Arbitrato nelle controversie da lavoro

Nel  diritto del lavoro sussiste la distinzione fra arbitrato rituale e irrituale.  Il primo è consentito solo se previsto dalla legge o dai contratti o accordi collettivi di lavoro, e sia espressa la volontà delle parti di devolvere la controversia ad un collegio arbitrale.

Si tratta di un “arbitrato di diritto” e dunque impugnabile sia per questioni di diritto che per violazione di legge, oltre che per violazione di contratti e accordi collettivi.

Vi sono, invece, due tipologie di arbitrato irrituale:

  • il primo tipo deve essere previsto dalla legge o dai contratti collettivi nazionali, e vi deve essere il consenso delle parti interessate. Ha efficacia di contratto tra le parti e non può pertanto acquistare efficacia di titolo esecutivo, mentre può essere impugnato davanti al Tribunale competente, ai sensi dell’art. 413 cpc, nei termini ordinari di prescrizione.
  • Il secondo tipo di arbitrato irrituale deve essere previsto dai contratti collettivi nazionali, e vi deve essere il consenso delle parti interessate.

I contratti collettivi devono anche stabilire le regole del processo arbitrale, per consentire ai lavoratori che scelgono questo mezzo di risoluzione delle loro controversie di sapere preventivamente come si svolgerà. Ulteriore condizione è che sia stata promossa l’istanza e che il tentativo di conciliazione non sia riuscito o sia comunque spirato il termine per il suo espletamento.

È anch’esso un arbitrato che si configura come “volontario” e “di diritto”. In quest’ultimo si prevede, che sulle controversie aventi ad oggetto la validità del lodo arbitrale decide in unico grado il Tribunale, senza limitazioni di sorta.

Il lodo arbitrale, in questo secondo caso, può acquistare efficacia di titolo esecutivo a seguito di istanza della parte interessata, depositata nella cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione si trova la sede dell’arbitrato, e del conseguente decreto emesso dal giudice.

Il termine per impugnare il lodo è stato ridotto a 30 giorni, che decorrono dalla sua notificazione.

Conciliazione e arbitrato. La legge  183/2010, ha introdotto, in materia di conciliazione e arbitrato, numerose modifiche, che incidono sia sulle regole di diritto sostanziale che processuale.

  1. A) Articolo 410 c.p.c.

Il tentativo di conciliazione, da obbligatorio diviene facoltativo;  quindi, chi intende proporre in giudizio una domanda relativa ai rapporti previsti dall’articolo 409 c.p.c. può, ma non deve, promuovere, anche tramite l’associazione sindacale alla quale aderisce o conferisce mandato, il tentativo di conciliazione presso la Commissione di Conciliazione individuata secondo i criteri di cui all’articolo 413 c.p.c., ovvero, presso la Direzione Provinciale del Lavoro della provincia in cui è sorto il rapporto, oppure, della provincia in cui si trova l’azienda oppure della provincia in cui si trovava la dipendenza dell’azienda al momento della fine del rapporto.

Nel caso di rapporti di collaborazione, agenzia e rappresentanza, il tentativo di conciliazione può essere promosso unicamente presso la Commissione di Conciliazione istituita presso la Direzione Provinciale del Lavoro nella cui circoscrizione si trova il domicilio dell’agente, del rappresentante o del titolare del rapporto di collaborazione.

La comunicazione della richiesta di tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza.

L’istanza per il tentativo di conciliazione deve essere consegnato o spedita mediante raccomandata con avviso di ricevimento.

L’istanza per il tentativo di conciliazione deve contenere:

  • nome, cognome e residenza dell’istante e del convenuto; se l’istante o il convenuto sono una persona giuridica, un’associazione non riconosciuta o un comitato, l’istanza deve indicare la denominazione o la ditta nonché la sede
  • il luogo dove è sorto il rapporto ovvero dove si trova l’azienda o sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto
  • il luogo dove devono essere fatte alla parte istante le comunicazioni inerenti alla procedura;
  • l’esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della pretesa

Se la controparte intende accettare la procedura di conciliazione, deve depositare – presso la commissione di conciliazione – entro venti giorni dal ricevimento della copia della richiesta, una memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, le eventuali domande in via riconvenzionale.

Entro i dieci giorni successivi al deposito di tale memoria, la Commissione fissa la comparizione delle parti per il tentativo di conciliazione, che deve essere tenuto entro i successivi trenta giorni.

Dinanzi alla Commissione il lavoratore può farsi assistere anche da un’organizzazione cui aderisce o conferisce mandato.

In caso di mancata accettazione della procedura di conciliazione, ciascuna delle parti è libera di adire l’Autorità Giudiziaria.

Se il tentativo di conciliazione si è svolto in sede sindacale, ad esso non si applicano le disposizioni di cui all’articolo 410 c.p.c. Il processo verbale di avvenuta conciliazione è depositato presso la Direzione provinciale del lavoro a cura di una delle parti o per il tramite di un’associazione sindacale.

  1. B) Art. 411 c.p.c.

La disposizione come modificata dal Collegato Lavoro prevede che se il tentativo di conciliazione ha esito positivo, anche solo per una parte della domanda, viene redatto verbale di conciliazione sottoscritto dalle parti.

In caso, invece, di esito negativo del tentativo di conciliazione, la Commissione deve formulare una proposta per la bonaria definizione della controversia.

Se la proposta non è accettata, nel verbale di convocazione viene indicata la proposta formulata con specificazione delle indicazioni espresse dalle parti. Di quanto riportato nel verbale della Commissione e delle motivazioni della non accettazione della proposta, il Giudice successivamente adito ne tiene conto in sede di giudizio.

Qualora il tentativo di conciliazione sia stato richiesto dalle parti, al ricorso depositato ai sensi degli articoli 414 e 415 c.p.c. dinanzi al Giudice Unico del Lavoro, devono essere allegati i verbali e le memorie concernenti il tentativo di conciliazione non riuscito.

Le forme di arbitrato. Esistono tre diverse forme di arbitrato:

  • l’arbitrato che si può instaurare durante o all’esito del tentativo di conciliazione dinanzi alle Commissione di Conciliazione
  • l’arbitrato previsto dai contratti collettivi sottoscritti dalle Associazioni Sindacali maggiormente rappresentative
  • l’arbitrato presso la Camere Arbitrali costituite dagli organi di certificazione e l’arbitrato dinanzi al Collegio di Conciliazione e Arbitrato irrituale costituita a iniziativa delle parti individuali di lavoro per risolvere una controversia
  1. A) Risoluzione arbitrale della controversia

La disposizione di legge prevede che in qualunque fase del tentativo di conciliazione, o al suo termine in caso di mancata riuscita, le parti possono indicare la soluzione, anche parziale, sulla quale concordano, riconoscendo, quando è possibile, il credito che spetta al lavoratore, e possono accordarsi per la risoluzione della lite, affidando alla Commissione di Conciliazione, alla quale si sono rivolte per il tentativo di conciliazione, il mandato a risolvere in via arbitrale la controversia.

Le parti potranno affidare la risoluzione della controversi in tali ipotesi, anche in assenza di un esplicita previsione contrattuale o di accordi collettivi.

La disposizione di legge prevede espressamente che nel conferire il mandato alla Commissione per la risoluzione arbitrale della controversia, le parti devono indicare:

  1. il termine per l’emanazione della decisione, in ogni caso non superiore ai sessanta giorni dal conferimento del mandato
  2. le norme invocate dalle parti a sostegno delle loro pretese e l’eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento e dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari

Il lodo emanato a conclusione dell’arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, ed  vincolante, ha forza di legge tra le parti.

Il lodo è impugnabile in caso:

  • se la convezione di arbitrato è invalida o qualora gli arbitri abbiano pronunciato su conclusioni che esorbitino dai propri limiti e la relativa eccezione si stata sollevata nel procedimento arbitrale;
  • in caso di nomina degli arbitri con forme e modi diversi da quelli previsti dalla convenzione arbitrale;
  • se il lodo sia stato pronunciato da chi non poteva essere nominato arbitro ex art. 812 c.p.c. (ovvero chi è privo in tutto o in parte della capacità di agire);
  • se gli arbitri non si sono attenuti alle regole imposte dalle convenzioni arbitrali come condizioni di validità del lodo;
  • se non è stato osservato nel procedimento arbitrale il principio del contraddittorio.
  1. B) Altre modalità di conciliazione e arbitrato previste dalla contrattazione collettiva

Nella nuova formulazione prevede che la conciliazione e l’arbitrato, nelle materie di cui all’articolo 409 c.p.c., possono essere svolti altresì presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative.

  1. C) Altre modalità di conciliazione e arbitrato

La disposizione prevede che ferma la facoltà delle parti di proporre una causa dinanzi all’autorità giudiziaria, ovvero, di avvalersi delle procedure di conciliazione e di arbitrato previste dalla legge, le controversia possono essere altresì proposte innanzi al Collegio di Conciliazione e arbitrato irritale costituito ad hoc secondo quanto previsto dalla disposizione, ovvero un Collegio di Conciliazione e Arbitrato è composto da un rappresentante di ciascuna delle parti e da un terzo membro, in funzione di Presidente, scelto di comune accordo dagli arbitri di parte tra i professori universitari di materie giuridiche e gli avvocati ammessi al patrocinio davanti alla Corte di cassazione.

Quanto alle forme di devoluzione in arbitri nel caso di specie, la parte che intenda ricorrere al collegio di conciliazione e arbitrato notifica all’altra parte un ricorso sottoscritto, salvo che si tratti di una pubblica amministrazione, personalmente o da un suo rappresentante al quale abbia conferito mandato e presso il quale deve eleggere il domicilio.

Il ricorso deve contenere la nomina dell’arbitro di parte e indicare l’oggetto della domanda, le ragioni di fatto e di diritto sulle quali si fonda la domanda stessa, i mezzi di prova e il valore della controversia entro il quale si intende limitare la domanda. Il ricorso deve contenere il riferimento alle norme invocate dal ricorrente a sostegno della sua pretesa e l’eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento e dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari.

Se la parte convenuta intende accettare la procedura di conciliazione e arbitrato, deve nominare il proprio arbitro di parte.

L’arbitro nominato dalla parte convenuta provvede, entro trenta, giorni dalla notifica del ricorso procede, ove possibile, concordemente con l’altro arbitro, alla scelta del presidente e della sede del collegio.

Ove ciò non avvenga, la parte che ha presentato ricorso può chiedere che la nomina sia fatta dal presidente del Tribunale nel cui circondario è la sede dell’arbitrato.

Se le parti non hanno ancora determinato la sede, il ricorso è presentato al Presidente del Tribunale del luogo in cui è sorto il rapporto di lavoro o ove si trova l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto.

In caso di scelta concorde del terzo arbitro e della sede del Collegio, la parte convenuta, entro trenta giorni da tale scelta, deve depositare presso la sede del collegio una memoria difensiva esponendo le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, le eventuali domande in via riconvenzionale e l’indicazione dei mezzi di prova.

Entro dieci giorni dal deposito della memoria difensiva della parte convenuta, il ricorrente può depositare presso la sede del collegio una memoria di replica senza modificare il contenuto del ricorso. Nei successivi dieci giorni il convenuto può depositare presso la sede del collegio una controreplica senza modificare il contenuto della memoria difensiva.

Il collegio fissa il giorno dell’udienza, da tenere entro trenta giorni dalla scadenza del termine per la controreplica del convenuto, dandone comunicazione alle parti, nel domicilio eletto, almeno dieci giorni prima. All’udienza il Collegio esperisce il tentativo di conciliazione. Se la conciliazione riesce, si applicano le disposizioni dell’articolo 411, commi primo e terzo, c.p.c. venendo quindi redatto verbale di conciliazione.

Se la conciliazione non riesce, il Collegio provvede, ove occorra, a interrogare le parti e ad ammettere e assumere le prove, altrimenti, invita all’immediata discussione orale.

Nel caso di ammissione delle prove, il Collegio può rinviare ad altra udienza, a non più di dieci giorni di distanza, l’assunzione delle stesse e la discussione orale.

La controversia è decisa, entro venti giorni dall’udienza di discussione, mediante un lodo. Il lodo emanato a conclusione dell’arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, produce tra le parti gli effetti di cui agli articoli 1372, avendo forza di legge tra le parti, e 2113, quarto comma del codice civile.

I costi. Quanto ai costi del presente procedimento, il compenso del Presidente del Collegio è fissato in misura pari al 2% del valore della controversia dichiarato nel ricorso ed è versato dalle parti, per metà ciascuna, presso la sede del Collegio mediante assegni circolari intestati al presidente almeno cinque giorni prima dell’udienza. Ciascuna parte provvede a compensare l’arbitro da essa nominato.

Le spese legali e quelle per il compenso del presidente e dell’arbitro di parte, queste ultime nella misura dell’1 per cento del suddetto valore della controversia, sono liquidate nel lodo ai sensi degli articoli 91, primo comma, e 92.

Clausola compromissoria per il settore privato. Quanto alle clausole compromissorie, con le quali le parti si accordano per devolvere ad arbitri le controversie aventi ad oggetto le materie di cui all’articolo 409 c.p.c., le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 c.p.c. che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata dagli organi di certificazione. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi.

La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla “risoluzione del contratto di lavoro”. Si deduce, quindi, che la materia del licenziamento è sottratta alla decisione arbitrale.

Dalla formulazione utilizzata pare di poter affermare che siano da ritenere escluse dalle decisioni arbitrali anche le controversie aventi ad oggetto dimissioni, risoluzione consensuale. Si rileva poi che anche le controversie inerenti il pagamento del TFR e le spettanze di fine rapporto trovano origine nella risoluzione del contratto di lavoro.

Davanti alle Commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato.

Pubblico Impiego. Le disposizioni degli articoli 410, 411, 412, 412-ter e 412-quater del codice di procedura civile si applicano anche alle controversie di cui all’articolo 63, comma 1, del Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ovvero, in materia di rapporti di lavoro nel settore pubblico.

Per informazioni o approfondimenti, si consiglia di rivolgersi all’ufficio vertenze sindacale della CGIL.