonché il titolo di abilitazione ove esistente. In tale ultimo caso, il conferimento dell’incarico potrà comportare l’iscrizione al relativo albo, sempre ove esistente, se necessario ai fini dello svolgimento dello stesso.

Art.18 Istituzione e graduazione degli incarichi di funzione

Le Aziende e gli Enti in relazione alle esigenze di servizio e sulla base dei propri ordinamenti e delle leggi regionali di organizzazione nonché delle scelte di programmazione sanitaria e sociosanitaria nazionale e/o regionale istituiscono, con gli atti previsti dagli stessi, gli incarichi di cui ai precedenti articoli nei limiti delle risorse disponibili nel fondo denominato “Condizioni di lavoro e incarichi”.

Le Aziende e gli Enti provvedono alla graduazione degli incarichi di funzione e individuano l’importo della relativa indennità entro il valore minimo e massimo previsti nel successivo art. 20, comma 3 (Trattamento economico accessorio degli incarichi).

Nella graduazione degli incarichi si dovrà, in ogni caso, tenere conto della dimensione organizzativa di riferimento, del livello di autonomia e responsabilità della posizione, del tipo di specializzazione richiesta, della complessità ed implementazione delle competenze, della valenza strategica rispetto agli obiettivi dell’Azienda o Ente.

La sovraordinazione tra gli incarichi è determinata dal livello di complessità connesso a ciascuno di essi secondo il modello organizzativo presente nell’Azienda o Ente nel rispetto di quanto previsto nei commi 3 e 9 dell’art. 16 (Contenuto e requisiti degli incarichi di funzione per il personale del ruolo sanitario e dei profili professionali di collaboratore professionale assistente sociale ed assistente sociale senior).

Art.19 Conferimento, durata e revoca degli incarichi di funzione

Gli incarichi possono essere conferiti al personale inquadrato nella categoria D. Gli incarichi di organizzazione sono conferibili anche al personale con rapporto di lavoro a tempo parziale, qualora il valore economico di tali incarichi sia definito in misura inferiore ad € 3.227,85. In tali casi il valore economico dell’incarico è rideterminato in proporzione alla durata della prestazione lavorativa.

Le Aziende e gli Enti formulano in via preventiva i criteri selettivi e le modalità per conferire i relativi incarichi.

Gli incarichi sono attribuiti dall’Azienda o Ente a domanda dell’interessato sulla base di avviso di selezione.

Gli incarichi sono conferiti con provvedimento scritto e motivato che ne riporta i contenuti ivi inclusi, in particolare, la descrizione delle linee di attività.

L’incarico è a termine. L’Azienda o Ente sulla base delle proprie esigenze organizzative ne determina la durata tra un minimo di tre anni e un massimo di cinque anni. Gli incarichi possono essere rinnovati, previa valutazione positiva, senza attivare la procedura e di cui al comma 3, per una durata massima complessiva di 10 anni.

La revoca degli incarichi prima della scadenza può avvenire, con atto scritto e motivato, per diversa organizzazione dell’ente derivante dalla modifica dell’atto aziendale o per valutazione negativa o anche per il venir meno dei requisiti richiesti per l’attribuzione.

La revoca dell’incarico comporta la perdita del trattamento economico accessorio relativo alla titolarità dello stesso così come definito nel comma 1 del successivo articolo 20 (Trattamento economico accessorio degli incarichi). In tal caso, il dipendente resta inquadrato nella categoria di appartenenza e viene restituito alle funzioni del profilo di appartenenza con corresponsione del relativo trattamento economico.

Nel periodo di permanenza nell’incarico, il dipendente può partecipare alle selezioni per la progressione economica qualora sia in possesso dei relativi requisiti.

Le diverse tipologie di incarichi non sono cumulabili tra loro.

Art.20 Trattamento economico accessorio degli incarichi

Il trattamento economico accessorio del personale titolare degli incarichi è  finanziato con le risorse del fondo denominato “Condizioni di lavoro e incarichi” ed è costituito dall’indennità d’incarico. Restano ferme la corresponsione dell’indennità professionale specifica per i profili per i quali è prevista, nonché dei compensi per la performance e la remunerazione delle particolari condizioni di lavoro di cui al Titolo VIII Capo III (Indennità).

L’indennità relativa agli incarichi di organizzazione assorbe il compenso per il lavoro straordinario. Tale compenso è comunque spettante qualora il valore di tali incarichi sia definito in misura inferiore ad euro 3.227,85.

L’indennità d’incarico va da un minimo di € 1.678,48 ad un massimo di € 12.000,00 annui lordi per tredici mensilità, in relazione a quanto risultante dal provvedimento di graduazione e in relazione alle risorse disponibili nell’apposito fondo dell’Azienda o Ente.

Il risultato delle attività svolte dai dipendenti titolari di incarico di funzione è soggetto a specifica valutazione annuale nonché a valutazione finale al termine dell’incarico.

La valutazione annuale è effettuata nell’ambito del ciclo della performance ed il suo esito positivo dà titolo alla corresponsione dei premi di cui all’art. 81, comma 6.

Le Aziende e gli Enti prima di procedere alla definitiva formalizzazione di una valutazione negativa acquisiscono, in contraddittorio, le considerazioni del dipendente interessato anche assistito dalla organizzazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da persona o legale di sua fiducia. L’esito della valutazione finale  è rilevante per l’affidamento dello stesso o di altri incarichi.

Art.21 Indennità di coordinamento ad esaurimento

Resta ferma la corresponsione, prevista dall’art. 10, comma 2, del CCNL del 20.9.2001 II biennio economico (Coordinamento), dell’indennità di coordinamento – parte fissa – in via permanente ai collaboratori professionali sanitari – caposala – già appartenenti alla categoria D e con reali funzioni di coordinamento al 31 agosto 2001, nella misura annua lorda di euro 1549,37 cui si aggiunge la tredicesima mensilità.

L’indennità di cui al comma 1 compete in via permanente – nella stessa misura e con la medesima decorrenza anche ai collaboratori professionali sanitari degli altri profili e discipline nonché ai collaboratori professionali – assistenti sociali – già appartenenti alla categoria D, ai quali a tale data le Aziende ed Enti abbiano conferito analogo incarico di coordinamento o, previa verifica, ne abbiano riconosciuto con atto formale lo svolgimento al 31 agosto 2001. Il presente comma si applica anche ai dipendenti appartenenti al livello economico Ds, ai sensi dell’ art.8, comma 5 del  CCNL del 20 settembre 2001-II biennio economico (Utilizzazione delle risorse aggiuntive per il ruolo sanitario e tecnico – profilo di assistente sociale).

L’indennità di coordinamento di cui al presente articolo è assorbita dall’indennità di incarico di cui all’art. 20 (Trattamento economico accessorio degli incarichi) attribuita in relazione al conferimento di uno degli incarichi ivi previsti.

Art.22 Norma transitoria

Gli incarichi di posizione e coordinamento attribuiti alla data di sottoscrizione del presente CCNL ovvero quelli che saranno conferiti in virtù di una procedura già avviata alla medesima data, restano in vigore fino al completamento del processo di istituzione ed assegnazione degli incarichi di funzione.

 

CCNL Sanità Pubblica: sistema degli incarichi

Nota esplicativa

Si introduce, per la prima volta nella storia dei contratti del personale del Ssn una carriera, anche di tipo professionale, che esalta e valorizza la potenziale capacità di implementare e specializzare le competenze professionali in relazione e per il soddisfacimento degli obiettivi e bisogni di salute individuali e collettivi.

Si ridisegna per tutto il personale appartenente alla categoria D il sistema degli incarichi:

1) Sono istituiti, nei ruoli sanitario, tecnico, amministrativo e professionale, i seguenti incarichi di funzione:

  • Incarico di organizzazione;
  • Incarico professionale

Gli specifici contenuti e requisiti dei suddetti incarichi in relazione ai diversi ruoli di appartenenza sono quelli descritti negli articoli seguenti.

2) Gli incarichi richiedono anche lo svolgimento di funzioni con assunzione diretta di elevate responsabilità aggiuntive e/o maggiormente complesse rispetto alle attribuzioni proprie della categoria e del profilo di appartenenza.

Quindi due tipologie di incarichi per due diverse, ma di pari dignità, carriere, una gestionale ed una professionale, rappresenta una giusta intuizione rispondente alla specifica complessità delle professioni e del personale laureato del SSN ed alla missione di “produttori di salute”.

Per quanto attiene ai laureati delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione di ostetrica ed ai laureati in servizio sociale si disegna l’incarico professionale in una modalità che ne apprezza il ruolo nel nuovo processo di aziendalizzazione sia in ambito territoriale che ospedaliera in grado di gestire l’aumento della complessità dipartimentale e distrettuale.

  • Da l’inquadramento normativo ed economico (con un’indennità annua graduabile da euro 3.000 a euro 12.000) al professionista sanitario e sociosanitario che svolga le competenze avanzate e specialistiche:
  • Per il personale del ruolo sanitario e dei profili di collaboratore professionale assistente sociale ed assistente sociale senior gli incarichi di funzione sono declinati secondo i criteri e i requisiti definiti nei commi seguenti.
  • L’incarico di organizzazione comporta l’assunzione di specifiche responsabilità nella gestione dei processi assistenziali e formativi connessi all’esercizio della funzione sanitaria e sociosanitaria.
  • L’incarico di organizzazione va graduato secondo i criteri di complessità definiti dalla regolamentazione di ogni singola Azienda o Ente.
  • La funzione di coordinamento è confermata e valorizzata all’interno della graduazione dell’incarico di organizzazione, anche in relazione all’evoluzione dei processi e modelli organizzativi ed all’esperienza e professionalità acquisite.
  • Per l’esercizio della sola funzione di coordinamento, è necessario il possesso dei requisiti di cui all’art. 6, comma 4 e 5 della legge n. 43/2006. Il requisito richiesto per il conferimento degli ulteriori incarichi di organizzazione è il possesso di almeno cinque anni di esperienza professionale nella categoria D. La laurea magistrale specialistica rappresenta un elemento di valorizzazione ai fini dell’affidamento degli incarichi di maggiore complessità.
  • L’incarico professionale può essere di “professionista specialista” o di “professionista esperto”. Nell’ambito delle specifiche aree di intervento delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione di ostetrica e in relazione alle istituende aree di formazione complementare post diploma, sono istituiti incarichi professionali per l’esercizio di compiti derivanti dalla specifica organizzazione delle funzioni delle predette aree prevista nell’organizzazione aziendale. Tali compiti sono aggiuntivi e/o maggiormente complessi e richiedono significative, elevate ed innovative competenze professionali rispetto a quelle del profilo posseduto.
  • Il requisito per il conferimento dell’incarico di “professionista specialista” è il possesso del master specialistico di primo livello
  • Il requisito per il conferimento dell’incarico di “professionista esperto” è costituito dall’aver acquisito, competenze avanzate, tramite percorsi formativi complementari regionali ed attraverso l’esercizio di attività professionali riconosciute dalle stesse regioni.
  • Gli incarichi di organizzazione relativi all’unità di appartenenza, sono sovraordinati agli incarichi di “professionista specialista” e di “professionista esperto”.

Quindi la carriera professionale si sviluppa all’interno delle aree di formazione post laurea complementare e specialistica di tali professioni, riconoscendole finalmente e dandone attuazione in incarichi di professionista esperto e professionista specialista, istituiti da subito senza rinvii; il contratto sancisce che il contenuto dei nuovi compiti siano sia aggiuntivi che e/o maggiormente complessi richiedendo “significative, elevate ed innovative competenze professionali rispetto a quelle del profilo posseduto” quindi siamo in presenza dell’apprezzamento e del riconoscimento di una crescita ed operatività professionale diversa e distinta da quella di base e pertanto da valorizzare adeguatamente.

Il requisito per l’incarico di professionista esperto è costituito dall’aver acquisito un’implementazione delle proprie competenze attraverso precorsi formativi regionali, attivabili anche con il concorso delle università.

Diversamente l’incarico di professionista specialista, avendo prederminato per legge il requisito, ha la sua concreta attuazione condizionata dall’individuazione da parte del Miur di concerto con il Ministero della Salute, di quali master siano abilitanti ad esercitare le nuove competenze specialistiche.

Art. 14 Definizione degli incarichi di funzione

Sono istituiti, nei ruoli sanitario, tecnico, amministrativo e professionale, i seguenti incarichi di funzione:

  • Incarico di organizzazione;
  • Incarico professionale

Gli specifici contenuti e requisiti dei suddetti incarichi in relazione ai diversi ruoli di appartenenza sono quelli descritti negli articoli seguenti.

Gli incarichi richiedono anche lo svolgimento di funzioni con assunzione diretta di elevate responsabilità aggiuntive e/o maggiormente complesse rispetto alle attribuzioni proprie della categoria e del profilo di appartenenza.

  1. Le Aziende ed Enti provvederanno a definire il sistema degli incarichi in conformità a quanto previsto nel presente CCNL.

Art.15 Modifica della denominazione dei profili di “esperto”

A far data dall’entrata in vigore del presente CCNL, nei profili di tutte le categorie e dei relativi livelli economici, la denominazione “esperto” viene sostituita  dalla denominazione “senior”.

Art. 16 Contenuto e requisiti degli incarichi di funzione per il personale del ruolo sanitario e dei profili di collaboratore professionale assistente sociale ed assistente sociale senior

Per il personale del ruolo sanitario e dei profili di collaboratore professionale assistente sociale ed assistente sociale senior gli incarichi di funzione sono declinati secondo i criteri e i requisiti definiti nei commi seguenti.

L’incarico di organizzazione comporta l’assunzione di specifiche responsabilità nella gestione dei processi assistenziali e formativi connessi all’esercizio della funzione sanitaria e  sociosanitaria.

L’incarico di organizzazione va graduato secondo i criteri di complessità definiti dalla regolamentazione di ogni singola Azienda o Ente.

La funzione di coordinamento prevista dalla Legge n. 43 del 2006 è confermata e valorizzata all’interno della graduazione dell’incarico di organizzazione, anche in relazione all’evoluzione dei processi e modelli organizzativi ed all’esperienza e professionalità acquisite.

Per l’esercizio della sola funzione di coordinamento, è necessario il possesso dei requisiti di cui all’art. 6, comma 4 e 5 della legge n. 43/2006. (13) Il requisito richiesto per il conferimento degli ulteriori incarichi di organizzazione è il possesso di almeno cinque anni di esperienza professionale nella categoria D. La laurea magistrale specialistica rappresenta un elemento di valorizzazione ai fini dell’affidamento degli incarichi di maggiore complessità.

L’incarico professionale, in attuazione del dettato di cui all’articolo 6 della Legge n. 43/06 (13) nonché di quanto contenuto nei decreti istitutivi dei profili professionali ex terzo comma dell’art.6 del D.Lgs. n. 502/92 (14) può essere di “professionista specialista” o di “professionista esperto”. Nell’ambito delle specifiche aree di intervento delle professioni sanitarie infermieristiche, tecniche, della riabilitazione, della prevenzione nonché della professione di ostetrica e in relazione alle istituende aree di formazione complementare post diploma, sono istituiti incarichi professionali per l’esercizio di compiti derivanti dalla specifica organizzazione delle funzioni delle predette aree prevista nell’organizzazione aziendale. Tali compiti sono aggiuntivi e/o maggiormente complessi e richiedono significative, elevate ed innovative competenze professionali rispetto a quelle del profilo posseduto.

Il requisito per il conferimento dell’incarico di “professionista specialista” è il possesso del master specialistico di primo livello di cui all’art. 6 della Legge n. 43/06 secondo gli ordinamenti didattici universitari definiti dal Ministero della Salute e il Ministero dell’Università, su proposta dell’Osservatorio nazionale per le professioni sanitarie, ricostituito presso il MIUR con il decreto interministeriale 10 marzo del 2016 e sentite le Regioni.

Il requisito per il conferimento dell’incarico di “professionista esperto” è costituito dall’aver acquisito, competenze avanzate, tramite percorsi formativi complementari regionali ed attraverso l’esercizio di attività professionali riconosciute dalle stesse regioni.

Gli incarichi di organizzazione di cui al comma 3, relativi all’unità di appartenenza, sono sovraordinati agli incarichi di “professionista specialista” e di “professionista esperto”.

(13) Art. 6 L. 43/2006.  Istituzione della funzione di coordinamento.

  1. In conformità all’ordinamento degli studi dei corsi universitari, disciplinato ai sensi dell’articolo 17, comma 95, della legge 15 maggio 1997, n. 127, e successive modificazioni, il personale laureato appartenente alle professioni sanitarie di cui all’articolo 1, comma 1, della presente legge, è articolato come segue:
  2. a) professionisti in possesso del diploma di laurea o del titolo universitario conseguito anteriormente all’attivazione dei corsi di laurea o di diploma ad esso equipollente ai sensi dell’articolo 4 della legge 26 febbraio 1999, n. 42;
  3. b) professionisti coordinatori in possesso del master di primo livello in management o per le funzioni di coordinamento rilasciato dall’università ai sensi dell’articolo 3, comma 8, del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica 3 novembre 1999, n. 509, e dell’articolo 3, comma 9, del regolamento di cui al decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca 22 ottobre 2004, n. 270;
  4. c) professionisti specialisti in possesso del master di primo livello per le funzioni specialistiche rilasciato dall’università ai sensi dell’articolo 3, comma 8, del regolamento di cui al D.M. 3 novembre 1999, n. 509 del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, e dell’articolo 3, comma 9, del regolamento di cui al D.M. 22 ottobre 2004, n. 270 del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca;
  5. d) professionisti dirigenti in possesso della laurea specialistica di cui al D.M. 2 aprile 2001 del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 128 del 5 giugno 2001, e che abbiano esercitato l’attività professionale con rapporto di lavoro dipendente per almeno cinque anni, oppure ai quali siano stati conferiti incarichi dirigenziali ai sensi dell’articolo 7 della legge 10 agosto 2000, n. 251, e successive modificazioni.
  6. Per i profili delle professioni sanitarie di cui al comma 1 può essere istituita la funzione di coordinamento, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. A tal fine, l’eventuale conferimento di incarichi di coordinamento ovvero di incarichi direttivi comporta per le organizzazioni sanitarie e socio-sanitarie pubbliche interessate, ai sensi dell’articolo 7 della legge 10 agosto 2000, n. 251, l’obbligo contestuale di sopprimere nelle piante organiche di riferimento un numero di posizioni effettivamente occupate ed equivalenti sul piano finanziario.
  7. I criteri e le modalità per l’attivazione della funzione di coordinamento in tutte le organizzazioni sanitarie e socio-sanitarie pubbliche e private sono definiti, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con apposito accordo, ai sensi dell’articolo 4 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, tra il Ministro della salute e le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.
  8. L’esercizio della funzione di coordinamento è espletato da cooro che siano in possesso dei seguenti requisiti:
  9. a) master di primo livello in management o per le funzioni di coordinamento nell’area di appartenenza, rilasciato ai sensi dell’articolo 3, comma 8, del regolamento di cui al D.M. 3 novembre 1999, n. 509 del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica, e dell’articolo 3, comma 9, del regolamento di cui al D.M. 22 ottobre 2004, n. 270 del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca;
  10. b) esperienza almeno triennale nel profilo di appartenenza.
  11. Il certificato di abilitazione alle funzioni direttive nell’assistenza infermieristica, incluso quello rilasciato in base alla pregressa normativa, è valido per l’esercizio della funzione di coordinatore. 
  1. Il coordinamento viene affidato nel rispetto dei profili professionali, in correlazione agli ambiti ed alle specifiche aree assistenziali, dipartimentali e territoriali.
  2. Le organizzazioni sanitarie e socio-sanitarie, pubbliche e private, nelle aree caratterizzate da una determinata specificità assistenziale, ove istituiscano funzioni di coordinamento ai sensi del comma 2, affidano il coordinamento allo specifico profilo professionale.

(14) Art. 6, c. D.lgs 502/1992.  A norma dell’articolo 1, lettera o), della legge 23 ottobre 1992, n. 421, la formazione del personale sanitario infermieristico, tecnico e della riabilitazione avviene in sede ospedaliera ovvero presso altre strutture del Servizio sanitario nazionale e istituzioni private accreditate. I requisiti di idoneità e l’accreditamento delle strutture sono disciplinati con decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica d’intesa con il Ministro della sanità. Il Ministro della sanità individua con proprio decreto le figure professionali da formare ed i relativi profili. Il relativo ordinamento didattico è definito, ai sensi dell’articolo 9 della legge 19 novembre 1990, n. 341, con decreto del Ministro dell’università e della ricerca scientifica e tecnologica emanato di concerto con il Ministro della sanità. Per tali finalità le regioni e le università attivano appositi protocolli di intesa per l’espletamento dei corsi di cui all’articolo 2 della legge 19 novembre 1990, n. 341. La titolarità dei corsi di insegnamento previsti dall’ordinamento didattico universitario è affidata di norma a personale del ruolo sanitario dipendente dalle strutture presso le quali si svolge la formazione stessa, in possesso dei requisiti previsti. I rapporti in attuazione delle predette intese sono regolati con appositi accordi tra le università, le aziende ospedaliere, le unità sanitarie locali, le istituzioni pubbliche e private accreditate e gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico. I diplomi conseguiti sono rilasciati a firma del responsabile del corso e del rettore dell’università competente. L’esame finale, che consiste in una prova scritta ed in una prova pratica, abilita all’esercizio professionale. Nelle commissioni di esame è assicurata la presenza di rappresentanti dei collegi professionali, ove costituiti. I corsi di studio relativi alle figure professionali individuate ai sensi del presente articolo e previsti dal precedente ordinamento che non siano stati riordinati ai sensi del citato art. 9 della legge 19 novembre 1990, n. 341, sono soppressi entro due anni a decorrere dal 1° gennaio 1994, garantendo, comunque, il completamento degli studi agli studenti che si iscrivono entro il predetto termine al primo anno di corso. A decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto, per l’accesso alle scuole ed ai corsi disciplinati dal precedente ordinamento è in ogni caso richiesto il possesso di un diploma di scuola secondaria superiore di secondo grado di durata quinquennale. Alle scuole ed ai corsi disciplinati dal precedente ordinamento e per il predetto periodo temporale possono accedere gli aspiranti che abbiano superato il primo biennio di scuola secondaria superiore per i posti che non dovessero essere coperti dai soggetti in possesso del diploma di scuola secondaria superiore di secondo grado

Art.17 Contenuto e requisiti degli incarichi di funzione per il personale appartenete ai ruoli amministrativo tecnico e professionale

Per il personale appartenente ai ruoli amministrativo, tecnico e professionale gli incarichi di funzione possono essere o di organizzazione o professionale.

L’incarico di organizzazione comporta funzioni di gestione di servizi di particolare complessità, caratterizzate da elevato grado di autonomia gestionale e organizzativa e che possono richiedere anche l’attività di coordinamento di altro personale.

L’incarico di organizzazione è di un’unica tipologia e va graduato secondo i criteri di complessità definiti dalla regolamentazione di ogni singola Azienda o Ente.

L’incarico professionale comporta attività con contenuti di alta professionalità e specializzazione correlate alla iscrizione ad albi professionali ove esistente.

Il requisito richiesto per l’incarico di organizzazione è il possesso di almeno cinque anni di esperienza professionale nel profilo d’appartenenza e in categoria D. Il requisito richiesto per l’incarico  professionale è il possesso di almeno cinque anni di esperienza professionale nel profilo d’appartenenza e in categoria D  nonché il titolo di abilitazione ove esistente. In tale ultimo caso, il conferimento dell’incarico potrà comportare l’iscrizione al relativo albo, sempre ove esistente, se necessario ai fini dello svolgimento dello stesso.

Art.18 Istituzione e graduazione degli incarichi di funzione

Le Aziende e gli Enti in relazione alle esigenze di servizio e sulla base dei propri ordinamenti e delle leggi regionali di organizzazione nonché delle scelte di programmazione sanitaria e sociosanitaria nazionale e/o regionale istituiscono, con gli atti previsti dagli stessi, gli incarichi di cui ai precedenti articoli nei limiti delle risorse disponibili nel fondo denominato “Condizioni di lavoro e incarichi”.

Le Aziende e gli Enti provvedono alla graduazione degli incarichi di funzione e individuano l’importo della relativa indennità entro il valore minimo e massimo previsti nel successivo art. 20, comma 3 (Trattamento economico accessorio degli incarichi).

Nella graduazione degli incarichi si dovrà, in ogni caso, tenere conto della dimensione organizzativa di riferimento, del livello di autonomia e responsabilità della posizione, del tipo di specializzazione richiesta, della complessità ed implementazione delle competenze, della valenza strategica rispetto agli obiettivi dell’Azienda o Ente.

La sovraordinazione tra gli incarichi è determinata dal livello di complessità connesso a ciascuno di essi secondo il modello organizzativo presente nell’Azienda o Ente nel rispetto di quanto previsto nei commi 3 e 9 dell’art. 16 (Contenuto e requisiti degli incarichi di funzione per il personale del ruolo sanitario e dei profili professionali di collaboratore professionale assistente sociale ed assistente sociale senior).

Art.19 Conferimento, durata e revoca degli incarichi di funzione

Gli incarichi possono essere conferiti al personale inquadrato nella categoria D. Gli incarichi di organizzazione sono conferibili anche al personale con rapporto di lavoro a tempo parziale, qualora il valore economico di tali incarichi sia definito in misura inferiore ad € 3.227,85. In tali casi il valore economico dell’incarico è rideterminato in proporzione alla durata della prestazione lavorativa.

Le Aziende e gli Enti formulano in via preventiva i criteri selettivi e le modalità per conferire i relativi incarichi.

Gli incarichi sono attribuiti dall’Azienda o Ente a domanda dell’interessato sulla base di avviso di selezione.

Gli incarichi sono conferiti con provvedimento scritto e motivato che ne riporta i contenuti ivi inclusi, in particolare, la descrizione delle linee di attività.

L’incarico è a termine. L’Azienda o Ente sulla base delle proprie esigenze organizzative ne determina la durata tra un minimo di tre anni e un massimo di cinque anni. Gli incarichi possono essere rinnovati, previa valutazione positiva, senza attivare la procedura e di cui al comma 3, per una durata massima complessiva di 10 anni.

La revoca degli incarichi prima della scadenza può avvenire, con atto scritto e motivato, per diversa organizzazione dell’ente derivante dalla modifica dell’atto aziendale o per valutazione negativa o anche per il venir meno dei requisiti richiesti per l’attribuzione.

La revoca dell’incarico comporta la perdita del trattamento economico accessorio relativo alla titolarità dello stesso così come definito nel comma 1 del successivo articolo 20 (Trattamento economico accessorio degli incarichi). In tal caso, il dipendente resta inquadrato nella categoria di appartenenza e viene restituito alle funzioni del profilo di appartenenza con corresponsione del relativo trattamento economico.

Nel periodo di permanenza nell’incarico, il dipendente può partecipare alle selezioni per la progressione economica qualora sia in possesso dei relativi requisiti.

Le diverse tipologie di incarichi non sono cumulabili tra loro.

Art.20 Trattamento economico accessorio degli incarichi

Il trattamento economico accessorio del personale titolare degli incarichi è  finanziato con le risorse del fondo denominato “Condizioni di lavoro e incarichi” ed è costituito dall’indennità d’incarico. Restano ferme la corresponsione dell’indennità professionale specifica per i profili per i quali è prevista, nonché dei compensi per la performance e la remunerazione delle particolari condizioni di lavoro di cui al Titolo VIII Capo III (Indennità).

L’indennità relativa agli incarichi di organizzazione assorbe il compenso per il lavoro straordinario. Tale compenso è comunque spettante qualora il valore di tali incarichi sia definito in misura inferiore ad euro 3.227,85.

L’indennità d’incarico va da un minimo di € 1.678,48 ad un massimo di € 12.000,00 annui lordi per tredici mensilità, in relazione a quanto risultante dal provvedimento di graduazione e in relazione alle risorse disponibili nell’apposito fondo dell’Azienda o Ente.

Il risultato delle attività svolte dai dipendenti titolari di incarico di funzione è soggetto a specifica valutazione annuale nonché a valutazione finale al termine dell’incarico.

La valutazione annuale è effettuata nell’ambito del ciclo della performance ed il suo esito positivo dà titolo alla corresponsione dei premi di cui all’art. 81, comma 6.

Le Aziende e gli Enti prima di procedere alla definitiva formalizzazione di una valutazione negativa acquisiscono, in contraddittorio, le considerazioni del dipendente interessato anche assistito dalla organizzazione sindacale cui aderisce o conferisce mandato o da persona o legale di sua fiducia. L’esito della valutazione finale  è rilevante per l’affidamento dello stesso o di altri incarichi.

Art.21 Indennità di coordinamento ad esaurimento

Resta ferma la corresponsione, prevista dall’art. 10, comma 2, del CCNL del 20.9.2001 II biennio economico (Coordinamento), dell’indennità di coordinamento – parte fissa – in via permanente ai collaboratori professionali sanitari – caposala – già appartenenti alla categoria D e con reali funzioni di coordinamento al 31 agosto 2001, nella misura annua lorda di euro 1549,37 cui si aggiunge la tredicesima mensilità.

L’indennità di cui al comma 1 compete in via permanente – nella stessa misura e con la medesima decorrenza anche ai collaboratori professionali sanitari degli altri profili e discipline nonché ai collaboratori professionali – assistenti sociali – già appartenenti alla categoria D, ai quali a tale data le Aziende ed Enti abbiano conferito analogo incarico di coordinamento o, previa verifica, ne abbiano riconosciuto con atto formale lo svolgimento al 31 agosto 2001. Il presente comma si applica anche ai dipendenti appartenenti al livello economico Ds, ai sensi dell’ art.8, comma 5 del  CCNL del 20 settembre 2001-II biennio economico (Utilizzazione delle risorse aggiuntive per il ruolo sanitario e tecnico – profilo di assistente sociale).

L’indennità di coordinamento di cui al presente articolo è assorbita dall’indennità di incarico di cui all’art. 20 (Trattamento economico accessorio degli incarichi) attribuita in relazione al conferimento di uno degli incarichi ivi previsti.

Art.22 Norma transitoria

Gli incarichi di posizione e coordinamento attribuiti alla data di sottoscrizione del presente CCNL ovvero quelli che saranno conferiti in virtù di una procedura già avviata alla medesima data, restano in vigore fino al completamento del processo di istituzione ed assegnazione degli incarichi di funzione.

 

Relazioni Sindacali Comparto delle Funzioni Locali

Art. 3 Obiettivi e strumenti

  1. Il sistema delle relazioni sindacali è lo strumento per costruire relazioni stabili tra enti e soggetti sindacali, improntate alla partecipazione consapevole, al dialogo costruttivo e trasparente, alla reciproca considerazione dei rispettivi diritti ed obblighi, nonché alla prevenzione e risoluzione dei conflitti. 2. Attraverso il sistema delle relazioni sindacali: – si attua il contemperamento della missione di servizio pubblico delle amministrazioni a vantaggio degli utenti e dei cittadini con gli interessi dei lavoratori; – si migliora la qualità delle decisioni assunte; – si sostengono la crescita professionale e l’aggiornamento del personale, nonché i processi di innovazione organizzativa e di riforma della pubblica amministrazione. 3. Nel rispetto dei distinti ruoli e responsabilità dei datori di lavoro pubblici e dei soggetti sindacali, le relazioni sindacali si articolano nei seguenti modelli relazionali: a) partecipazione; b) contrattazione integrativa, anche di livello territoriale, con la partecipazione di più enti, secondo la disciplina dell’art. 9 (contrattazione territoriale). 4. La partecipazione è finalizzata ad instaurare forme costruttive di dialogo tra le parti, su atti e decisioni di valenza generale degli enti, in materia di organizzazione o aventi riflessi sul rapporto di lavoro ovvero a garantire adeguati diritti di informazione sugli stessi; si articola, a sua volta, in: – informazione; – confronto; – organismi paritetici di partecipazione. 5. La contrattazione integrativa è finalizzata alla stipulazione di contratti che obbligano reciprocamente le parti. Le clausole dei contratti integrativi sottoscritti possono essere oggetto di successive interpretazioni autentiche, anche a richiesta di una delle parti. L’eventuale accordo di interpretazione autentica, stipulato con le procedure di cui all’art. 8 (Contrattazione collettiva integrativa: tempi e procedure), sostituisce la clausola controversa, sin dall’inizio della vigenza del contratto integrativo. 6. E’ istituito presso l’ARAN, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, un Osservatorio a composizione paritetica con il compito di monitorare i casi e le modalità con cui ciascun ente adotta gli atti adottati unilateralmente ai sensi dell’art. 40, comma 3-ter, D. Lgs. n. 165/2001. L’osservatorio verifica altresì che tali atti siano adeguatamente motivati in ordine alla sussistenza del pregiudizio alla funzionalità dell’azione amministrativa. Ai componenti non spettano compensi, gettoni, emolumenti, indennità o rimborsi di spese comunque denominati. L’Osservatorio di cui al presente comma è anche sede di confronto su temi contrattuali che assumano una rilevanza generale, anche al fine di prevenire il rischio di contenziosi generalizzati. 7. Le clausole del presente titolo sostituiscono integralmente tutte le disposizioni in materia di relazioni sindacali previste nei precedenti CCNL, le quali sono pertanto disapplicate.

Art. 4 Informazione

  1. L’informazione è il presupposto per il corretto esercizio delle relazioni sindacali e dei suoi strumenti. 2. Fermi restando gli obblighi in materia di trasparenza previsti dalle disposizioni di legge vigenti, l’informazione consiste nella trasmissione di dati ed elementi conoscitivi, da parte dell’ente, ai soggetti sindacali, al fine di consentire loro di prendere conoscenza della questione trattata e di esaminarla. 3. L’informazione deve essere data nei tempi, nei modi e nei contenuti atti a consentire ai soggetti sindacali di cui all’art. 7, comma 2 di procedere a una valutazione approfondita del potenziale impatto delle misure da adottare ed esprimere osservazioni e proposte. 4. Sono oggetto di informazione tutte le materie per le quali i successivi articoli 5 e 7 prevedano il confronto o la contrattazione integrativa, costituendo presupposto per la loro attivazione.

Art. 5 Confronto

  1. Il confronto è la modalità attraverso la quale si instaura un dialogo approfondito sulle materie rimesse a tale livello di relazione, al fine di consentire ai soggetti sindacali di cui all’art.7, comma 2 di esprimere valutazioni esaustive e di partecipare costruttivamente alla definizione delle misure che l’ente intende adottare. 2. Il confronto si avvia mediante l’invio ai soggetti sindacali degli elementi conoscitivi sulle misure da adottare, con le modalità previste per la informazione. A seguito della trasmissione delle informazioni, ente e soggetti sindacali si incontrano se, entro 5 giorni dall’informazione, il confronto è richiesto da questi ultimi. L’incontro può anche essere proposto dall’ente, contestualmente all’invio dell’informazione. Il periodo durante il quale si svolgono gli incontri non può essere superiore a trenta giorni. Al termine del confronto, è redatta una sintesi dei lavori e delle posizioni emerse. 3. Sono oggetto di confronto, con i soggetti sindacali di cui all’articolo 7, comma 2: a) l’articolazione delle tipologie dell’orario di lavoro; b) i criteri generali dei sistemi di valutazione della performance; c) l’individuazione dei profili professionali; d) i criteri per il conferimento e la revoca degli incarichi di posizione organizzativa; e) i criteri per la graduazione delle posizioni organizzative, ai fini dell’attribuzione della relativa indennità; f) il trasferimento o il conferimento di attività ad altri soggetti, pubblici o privati, ai sensi dell’art. 31 del D. Lgs. n. 165/2001; g) la verifica delle facoltà di implementazione del Fondo risorse decentrate in relazione a quanto previsto dall’art. 15, comma 7; h) i criteri generali di priorità per la mobilità tra sedi di lavoro dell’amministrazione; i) negli enti con meno di 300 dipendenti, linee generali di riferimento per la pianificazione delle attività formative.

Art. 6 Organismo paritetico per l’innovazione

  1. L’organismo paritetico per l’innovazione realizza, negli enti con più di 300 dipendenti, una modalità relazionale finalizzata al coinvolgimento partecipativo delle organizzazioni sindacali di cui all’art. 7, comma 2, lett. b), su tutto ciò che abbia una dimensione progettuale, complessa e sperimentale, di carattere organizzativo dell’ente. Le province possono costituire l’organismo in forma associata, sulla base di protocolli di intesa tra gli enti interessati e le organizzazioni sindacali di cui al periodo precedente. 2. L’organismo di cui al presente articolo è la sede in cui si attivano stabilmente relazioni aperte e collaborative su progetti di organizzazione e innovazione, miglioramento dei servizi – anche con riferimento alle politiche formative, al lavoro agile ed alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro – al fine di formulare proposte all’ente o alle parti negoziali della contrattazione integrativa. 3. L’organismo paritetico per l’innovazione:
  2. a) ha composizione paritetica ed è formato da un componente designato da ciascuna delle organizzazioni sindacali di cui all’art 7, comma 2, lett. b), nonché da una rappresentanza dell’ente, con rilevanza pari alla componente sindacale; b) si riunisce almeno due volte l’anno e, comunque, ogniqualvolta l’ente manifesti un’intenzione di progettualità organizzativa innovativa, complessa, per modalità e tempi di attuazione, e sperimentale; c) può trasmettere proprie proposte progettuali, all’esito dell’analisi di fattibilità, alle parti negoziali della contrattazione integrativa, sulle materie di competenza di quest’ultima, o all’ente; d) può adottare un regolamento che ne disciplini il funzionamento; e) può svolgere analisi, indagini e studi, anche in riferimento a quanto previsto dall’art. 70. 4. All’organismo di cui al presente articolo possono essere inoltrati progetti e programmi dalle organizzazioni sindacali di cui all’art. 7, comma 2, lett. b) o da gruppi di lavoratori. In tali casi, l’organismo paritetico si esprime sulla loro fattibilità secondo quanto previsto al comma 3, lett. c). 5 Costituiscono oggetto di informazione, nell’ambito dell’organismo di cui al presente articolo, gli andamenti occupazionali, anche di personale con rapporto di lavoro a tempo parziale, i dati sulle ore di lavoro straordinario e supplementare del personale a tempo parziale, i dati sui contratti a tempo determinato, i dati sui contratti di somministrazione a tempo determinato, i dati sulle assenze di personale di cui all’art. 70.

Art. 7 Contrattazione collettiva integrativa: soggetti e materie

  1. La contrattazione collettiva integrativa si svolge, nel rispetto delle procedure stabilite dalla legge e dal presente CCNL, tra la delegazione sindacale, formata dai soggetti di cui al comma 2, e la delegazione di parte datoriale, come individuata al comma 3. 2. I soggetti sindacali titolari della contrattazione integrativa sono: a) la RSU; b) i rappresentanti territoriali delle organizzazioni sindacali di categoria firmatarie del presente CCNL. 3. I componenti della delegazione di parte datoriale, tra cui è individuato il presidente, sono designati dall’organo competente secondo i rispettivi ordinamenti. 4. Sono oggetto di contrattazione integrativa:
  2. a) i criteri di ripartizione delle risorse disponibili per la contrattazione integrativa di cui all’art. 68, comma 1 tra le diverse modalità di utilizzo; b) i criteri per l’attribuzione dei premi correlati alla performance; c) i criteri per la definizione delle procedure per le progressioni economiche; d) l’individuazione delle misure dell’indennità correlata alle condizioni di lavoro di cui all’art. 70-bis, entro i valori minimi e massimi e nel rispetto dei criteri ivi previsti, nonché la definizione dei criteri generali per la sua attribuzione; e) l’individuazione delle misure dell’indennità di servizio esterno di cui all’art. 56quinques, entro i valori minimi e massimi e nel rispetto dei criteri previsti ivi previsti, nonché la definizione dei criteri generali per la sua attribuzione; f) i criteri generali per l’attribuzione dell’indennità per specifiche responsabilità di cui all’art. 70-quinquies comma 1; g) i criteri generali per l’attribuzione di trattamenti accessori per i quali specifiche leggi operino un rinvio alla contrattazione collettiva; h) i criteri generali per l’attivazione di piani di welfare integrativo; i) l’elevazione della misura dell’indennità di reperibilità prevista dall’art. 24, comma 1; j) la correlazione tra i compensi di cui all’art. 18, comma 1, lett. h) e la retribuzione di risultato dei titolari di posizione organizzativa; k) l’elevazione dei limiti previsti dall’art. 24, comma 3 per il numero dei turni di reperibilità nel mese anche attraverso modalità che consentano la determinazione di tali limiti con riferimento ad un arco temporale plurimensile; l) l’elevazione dei limiti previsti dall’art. 23, commi 2 e 4, in merito, rispettivamente, all’arco temporale preso in considerazione per l’equilibrata distribuzione dei turni, nonché ai turni notturni effettuabili nel mese; m) le linee di indirizzo e i criteri generali per la individuazione delle misure concernenti la salute e sicurezza sul lavoro; n) l’elevazione del contingente dei rapporti di lavoro a tempo parziale ai sensi dell’art. 53, comma 2; o) il limite individuale annuo delle ore che possono confluire nella banca delle ore, ai sensi dell’art. 38-bis del CCNL del 14.9.2000; p) i criteri per l’individuazione di fasce temporali di flessibilità oraria in entrata e in uscita, al fine di conseguire una maggiore conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare; q) l’elevazione del periodo di 13 settimane di maggiore e minore concentrazione dell’orario multiperiodale, ai sensi dell’art. 25, comma 2;
  3. r) l’individuazione delle ragioni che permettono di elevare, fino ad ulteriori sei mesi, l’arco temporale su cui è calcolato il limite delle 48 ore settimanali medie, ai sensi dell’art. 22, comma 2; s) l’elevazione del limite massimo individuale di lavoro straordinario ai sensi dell’art. art. 38 del CCNL del 14.9.2000; t) i riflessi sulla qualità del lavoro e sulla professionalità delle innovazioni tecnologiche inerenti l’organizzazione di servizi; u) l’incremento delle risorse di cui all’art. 15, comma 5 attualmente destinate alla corresponsione della retribuzione di posizione e di risultato delle posizioni organizzative, ove implicante, ai fini dell’osservanza dei limiti previsti dall’art. 23, comma 2 del D. Lgs. n. 75/2017, una riduzione delle risorse del Fondo di cui all’art. 67; v) i criteri generali per la determinazione della retribuzione di risultato dei titolari di posizione organizzativa; w) il valore dell’indennità di cui all’art. 56-sexies, nonché i criteri per la sua erogazione, nel rispetto di quanto previsto al comma 2 di tale articolo; z) integrazione delle situazioni personali e familiari previste dall’art.23, comma 8, in materia di turni di lavoro notturni.

Art. 8 Contrattazione collettiva integrativa: tempi e procedure

  1. Il contratto collettivo integrativo ha durata triennale e si riferisce a tutte le materie di cui all’art. 7, comma 4. I criteri di ripartizione delle risorse tra le diverse modalità di utilizzo di cui alla lett. a) del citato comma 4, possono essere negoziati con cadenza annuale. 2. L’ente provvede a costituire la delegazione datoriale di cui all’art. 7, comma 3 entro trenta giorni dalla stipulazione del presente contratto. 3. L’ente convoca la delegazione sindacale di cui all’art. 7, comma 1 per l’avvio del negoziato, entro trenta giorni dalla presentazione delle piattaforme e comunque non prima di aver costituito, entro il termine di cui al comma 2, la propria delegazione. 4. Fermi restando i principi dell’autonomia negoziale e quelli di comportamento indicati dall’art. 10, qualora, decorsi trenta giorni dall’inizio delle trattative, eventualmente prorogabili fino ad un massimo di ulteriori trenta giorni, non si sia raggiunto l’accordo, le parti riassumono le rispettive prerogative e libertà di iniziativa e decisione, sulle materie di cui all’art. 7, comma 4, lettere k), l), m), n), o), p), q), r), s), t), z).
  2. Qualora non si raggiunga l’accordo sulle materie di cui all’art. 7, comma 4, lettere a), b), c), d), e) f), g), h), i), j), u), v), w) ed il protrarsi delle trattative determini un oggettivo pregiudizio alla funzionalità dell’azione amministrativa, nel rispetto dei principi di comportamento di cui all’art. 10, l’ente interessato può provvedere, in via provvisoria, sulle materie oggetto del mancato accordo, fino alla successiva sottoscrizione e prosegue le trattative al fine di pervenire in tempi celeri alla conclusione dell’accordo. Il termine minimo di durata delle sessioni negoziali di cui all’art. 40, comma 3-ter del D. Lgs. n. 165/2001 è fissato in 45 giorni, eventualmente prorogabili di ulteriori 45. 6. Il controllo sulla compatibilità dei costi della contrattazione collettiva integrativa con i vincoli di bilancio e la relativa certificazione degli oneri sono effettuati dall’organo di controllo competente ai sensi dell’art. 40-bis, comma 1 del D.Lgs.n.165/2001. A tal fine, l’Ipotesi di contratto collettivo integrativo definita dalle parti, corredata dalla relazione illustrativa e da quella tecnica, è inviata a tale organo entro dieci giorni dalla sottoscrizione. In caso di rilievi da parte del predetto organo, la trattativa deve essere ripresa entro cinque giorni. Trascorsi quindici giorni senza rilievi, l’organo di governo competente dell’ente può autorizzare il presidente della delegazione trattante di parte pubblica alla sottoscrizione del contratto. 7. I contratti collettivi integrativi devono contenere apposite clausole circa tempi, modalità e procedure di verifica della loro attuazione. Essi conservano la loro efficacia fino alla stipulazione, presso ciascuna ente, dei successivi contratti collettivi integrativi. 8. Le amministrazioni sono tenute a trasmettere, per via telematica, all’ARAN ed al CNEL, entro cinque giorni dalla sottoscrizione definitiva, il testo del contratto collettivo integrativo ovvero il testo degli atti assunti ai sensi dei commi 4 o 5, corredati dalla relazione illustrativa e da quella tecnica.

Art. 9 Contrattazione collettiva integrativa di livello territoriale

  1. La contrattazione integrativa può svolgersi anche a livello territoriale sulla base di protocolli di intesa tra gli enti interessati e le organizzazioni sindacali territoriali firmatarie del presente contratto. L’iniziativa può essere assunta, oltreché dalle associazioni nazionali rappresentative degli enti del comparto, da ciascuno dei soggetti titolari della contrattazione integrativa, ivi compresa l’Unione dei comuni nei confronti dei comuni ad essa aderenti e delle parti sindacali. 2. I protocolli devono precisare: a) la composizione della delegazione trattante di parte pubblica;
  2. b) la composizione della delegazione sindacale, prevedendo la partecipazione di rappresentanti territoriali delle organizzazioni sindacali di cui all’art. 7, comma 2, lett. b), nonché forme di rappresentanza delle RSU di ciascun ente aderente; c) la procedura per la autorizzazione alla sottoscrizione del contratto decentrato integrativo territoriale, ivi compreso il controllo di cui all’art. 8; d) gli eventuali adattamenti per consentire alle rappresentanze sindacali la corretta fruizione delle tutele e dei permessi. 3. Gli enti che aderiscono ai protocolli definiscono, in una apposita intesa, secondo i rispettivi ordinamenti, le modalità di partecipazione alla contrattazione di livello territoriale, con riferimento ad aspetti quali la formulazione degli indirizzi, le materie o gli eventuali aspetti specifici che si intendono comunque riservare alla contrattazione presso ciascun ente, la composizione della delegazione datoriale, il finanziamento degli oneri della contrattazione a carico dei rispetti fondi e bilanci. 4. Alla contrattazione territoriale si applica comunque quanto previsto dall’art. 8.

Art. 10 Clausole di raffreddamento

  1. Il sistema delle relazioni sindacali è improntato a principi di responsabilità, correttezza, buona fede e trasparenza dei comportamenti ed è orientato alla prevenzione dei conflitti. 2. Nel rispetto dei suddetti principi, entro il primo mese del negoziato relativo alla contrattazione integrativa le parti non assumono iniziative unilaterali né procedono ad azioni dirette; compiono, inoltre, ogni ragionevole sforzo per raggiungere l’accordo nelle materie demandate. 3. Analogamente, durante il periodo in cui si svolge il confronto le parti non assumono iniziative unilaterali sulle materie oggetto dello stesso.