Azioni Positive: Progetti

Il CNP formula, entro il mese di febbraio di ogni anno, gli indirizzi in materia di promozione delle pari opportunità indicando obiettivi e tipologie di progetti di azioni positive che intende promuovere.

Sulla base di tali indirizzi il ministero del Lavoro pubblica apposito bando di finanziamento dei progetti di azione positiva.

Entro il termine indicato nel bando, i datori di lavoro, le associazioni e le organizzazioni sindacali nazionali e territoriali possono chiedere al ministero del Lavoro di essere ammessi al rimborso totale o parziale di oneri finanziari connessi all’attuazione di progetti.

Questa deve iniziare entro due mesi dal rilascio dell’autorizzazione da parte del ministero del Lavoro che, con lo stesso provvedimento, autorizza le relative spese.

La mancata attuazione del progetto comporta la decadenza dal beneficio e la restituzione delle somme eventualmente già riscosse.

In caso di attuazione parziale la decadenza opera limitatamente alla parte non attuata.

I progetti di azioni concordate dai datori di lavoro con le organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale hanno precedenza nell’accesso al beneficio.

Progetti per la conciliazione tra lavoro e famiglia.

Sono previste specifiche disposizioni per l’attuazione delle seguenti azioni positive in favore della conciliazione tra vita professionale e familiare:

  • progetti articolati per consentire ai lavoratori di usufruire di particolari forme di flessibilità degli orari e dell’organizzazione del lavoro (ad esempio: part-time reversibile, telelavoro e lavoro a domicilio, banca ore, orario flessibile in entrata o in uscita, su turni e su sedi diverse, orario concentrato) con specifico interesse per i progetti che prevedono di applicare, in aggiunta alle misure di flessibilità, sistemi innovativi per la valutazione della prestazione e dei risultati;
  • programmi ed azioni (comprese le attività di formazione e aggiornamento) volti a favorire il reinserimento dei lavoratori dopo un periodo di assenza dal lavoro (non inferiore a 60 giorni) per congedo di maternità, paternità o parentale, o per altri motivi legati ad esigenze di conciliazione tra vita professionale e vita familiare;
  • progetti che, anche attraverso l’attivazione di reti tra enti territoriali, aziende e parti sociali, promuovono interventi e servizi innovativi in risposta alle esigenze di conciliazione tra vita professionale e vita familiare.

Destinatari dei progetti sono i lavoratori dipendenti (inclusi i dirigenti) con figli minori o con a carico persone disabili, non autosufficienti, o affette da documentata grave infermità.

Sono inoltre compresi, alle medesime condizioni, i soci lavoratori di società cooperative e i lavoratori in somministrazione.
La durata massima dei progetti è di 24 mesi.

È prevista una priorità:

  • per i progetti destinati a lavoratori che abbiano figli disabili o minori fino a 12 anni di età (15 in caso di adozione o affidamento);
  • se il richiedente è un’impresa che realizza un fatturato annuo o un totale di bilancio annuo non superiori a € 10 milioni e che si avvale dell’apporto complessivo di non più di 50 persone, compreso il titolare che partecipi personalmente al lavoro aziendale con carattere di abitualità e prevalenza.

Soggetti richiedenti 

I progetti possono essere presentati, sulla base di uno specifico accordo contrattuale, dai datori di lavoro:

  • che esercitano attività di impresa, anche in forma di società, consorzi, gruppi di imprese e associazioni di imprese, comprese quelle temporanee;
  • non esercenti attività di impresa, a condizione che risultino iscritti in pubblici registri.

Non possono richiedere il finanziamento i soggetti in stato di fallimento, liquidazione, amministrazione controllata o concordato preventivo o per i quali sono in corso procedimenti diretti all’apertura di una delle predette procedure.

  • I soggetti che hanno già usufruito di contributi possono presentare una nuova domanda alle seguenti condizioni:
    che il progetto già finanziato sia realizzato in ogni sua fase e siano concluse le procedure di verifica, nonché sia rilasciata l’autorizzazione al pagamento del saldo;
  • che il nuovo progetto presentato contenga elementi di novità sostanziale rispetto al precedente, sviluppando un’azione riferita ad una diversa tipologia progettuale o, nell’ambito della medesima tipologia progettuale, ad una differente azione positiva di flessibilità, o a diversi destinatari.

In caso di progetti presentati da consorzi, gruppi di imprese e associazioni temporanee di imprese finalizzate alla promozione di azioni di conciliazione tra vita professionale e vita familiare per i dipendenti delle aziende consorziate o partecipanti, le singole aziende coinvolte possono presentare anche individualmente altri progetti solo quando il progetto comune è stato concluso e se il nuovo progetto è diverso dal precedente.

Adempimenti 

Per richiedere il finanziamento è necessario compilare apposita domanda allegando il progetto e il relativo piano finanziario.

Le domande devono essere presentate entro il 10 febbraio, il 10 giugno e il 10 ottobre di ciascun anno, salva diversa indicazione contenuta nell’avviso di finanziamento annuale.

L’eventuale integrazione della documentazione deve essere prodotta nel termine perentorio di 15 giorni.

Erogazione dei finanziamenti L’ammissione al finanziamento (rimborso totale o parziale degli oneri connessi alla realizzazione del progetto) avviene con DPCM o DM entro 180 giorni dalla data di scadenza prevista per la presentazione del progetto, sulla base di una specifica convenzione predisposta dall’ufficio e sottoscritta, per accettazione, dal proponente.

L’erogazione totale del contributo di finanziamento è subordinata all’effettiva e corretta attuazione e rendicontazione del progetto, nonché all’esito delle eventuali verifiche.

In caso di mancata osservanza della convenzione o di irregolarità nell’attuazione o nella rendicontazione del progetto, l’ufficio, previo preavviso o diffida ad adempiere entro il termine perentorio di 10 giorni ed esaminate le eventuali osservazioni dell’interessato, revoca il finanziamento con decreto motivato e procede al recupero delle somme eventualmente già erogate, maggiorate degli interessi legali.
Il contributo è erogato in due quote, la prima pari al 40% a titolo di anticipo e la seconda, pari al 60%, come saldo.

Finanziamenti comunitari

L’Unione europea ha destinato dei fondi (fondo sociale europeo) volti a promuovere l’attuazione di piani per la partecipazione piena e completa delle donne al mercato del lavoro e una valorizzazione del loro contributo.

La richiesta per poter accedere a tali benefici è subordinata al parere del CNP.

Tali finanziamenti possono riguardare anche le azioni positive realizzate mediante la formazione professionale e, in tal caso, non è necessario il parere del CNP.

Violazione del divieto di discriminazione

In generale sono nulli tutti gli atti datoriali o i patti diretti a discriminare per motivi di sesso un lavoratore o una lavoratrice (art. 15 L. 300/70).

La legge, inoltre, disciplina alcune ipotesi particolari presumendone la natura discriminatoria. S

Si tratta del licenziamento e delle dimissioni (non convalidate) collegate ad eventi quali la maternità il matrimonio o l’unione civile.

In caso di violazione del divieto di discriminazione sono previste sanzioni e la possibilità di agire in giudizio (sia a livello individuale che collettivo).

Le discriminazioni relative all’accesso al lavoro, alla formazione professionale, alla parità retributiva, alle qualifiche, alle mansioni, alla carriera e all’età del pensionamento sono punite con apposite sanzioni.

Inoltre, ogni accertamento di atti, patti o comportamenti discriminatori posti in essere da soggetti ai quali sono stati accordati dei benefici ai sensi di legge o che hanno stipulato contratti d’appalto attinenti all’esecuzione di opere pubbliche, servizi o forniture, deve essere comunicato dall’ITL competente per territorio ai Ministeri nelle cui amministrazioni è stata disposta la concessione del beneficio o dell’appalto. Questi ultimi adottano le opportune misure (compresa l’eventuale revoca del beneficio) e, nelle ipotesi più gravi o in caso di recidiva, possono decidere l’esclusione del responsabile, per un periodo di tempo fino a due anni, da qualsiasi ulteriore concessione di agevolazioni finanziarie o creditizie o da qualsiasi appalto. Tali sanzioni non si applicano se viene raggiunta una conciliazione.

Azioni giudiziarie

Il soggetto che ritiene di aver subito discriminazioni sul lavoro può esercitare un’azione individuale per la tutela dei propri diritti.

Oltre all’azione di tipo individuale, quando il consigliere di parità competente rileva l’esistenza di atti, patti o comportamenti discriminatori, diretti o indiretti, di carattere collettivo è prevista la possibilità di promuovere un’azione collettiva.

Chi ricorre in giudizio deve fornire elementi di fatto, derivanti anche da dati di carattere statistico (c.d. prova statistica), relativi alle assunzioni, ai regimi retributivi, all’assegnazione di mansioni e qualifiche, ai trasferimenti, alla progressione in carriera ed ai licenziamenti, idonei a fondare in termini precisi e concordanti la presunzione dell’esistenza di una discriminazione in ragione del sesso.

In tal caso spetta al datore di lavoro l’onere di provare che il suo comportamento è dipeso non da ragioni discriminatorie, bensì da altre motivazioni connesse al corretto funzionamento dell’impresa, oppure che l’appartenenza ad un sesso costituisce requisito essenziale per la natura del lavoro o della prestazione.

In tabella sono riportate le azioni, di carattere individuale e collettivo, esperibili per la tutela dei diritti dei lavoratori discriminati.

Le diverse azioni hanno carattere alternativo.

 

Tutela della lavoratrice e del lavoratore

La lavoratrice o il lavoratore che agisce in giudizio per accertare una discriminazione per molestia o una molestia sessuale non può essere sanzionato, demansionato, licenziato, trasferito o sottoposto ad altra misura organizzativa avente effetti negativi (diretti o indiretti) sulle condizioni di lavoro, determinati dalla denuncia stessa.

Sono pertanto nulli:

– il licenziamento ritorsivo o discriminatorio del denunciante;

– il mutamento di mansioni;

– qualsiasi altra misura ritorsiva o discriminatoria adottata nei confronti del denunciante