Lavoratori italiani all’estero (UE)

Ai lavoratori cittadini di uno Stato membro della U.E sono riconosciuti:

  • il libero accessoe il libero soggiorno in ciascuno degli altri Stati membri per lo svolgimento di un’attività lavorativa;
  • la possibilità di lavorare, in tutti gli Stati aderenti, in condizioni di non discriminaziioni spetto ai lavoratori cittadini dello Stato ospitante.

L’espressione “lavoratore” ha portata comunitaria e non può essere definita con rinvio alla normativa degli Stati membri, perché, in caso contrario, le disposizioni in materia di libera circolazione sarebbero compromesse.

Questo dal momento che la portata dell’espressione lavoratore potrebbe venire fissata e modificata unilateralmente (eludendo il controllo delle istituzioni comunitarie) dalle norme nazionali, che a loro discrezione escluderebbero determinate categorie di persone dalla sfera di applicazione del Trattato.
Il possesso della cittadinanza è un requisito indispensabile per il diritto alla libera circolazione e, a questo proposito, è opportuno avere riguardo alle singole leggi nazionali. Non possono, ad esempio, essere tutelati gli apolidi o i rifugiati.

Sono irrilevanti i motivi che spingono un cittadino di uno Stato membro a spostarsi in un altro Stato membro per lavoro.

Lo svolgimento dell’attività lavorativa è libero. In particolare, le professioni non regolamentate, cioè quelle che non richiedono una qualifica specifica, si possono esercitare in qualsiasi Paese dell’UE senza ulteriori requisiti.

Tra le professioni regolamentate, il cui esercizio è subordinato al possesso di una qualifica, vanno distinte quelle per le quali è obbligatoria la domanda di riconoscimento del diploma (insegnanti, avvocati o ingegneri), da quelle per le quali opera il riconoscimento automatico (medici, infermieri, odontoiatri, ecc.). Per il riconoscimento delle qualifiche in un altro Paese dell’UE, generalmente si deve presentare domanda ad un’amministrazione pubblica; se si tratta di professioni riconosciute automaticamente la formalità si riduce ad un mero adempimento amministrativo, quale ad esempio la registrazione presso un ente o un’associazione professionale.

La libertà di circolazione e di soggiorno di un cittadino dell’Unione o di un suo familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, può essere limitata esclusivamente per ragioni di ordine pubblico, di pubblica sicurezza e di sanità pubblica.

Tali motivi non possono essere invocati per fini economici.

I provvedimenti applicati per ragioni di ordine pubblico o di pubblica sicurezza rispettano il principio di proporzionalità e sono adottati esclusivamente in relazione al comportamento personale del singolo soggetto. Tale comportamento deve rappresentare una minaccia reale, attuale e sufficientemente grave da pregiudicare un interesse fondamentale della società.

La sola esistenza di condanne penali non giustifica automaticamente l’adozione di tali provvedimenti.

In ogni caso, prima di adottare un provvedimento di espulsione dal territorio, lo Stato membro ospitante deve valutare la durata del soggiorno nel suo territorio, l’età, lo stato di salute, la situazione familiare ed economica, il grado di integrazione sociale e culturale del soggetto, ecc.

Solo in casi eccezionali, per motivi imperativi di pubblica sicurezza, può essere allontanato un cittadino dell’Unione che abbia soggiornato nei 10 anni precedenti nello Stato ospitante.

Ingresso e soggiorno nello Stato. L’ingresso e il soggiorno del lavoratore non sono subordinati al preventivo possesso di un contratto di lavoro nello Stato membro.

Egli ha, infatti, il diritto di rispondere ad offerte di lavoro e la possibilità di spostarsi liberamente a tale scopo nel territorio di tutti gli Stati membri.

Per poter fare ingresso nello Stato non è necessaria alcuna particolare procedura di autorizzazione o di assunzione, ma è sufficiente che il lavoratore presenti un documento di identità da cui risulti la nazionalità di cittadino comunitario.

Il diritto di soggiornare in uno Stato membro per un periodo superiore a 3 mesi è soggetto ad alcune condizioni:

  • esercizio di un’attività in qualità di lavoratore subordinato o autonomo nello Stato membro ospitante;
  • disponibilità di risorse economiche adeguate e di un’assicurazione di malattia al fine di non divenire un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il soggiorno.

Qualsiasi cittadino dell’UE acquisisce il diritto al soggiorno permanente nello Stato membro ospitante dopo avervi soggiornato legalmente per un periodo ininterrotto di 5 anni.

Una volta acquisito, il diritto al soggiorno permanente si perde solo in caso di assenze della durata superiore a 2 anni consecutivi dallo Stato membro ospitante.

Ai cittadini dell’Unione che ne fanno richiesta è rilasciato un documento attestante il diritto al soggiorno permanente.

La continuità del soggiorno è interrotta da qualsiasi provvedimento di allontanamento validamente eseguito nei confronti della persona interessata.

Familiari I familiari (anche di nazionalità extracomunitaria) di un cittadino comunitario hanno diritto di stabilirsi nel territorio di uno Stato membro, indipendentemente dalla loro cittadinanza.

I familiari di un cittadino UE non aventi la cittadinanza di uno Stato membro devono chiedere una “carta di soggiorno di familiare di un cittadino dell’Unione”, che ha validità di almeno 5 anni a partire dal suo rilascio. Gli Stati membri rilasciano ai familiari non UE di cittadini UE una carta di soggiorno permanente di durata illimitata e rinnovabile di diritto ogni 10 anni.

Tale carta è rilasciata entro 6 mesi dalla presentazione della domanda.

Si considerano familiari

– il coniuge;

– il partner che abbia contratto con il cittadino UE un’unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l’unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante;

– i discendenti diretti di età inferiore a 21 anni (minorenni) o a carico e quelli del coniuge o del partner;

– gli ascendenti diretti a carico e quelli del coniuge o del partner.

Disciplina applicabile. ll datore di lavoro ed il lavoratore possono scegliere secondo quale normativa nazionale regolare il rapporto di lavoro all’estero, con il limite del rispetto delle disposizioni alle quali non è permesso derogare convenzionalmente in virtù della legge che regolerebbe il contratto in mancanza di tale scelta. Si tratta delle disposizioni del Paese dove:

  • il lavoratore compie abitualmente il suo lavoroin esecuzione del contratto, anche se è inviato temporaneamente in altro Paese;
  • il datore di lavoro ha la propria sedese il lavoratore non svolge abitualmente il lavoro in uno stesso Paese, a meno che non risulti dall’insieme delle circostanze che il contratto di lavoro presenta un collegamento più stretto con altro Paese.

Tuttavia, l’impresa deve osservare le disposizioni inderogabili dello Stato comunitario di lavoro, ad esempio in materia di:

  • pagamento ai lavoratori della retribuzione minimafissata dal contratto collettivo di lavoro applicabile in quel Paese purché le relative disposizioni siano sufficientemente precise ed accessibili;
  • tenuta, per il periodo di attività sul territorio dello Stato, di una serie di documenti sociali e di lavoropresso lo stabilimento o altro luogo accessibile, allorché tale misura risulti necessaria per garantire l’effettivo controllo dell’osservanza della normativa dello Stato medesimo;
  • conservazione, per un determinato periodo successivo al rimpatrio, di documenti sociali presso il domicilio di una persona fisica mandataria o incaricata alla tenuta di tali documenti.

L’azienda italiana che distacca il lavoratore in altro Paese comunitario continua, comunque, ad applicare al rapporto tutta la normativa italiana in materia di avviamento, tenuta dei libri e documenti obbligatori e disciplina contrattuale individuale.