Lavoro a turni: misure di prevenzione e protezione

Appare evidente dunque come, nell’organizzazione del lavoro a turni, si debbano tenere in considerazione non soltanto le necessità produttive, ma anche i condizionamenti di carattere fisiologico, psicologico e sociale sopracitati.

Organizzazione dei cicli di turnazione secondo criteri ergonomici

L’organizzazione dei turni di lavoro è sempre suscettibile di miglioramento. Infatti una organizzazione datata e mal disegnata può risultare dannosa per la salute nel lungo periodo; d’altro canto anche l’introduzione di nuove tecnologie presuppone dei nuovi e continui fenomeni di adattamento ai mutati carichi di lavoro.

Una turnazione ben organizzata può risultare meno dannosa per lo stato di salute, può migliorare la soddisfazione del lavoratore e la sua produttività e risulta essere alla fine un vantaggio sia per l’azienda che per il lavoratore.

Prima di ricorrere all’organizzazione del lavoro su turni notturni è necessario valutare se i risultati da conseguire non possano essere raggiunti mediante la contemporanea adozione dell’orario ordinario e dell’orario flessibile.

E dove questa possibilità non fosse applicabile, è consigliabile restringere la necessità del ricorso a turni notturni solo nelle lavorazioni indispensabili, organizzando i tempi di lavoro secondo criteri ergonomici, al fine di preservare il benessere del lavoratore.

La ottimizzazione della organizzazione dei turni notturni è quindi il risultato di un complicato atto di bilanciamento e di compromesso di fattori organizzativi, personali, psicologici, sociali, medici ed economici.

I principali “punti critici” da prendere in considerazione nel disegno della gestione ed organizzazione del lavoro a turni sono, in linea di massima i seguenti:

  • lunghezza del turno lavorativo;
  • frequenza e velocità delle rotazioni dei turni (numero di giorni con lo stesso turno e loro alternanza);
  • regolarità e prevedibilità del turno;
  • direzione della rotazione;
  • numero delle notti consecutive di lavoro notturno;
  • modalità di interposizione dei giorni di riposo nel ciclo di turnazione;
  • presenza di turni nel fine settimana;
  • orario di inizio e fine dei turni;
  • durata dei turni in particolari condizioni di lavoro (per es. esposizione a sostanze tossiche, lavoro fisico pesante, lavoro in solitario, lavori che implichino un notevole livello di attenzione e vigilanza);
  • orario prolungato e straordinario;
  • gestione delle squadre di lavoro.

                                          Durata del turno lavorativo

La durata dei turni lavorativi dovrebbe essere compresa, in generale, tra le 6 e le 8 ore. Infatti tale modello di turnazione consente una minore alterazione del ritmo sonno/veglia, e una più omogenea distribuzione del tempo libero per un migliore sviluppo dei contatti sociali.

Come criterio generale, è consigliabile regolare la durata del turno in base all’impegno fisico e mentale della mansione eseguita, consentendo turni prolungati solo se l’impegno fisico non è elevato (lavori di tipo amministrativo, lavoro fisico leggero con pause adeguate) e se non vi sia esposizione a sostanze tossiche, facendo in modo che i turni di maggior durata siano compensati da pause più lunghe, prima della ripresa del turno successivo.

In ogni caso minimizzare sempre le occasioni in cui i turni superino le 8 ore.

In alcune realtà sono stati istituiti turni di 12 ore – anche di lavoro notturno – che possono rappresentare un serio rischio per la salute (stress, fatica, deficit di sonno, infortuni) ove non opportunamente bilanciati da misure compensative; essi sono spesso accettati solo perché danno luogo successivamente a un maggiore numero di ore libere.

In settori delicati come la Sanità e nel Socio Assistenziale, turni di 12 ore possono, inoltre, avere serie ripercussioni sulla qualità dell’assistenza.

Frequenza e velocità delle rotazioni

Quanto maggiore sarà la frequenza della rotazione (ad esempio uno o due turni alla mattina, seguiti da uno o due turni al pomeriggio, seguiti da uno o due turni notturni e due giornate di riposo) e tanto minore sarà la possibilità di alterare i ritmi circadiani e l’entità dei disturbi psicofisici connessi alla deprivazione di sonno, in quanto il lavoratore potrà compensare immediatamente con due giorni consecutivi di riposo.

Con questo schema di turnazione in ciclo continuo, l’attività lavorativa si estende anche al sabato e alla domenica e quindi i giorni di riposo alla fine del ciclo non coincidono sempre con il fine settimana.

Ciononostante esso può consentire una migliore gestione del tempo libero e degli impegni familiari e sociali.

Viceversa, un altro frequente schema di turnazione prevede il mantenimento del medesimo turno per 5 giorni consecutivi, con il mantenimento dei fine settimana liberi, ma con maggiore incidenza di disturbi legati allo spostamento dei ritmi circadiani, all’accumulo di sonno perduto e di fatica cronica, soprattutto a partire dal secondo-terzo giorno di lavoro notturno.

Direzione della rotazione

Esistono due tipi fondamentali di direzione di rotazione: la rotazione oraria (“forward rotation”) che consiste nella variazione dell’orario di lavoro “in ritardo di fase “(per esempio due turni di mattina, seguiti da due turni di pomeriggio, seguiti da due turni notturni), e la rotazione antioraria (“backward rotation”) o “in anticipo di fase “ (Notte-Pomeriggio-Mattino).

Nonostante talora i lavoratori sembrino preferire la rotazione in senso antiorario per il più lungo intervallo libero tra un ciclo e l’altro, la direzione della rotazione che si adatta meglio alle esigenze fisiologiche è quella “in ritardo di fase“, che asseconda il naturale allungamento del periodismo dei ritmi biologici (come dimostrato negli esperimenti in condizioni di completo isolamento), e consente un più lungo periodo di riposo tra un turno e l’altro, che facilita il recupero del sonno e della fatica.

La ragione fisiologica di ciò può essere meglio capita se si pensa a quel che succede nel fenomeno del jet-lag, disturbo causato dal rapido passaggio attraversando molti fusi orari, che risulta maggiore nei voli verso Est (senso antiorario) che verso Ovest (senso orario).

Un “jet-lag artificiale” può essere quindi maggiormente indotto da turni di lavoro a rotazione antioraria.

Numero delle notti consecutive di lavoro notturno

La rotazione a breve termine (rapida) consente di ridurre al massimo il numero delle notti consecutive di lavoro notturno (1-3), per limitare l’accumulo di deficit di sonno e le perturbazioni dei ritmi circadiani.

E’ opportuno inoltre inserire il giorno del riposo dopo il turno di notte per garantire un più facile e immediato recupero della fatica e del sonno.

Turni di fine settimana

La pausa di fine settimana ha un particolare valore psicologico e sociale, per cui è opportuno adottare cicli di turno non troppo lunghi ed il più possibile regolari e garantire il maggior numero possibile di weekend liberi (nei turni a ciclo continuo).

Durata dei turni in condizioni particolari di esposizione

Condizioni particolari sono per esempio temperature estreme, lavoro fisico pesante, lavori in solitario, esposizione a sostanze tossiche.

Per ciò che concerne il lavoro notturno con esposizione a sostanze tossiche, si rimanda a quanto già menzionato nei paragrafi precedenti.

Si deve tenere quindi in considerazione il fatto che la persona esposta possa essere “più vulnerabile di notte nei riguardi di alterazioni ambientali” come affermato nel preambolo della Direttiva Europea 93/104/EC del 23 novembre 1993.

L’analisi del rischio tossicologico nel lavoro a turni/notturno e la pianificazione e interpretazione del monitoraggio biologico nei turnisti non possono prescindere dalla possibile esistenza di tempi e velocità differenti di metabolizzazione e di effetto biologico per le diverse ore del giorno e della notte, che possono dipendere anche dalla durata del turno e dalla lunghezza dei periodi intervallari di riposo.

Altre importanti disposizioni organizzative possono essere:

  • organizzare i carichi di lavoro in modo che le componenti più pesanti/pericolose del processo vengano completate nelle prime ore del turno;
  • aggiustare il carico del lavoro in modo tale da impedire fenomeni di noia/monotonia, e quindi di allentamento dell’attenzione;
  • favorire la supervisione laddove il pericolo di incidenti/infortuni è più alto, e in modo particolare tra le 3.00 e 5.30 a.m., dove il rischio è maggiore (“zombie zone”), con particolare attenzione per i lavoratori più inesperti e/o di recente immessi nella turnazione notturna.

Straordinario

Evitare di aggiungere lavoro straordinario alla fine di un turno notturno; oltre che pericoloso per la fatica accumulata, ciò comporta una riduzione dei tempi di riposo e di tempo libero, rendendo più arduo il compenso sia in termini di ristoro energetico che di rapporti sociali.

Pause

Ottimizzare la possibilità di pause all’interno del turno lavorativo, in specie se notturno, in ambienti confortevoli e capaci di permettere anche dei pisolini (naps o micronaps) che, se anche di breve durata (15-20 minuti), possono alleviare la sonnolenza, migliorare la vigilanza, ridurre il senso di fatica.

Inizio e fine dei turni

E’ opportuno non iniziare troppo presto il turno del mattino (ad es. 05-06), posticipandolo preferibilmente alle 07, in modo da preservare l’ultima parte del sonno ricca di sonno REM.

Occorre inoltre valutare l’orario di inizio dei turni anche in funzione del tempo di pendolarismo.

Regolarità e prevedibilità del turno

Tale aspetto è molto importante dal punto di vista sociale: quanto più il ciclo di turnazione è regolare e comunicato con largo anticipo, tanto più si consente al lavoratore di programmare al meglio e mantenere i rapporti e i momenti di interazione familiare e sociale.

 Gestione delle squadre (gruppi) di lavoro

Per quanto riguarda la gestione delle squadre che si succedono nell’arco di una giornata è importante una attenta valutazione delle caratteristiche individuali, legate sia a fattori di predisposizione fisiologica (tipi serotini o mattutini) o all’età (preferendo non adibire a turni notturni individui con età anagrafica superiore ai 50 anni), sia alla maturata esperienza lavorativa e conoscenza tecnologica, favorendo nel contempo una rotazione delle squadre o dei singoli lavoratori.

Va inoltre considerato il fatto che, a causa del progressivo invecchiamento della popolazione lavorativa, del prolungamento dell’età pensionabile, e della riduzione della immissione di lavoratori giovani nel ciclo lavorativo determinata dal progresso tecnologico che comporta il permanere alle categorie inferiori dei lavoratori più anziani, questi ultimi verranno sempre più coinvolti nel lavoro notturno; da ciò deriva la necessità di elaborare una corretta strategia di coinvolgimento di tali soggetti, che possa favorirne l’elaborazione della motivazione, in considerazione anche del fatto che nell’anziano si modifica sia la quantità che la qualità del sonno.

È documentato da numerose analisi organizzative come non vi sia un sistema di turno “ottimale” o “migliore” di altri in generale, ma che ogni schema di turnazione debba essere pianificato e adottato tenendo conto delle specifiche condizioni di lavoro, delle peculiari richieste del compito, così come delle particolari caratteristiche individuali e sociali dei lavoratori interessati.

L’adozione di uno schema di orario di lavoro, in particolare di un nuovo schema di turnazione, è pertanto un problema molto delicato, che richiede l’attenta valutazione di aspetti sia di carattere generale che individuale.

Per quanto concerne gli aspetti di carattere generale, occorre considerare innanzitutto che i nuovi schemi di turnazione costituiscono spesso un supporto tecnico alla riorganizzazione della produzione, soprattutto in conseguenza dell’adozione di nuove tecnologie e di cambi o modifiche dell’organizzazione del lavoro, dei mezzi di produzione, della strutturazione dei reparti o delle aziende.

Le innovazioni tecniche determinano spesso modificazioni dei compiti e dei carichi di lavoro e, conseguentemente, della distribuzione temporale delle prestazioni lavorative.

Dal punto di vista individuale, i cambiamenti nell’organizzazione dei tempi di lavoro spesso entrano in conflitto con le abitudini di vita, in particolare per quanto riguarda i tempi di vita familiare (orari dei pasti e di sonno, lavoro domestico) e sociale (tempo libero, tempi di pendolarismo, partecipazione a gruppi sociali).

Tali problematiche possono essere affrontate in modo soddisfacente solo mediante un’attenta analisi delle caratteristiche e delle richieste dei compiti lavorativi da un lato e, dall’altro, con un’attiva partecipazione dei lavoratori alla pianificazione dei tempi e degli orari di lavoro.

Infatti gli aspetti sopracitati possono avere un diverso peso e una differente influenza nella definizione e adozione degli schemi di orario, per cui si possono prospettare soluzioni diverse in relazione a diversi fattori, quali per esempio: il settore lavorativo, le norme contrattuali, lo stato economico dell’azienda, il tipo di relazioni industriali, la forza sindacale, le caratteristi -che della popolazione lavoratrice (per es. donne), la collocazione territoriale dell’azienda, il livello socio-economico delle persone, l’organizzazione dei trasporti e dei servizi sociali.

In base ai criteri e metodi utilizzati il risultato finale può soddisfare in maniera più o meno adeguata le richieste di carattere psico-fisiologico e sociale delle persone interessate.

Pertanto, il coinvolgimento dei lavoratori nella definizione degli schemi di turnazione non costituisce soltanto una condizione basilare di partecipazione delle persone che devono sostenere le conseguenze delle decisioni prese, ma rappresenta altresì il solo modo per consentire loro di formulare l’esatta valutazione della situazione e, conseguentemente, di elaborare la motivazione all’accettazione del turno e avere quindi una migliore tolleranza del lavoro a orari inusuali.

A tale riguardo il ruolo informativo e formativo del medico competente risulta di particolare importanza.

Interventi compensativi

Vari interventi volti a compensare gli svantaggi determinati dal lavoro a turni sono stati proposti e adottati in questi ultimi anni, spesso in modo molto empirico in relazione alle diverse condizioni di lavoro e alle specifiche problematiche a livello di azienda o di settore.

Alcuni di questi sono rivolti unicamente a compensare i disagi o i disturbi: quello più estesamente (e spesso unicamente) considerato all’interno dei diversi contratti collettivi di categoria è costituito da una maggiorazione retributiva a compensazione del lavoro notturno e festivo.

ltre compensazioni possono essere rappresentate da interventi volti a migliorare l’igiene ambientale in modo da ridurre lo stress lavorativo (rumore, microclima, vibrazioni, esposizione a sostanze tossiche), ridurre i carichi di lavoro e i lavori che richiedano procedure particolari che comportino una sommatoria di rischi, nonché strategie di tipo premiale, ovvero la possibilità di fruire di “benefits” quali l’accesso gratuito a consulenze mediche specialistiche (per esempio al nutrizionista), poter usufruire di assicurazioni suppletive, facilitare la possibilità di corsi di aggiornamento per interessi individuali particolari e priorità nelle ferie.

Altre misure (“controvalori”) sono indirizzate, più appropriatamente, a ridurre o eliminare le cause degli inconvenienti o le conseguenze negative, come descritto di seguito:

  • riduzione delle ore di lavoro notturno, e/o dell’orario complessivo di lavoro;
  • incremento del numero dei riposi compensativi e dei giorni di ferie, in rapporto al numero dei turni notturni lavorati;
  • possibilità di passaggio al lavoro diurno ad intervalli periodici o in modo stabile dopo un determinato numero di anni in cui si è svolto il turno notturno;
  • garantire un adeguato training per i lavoratori che vengono adibiti per la prima volta ai cicli di turnazione notturna; organizzazione di seminari periodici sulle coping stategies;
  • accesso rapido ai servizi di emergenza: accesso alla camera di medicazione (con particolare attenzione all’addestramento della squadra di emergenza anche per interventi in orario notturno), gestione della organizzazione territoriale del servizio di emergenza;
  • accesso ai servizi di mensa (a seconda delle dimensioni dell’azienda) e predisposizione di spazi comuni appositi, dotati di forni a microonde o altri apparati che permettano di fruire di un pasto o di uno spuntino caldo. suddivisione di aree fumatori/ non fumatori, ove sia disponibile uno stipetto individuale ove riporre generi di conforto (bevande, alimenti);
  • messa a disposizione di appositi spazi/stanze tali da consentire il godimento di brevi pisolini nel corso del turno. in rapporto al tipo di lavoro ed alle caratteristiche del turno, sono preferibili pause frequenti e brevi, specie se il lavoro è pesante;
  • adeguato supporto in termini di organizzazione dei servizi sociali, mediante accordi con le compagnie di trasporto pubblico, con asili-nido e scuole materne; possibilità di facile accesso a negozi, banche.

Informazione e formazione per i lavoratori (coping strategies)

Questi interventi si svolgono nell’ottica di promuovere e sostenere appropriate risposte individuali volte ad attenuare gli effetti negativi e a favorire una migliore tolleranza, in particolare per quanto riguarda i seguenti aspetti:

  1. imparare ad adottare un comportamento adeguato e utile a superare i disagi/disturbi prodotti dal lavoro a turni/notturno;
  2. imparare a comunicare i propri disturbi e non ritenerli “ineluttabili componenti del lavoro”;
  3. dare suggerimenti riguardo agli aspetti tecnico-organizzativi della mansione che si svolge.

E’ opportuno che il medico competente promuova attività di informazione e formazione di gruppo sui principali comportamenti, riguardanti in particolare:

  • igiene del sonno
  • dieta adeguata e modalità di assunzione
  • uso/abuso di fumo / alcool / sostanze ipnoinducenti e stimolanti
  • tecniche favorenti il rilassamento
  • esercizio fisico e mantenimento di buone condizioni fisiche
  • come affrontare problematiche familiari
  • gestione della vita sociale e del tempo libero
  • sicurezza nella guida

In linea generale i principali suggerimenti che si possono dare sono descritti di seguito.

 Sonno

Le più valide misure per bilanciare il turno notturno riguardano “l’igiene del sonno” e consistono nel:

  • dormire in una stanza al buio (uso eventuale di maschera per occhi), il più possibile isolata dai rumori (uso eventuale di tappi auricolari) e ad idonea temperatura (16-18°c);
  • controllare e ridurre la rumorosità ambientale: staccare il telefono, avvisare familiari e amici degli orari dedicati al sonno, cercando la collaborazione di familiari e dei vicini di casa al riguardo;
  • mantenere un regolare tempo e ritmo di riposo, cercando di dormire almeno sei ore complessivamente.
  • provare a fare dei pisolini in diversi momenti della giornata per individuare la soluzione migliore;
  • non innervosirsi se non si riesce ad addormentarsi immediatamente, capire che uno stato di riposo anche senza sonno può avere lo stesso degli effetti benefici e permette il recupero di energie;
  • adottare idonee strategie che favoriscano l’addormentamento: fare una doccia o bagno rilassante prima di addormentarsi; dopo il turno di pomeriggio o quello notturno, trovare un momento che favorisca il “distacco psicologico”, fare una piccola passeggiata, leggere;
  • evitare l’uso di ipnoinducenti (se non sotto stretto controllo medico);
  • astenersi dall’abitudine al fumo: ciò evita fenomeni di “craving“, responsabili di risvegli durante il riposo diurno. la qualità del sonno migliora col tempo, dopo aver smesso di fumare;
  • prima della prima notte di turno notturno, dormire per almeno 2-4 ore nel pomeriggio, per ridurre l’affaticamento e la tendenza ad addormentarsi durante il turno di lavoro;
  • non impegnarsi in attività extralavorative (altri lavori) quando si è impegnati in turni notturni;
  • anticipare un po’ l’orario di coricamento prima del turno del mattino.

 Alimentazione

  • Non assumere un pasto troppo abbondante o bere troppi liquidi prima del riposo;
  • evitare bevande / cibi contenenti caffeina / alcool. ridurre l’assunzione di sale;
  • cercare di mantenere il più possibile gli stessi orari dei pasti, mangiare tranquillamente e dare tempo alla digestione;
  • evitare l’uso eccessivo di antiacidi. evitare cibi preconfezionati o freddi;
  • assumere il pasto caldo notturno prima della 01 a.m. oppure poco prima dell’inizio del turno;
  • mangiare fuori dall’area di lavoro, in aree separate e confortevoli;
  • compatibilmente alle esigenze del turno, condividere il pasto con i compagni di lavoro;
  • integrare i pasti principali con spuntini leggeri, prevalentemente a base di carboidrati, latte, frutta e verdura.

 Mantenere buone condizioni fisiche

  • Praticare un regolare esercizio fisico, preferibilmente all’aria aperta, per mantenere un buon livello di condizione fisica;
  • cercare di mantenere il B.M.I. a livelli inferiori a 25;
  • effettuare un leggero esercizio aerobico prima del coricamento (camminare a passo sostenuto, bicicletta, corsa leggera, nuoto);
  • evitare l’esercizio fisico intenso nelle tre ore che precedono il sonno.

 Organizzare la vita familiare

Organizzare e programmare in anticipo le attività comuni su base mensile, in modo da cementare e rafforzare i legami familiari;

  • richiedere un certo adattamento da parte dei familiari per il rispetto dell’orario di riposo e dei pasti.

 Mantenere i rapporti sociali

È importante mantenere il più possibile i normali rapporti sociali e legami con la società civile:

  • informare gli amici dei problemi e condizionamenti connessi agli orari di lavoro e accordarsi di conseguenza per i momenti di svago e divertimento;
  • partecipare ad attività di interesse sociale (gruppi / associazioni).

 Sviluppare attenzione nel luogo di lavoro

Promuovere periodici incontri con i colleghi di lavoro, i rappresentanti sindacali e i dirigenti sulle specifiche problematiche da affrontare in relazione al lavoro a turni;

  • tenersi adeguatamente informati sulle attività e strategie aziendali, soprattutto in termini di formazione e aggiornamento professionale;
  • non assumere bevande alcoliche durante il turno, né nel pasto che precede il turno,
  • fare attenzione soprattutto ai momenti nei quali si sente difficoltà a tenere gli occhi aperti o a mantenere le concentrazione (segnali di allarme) e riposarsi secondo pause prestabilite (possibilmente includendo dei brevi pisolini).

Lavoro a turni: rischi per la salute e la sicurezza

Effetti a breve termine. Interferenze sull’assetto biologico (jet-lag)

È noto che l’efficienza psico-fisica, e quindi anche lavorativa, non è uguale di giorno e di notte.

L’uomo infatti appartiene al gruppo degli “animali diurni” ed ha quindi associato il proprio stato di veglia e di attività alla luce del giorno e, di conseguenza, il periodo di riposo e di sonno alle ore notturne.

Questo comportamento sociale è dovuto anche alla fluttuazione ritmica delle varie funzioni psico-fisiologiche nell’arco delle 24 ore (“ritmi circadiani”), le quali presentano in generale livelli più elevati durante il giorno e più bassi durante la notte.

Per esempio, la temperatura corporea, indice integrato di funzionamento della macchina corporea, scende durante il sonno notturno ad un valore minimo di 35,5-36°C tra le ore 02.00 e 05.00 ed aumenta durante il giorno raggiungendo un massimo di 37-37,3°C tra le 16 e le 19.

Il lavoro a turni, e in particolare quello che comprende il turno notturno, obbliga il lavoratore ad invertire il normale ciclo “sonno-veglia” costringendolo a svolgere l’attività nel periodo usualmente dedicato al sonno e a riposare nel periodo usuale di veglia.

Tale “adattamento” comporta un progressivo spostamento di fase (e una riduzione di ampiezza) dei ritmi biologici, che è tanto maggiore quanto più elevato è il numero dei turni notturni successivi, ma senza raggiungere (se non in casi del tutto particolari) la completa inversione.

Il soggetto è pertanto esposto a uno stress continuo nel tentativo di adattarsi il più velocemente possibile ai diversi orari di lavoro, il che viene invariabilmente frustrato dalla loro continua rotazione.

Tale perturbazione della struttura ritmica gioca un ruolo importante nell’influenzare la salute e la capacità lavorativa.

I turnisti possono lamentare in maniera più o meno marcata una serie di sintomi comunemente conosciuti come sindrome del “jet-lag” (desincronizzazione temporale dopo un volo trans-meridiano), caratterizzata da senso generale di malessere e affaticamento, sonnolenza e insonnia, disturbi dispeptici, riduzione dei livelli di vigilanza e di performance, in particolare in determinati e complessi servizi alla persona (si pensi, ad esempio, ad alcuni reparti e/servizi ospedalieri, alle RSA, ecc.)

Disturbi e patologie del sonno

Praticamente tutti quelli che lavorano in turni, comprendenti la notte, sono affetti da transitori disturbi del sonno.

Secondo l’analisi comparata su più di 18000 turnisti di 11 paesi, i disturbi del sonno sono presenti nel 10-30% dei lavoratori giornalieri, nel 5-30% dei lavoratori turnisti senza turni notturni, nel 10-95% dei turnisti a rotazione con lavoro notturno, nel 35-55% dei turnisti con turno fisso notturno; negli ex-turnisti passati al lavoro giornaliero la frequenza si riduce al 15%.

La desincronizzazione del ritmo sonno-veglia, causata soprattutto dai turni di notte, determina disturbi del sonno sia in termini qualitativi che quantitativi.

Per quanto riguarda il turno di notte, la riduzione della durata del sonno diurno, nonché la riduzione della fase 2 e del sonno REM, è dovuta sia alla desincronizzazione dei ritmi circadiani (si sta cercando di dormire quando la temperatura corporea è più elevata e questo ostacola il sonno e provoca il risveglio) che alle inadeguate condizioni di riposo (esposizione a rumori molesti e alla luce).

Per quanto riguarda il turno del mattino, la riduzione della durata del sonno è in rapporto al risveglio anticipato: spesso i lavoratori non si coricano sufficientemente presto la sera, malgrado si debbano alzare molto presto al mattino, e questo sia per l’esigenza di mantenere i rapporti famigliari che per la naturale difficoltà ad addormentarsi nelle ore fra le 20 e le 22.

Ciò evidenzia come un elevato numero di turni consecutivi notturni o mattutini determinino un “debito” di sonno.

Per converso, il sonno più lungo (8-9 ore) è stato rilevato dopo due turni pomeridiani e fra due giorni liberi.

L’international Classification of Sleep Disorders ha ufficialmente incluso il “Disturbo del sonno da lavoro a turni costituito da “sintomi di insonnia o sonnolenza eccessive che intervengono come fenomeni transitori in relazione agli orari di lavoro”.

Tale disturbo può essere definito come “acuto” (di durata di 7 giorni o meno), “subacuto” (durata maggiore di 7 giorni e minore di 3 mesi) o “cronico” (superiore a 3 mesi).

A lungo andare tale condizione, oltre a portare a gravi e persistenti disturbi del sonno, favorisce il manifestarsi di sindromi neuro-psichiche, quali l’affaticamento cronico, atteggiamenti comportamentali negativi, ansia e depressione cronica, che spesso richiedono la somministrazione di farmaci ipnoinducenti e/o psicotropi.

Le alterazioni del sonno possono costituire a loro volta un ulteriore fattore di rischio per altri disturbi o malattie psicosomatiche prevalenti tra i turnisti, quali quelle gastrointestinali e cardiovascolari.

 Disturbi digestivi

I disturbi a carico dell’apparato gastroenterico interessano dal 20 al 75% dei turnisti che svolgono anche lavoro notturno contro il 10-20% dei lavoratori a giornata.

L’insorgenza dei disturbi è certamente favorita dal cambiamento delle normali abitudini alimentari, condizionate dagli orari e dalla qualità dei cibi, ed è maggiormente evidente nel caso dei turni notturni.

Nel caso in cui i turnisti mangino a casa, l’orario dei pasti è anticipato o ritardato in relazione all’orario di inizio dei turni; nel caso in cui essi mangino al lavoro, il pasto, il più delle volte di qualità non ottimale, è assunto velocemente nelle brevi pause consentite.

I turnisti notturni, a causa della chiusura delle mense, mangiano spesso cibi preconfezionati e talvolta abusano di bevande stimolanti, alcolici e tabacco.

Inoltre, il turnista notturno, se vuole assumere il pasto di mezzogiorno con i famigliari, è costretto ad interrompere forzatamente il sonno.

Gli alimenti consumati nelle mense aziendali possono essere spesso lavorati con grassi e accentuare la sensazione di pesantezza e sonnolenza: ciò, a lungo andare, può favorire o incrementare i problemi e i disordini del sistema digestivo.

Come concausa agiscono inoltre il frequente abuso di caffeina (o bevande contenenti caffeina) per sostenere la vigilanza durante il turno di lavoro.

Fatica, errori e infortuni

La riduzione circadiana dei livelli di attenzione e vigilanza nelle ore notturne, in associazione al deficit di sonno e a un più forte senso di affaticamento, riduce l’efficienza lavorativa e aumenta la possibilità di errori e infortuni.

Gli studi riguardanti gli incidenti lavorativi fra i turnisti sono comunque abbastanza controversi: alcuni riportano più incidenti nei turni notturni, altri in quelli diurni, altri ancora segnalano incidenti meno frequenti, ma più gravi di notte.

Oltre all’interferenza di molte altre variabili, i differenti riscontri possono essere spiegati considerando, da una parte, i diversi settori e situazioni lavorative esaminate (carichi di lavoro, minore o maggiore rischio di incidenti, misure di sicurezza, compiti specifici) e, d’altra parte, tenendo in considerazione che le condizioni lavorative sono raramente, o quasi mai, le stesse di giorno e di notte.

Infatti, la riduzione della performance psicofisica durante la notte non è necessariamente associata ad una più alta frequenza di incidenti, dato che possono interagire molti altri fattori legati all’organizzazione del lavoro (per es. riduzione delle attività)

Alcuni studi hanno stimato che il rischio relativo di incidenti, in sistemi a 3 turni di 8 ore a rotazione, in condizioni di lavoro comparabili, aumenta del 18% nel turno del pomeriggio e del nel turno di note, rispetto al turno del mattino.

Altri studi hanno evidenziato che il rischio aumenta anche con l’aumento del numero di turni notturni lavorativi in successione, essendo maggiore del 6% nella seconda notte, del 17% nella terza e del 36% nella quarta.

Anche la durata del turno risulta essere un fattore cruciale; varie indagini hanno evidenziato un aumento esponenziale degli incidenti dopo l’ottava ora di lavoro, stimando un raddoppio del rischio nei turni di durata di 12 ore rispetti a quelli di 8 ore, ove non ci sia una corrispondente riduzione dei carichi di lavoro o l’introduzione di pause adeguate.

Vale sempre la pena ricordare che alcuni dei più rilevanti incidenti lavorativi di questi ultimi anni (per es. Three Mile Islands, Chernobyl, Bophal, Exxon Valdes, Challenger Space Shuttle) sono avvenuti durante le ore notturne (tra la mezzanotte e le 06) e che in tutti è stato invocato, come importante fattore concausale, il cosiddetto “errore umano”, verosimilmente connesso a deficit di sonno, decadimento dell’attenzione e della performance, desincronizzazione biologica, fatica derivante da prolungati periodi di attività.

 Rischio tossicologico

Il lavoro a turni può influenzare il livello di rischio tossicologico in relazione, da un lato, a tempi e velocità differenti di metabolizzazione e di effetto biologico in funzione delle diverse ore del giorno  della notte in cui avviene l’esposizione e, dall’altro, a tempi e modalità diverse di accumulo e di escrezione a seconda della durata del turno, delle ore di intervallo tra i successivi periodi di lavoro, della diversa interposizione e durata dei giorni di riposo.

Tutti questi fattori possono quindi concorrere nel favorire o meno un eccessivo accumulo di diverse sostanze tossiche, con conseguente superamento del limite biologico di accettabilità e diversa intensità dell’effetto.

Interferenze sul piano sociale

Nel manifestarsi dei disturbi sopracitati svolge senz’altro un ruolo concausale anche la contemporanea desincronizzazione temporale sul piano familiare e sociale.

I turnisti infatti si trovano frequentemente fuori fase rispetto ai tempi sociali e incontrano maggiori difficoltà nella loro vita di relazione, dal momento che la maggior parte delle attività sia in ambito familiare che sociale sono organizzate in base ai ritmi giornalieri, o settimanali, della popolazione generale.

Conseguentemente il lavoro a turni determina una oggettiva interferenza tra la pianificazione dei tempi del lavoratore (orari di lavoro, pendolarismo, tempo libero) e la complessa organizzazione delle attività sociali, soprattutto quando queste riguardano gruppi di persone o richiedono contatti periodici.

Risulta pertanto più difficile programmare e mantenere le usuali relazioni (ad es. incontri con amici, accesso a luoghi di ritrovo, partecipazione a spettacoli, manifestazioni sportive, politiche, ecc.) cosicché il lavoro a turni può costituire spesso un fattore di parziale emarginazione sociale.

Il lavoro a turni può inoltre interferire nella coordinazione degli orari familiari in relazione a molteplici aspetti quali la composizione familiare (ad es. numero ed età dei figli, persone conviventi), gli impegni personali (ad es. scuola, lavori domestici), la disponibilità di servizi pubblici (ad es. trasporti, orari dei negozi).

La “pressione del tempo” è una condizione costante di coloro che hanno carichi familiari (ad es. donne con figli) e ciò può avere ripercussioni negative sia sul rapporto di coppia che per quanto riguarda l’educazione e l’accudimento dei figli.

Tali interferenze in ambito familiare e sociale sono spesso lamentate dai turnisti (soprattutto donne) in maniera maggiore rispetto a quelle di carattere biologico e, spesso, costituiscono la causa prevalente di mal-adattamento al lavoro a turni, favorendo disturbi e patologie a carattere psicosomatico.

D’altro canto tuttavia occorre riconoscere che il lavoro a turni può consentire un uso più flessibile dei tempi di vita giornalieri favorendo particolari necessità o esigenze quali, per esempio, accesso agli uffici pubblici, studio, svolgimento di altre attività lavorative o hobbies.

Patologie dell’apparato gastro-enterico

La maggior parte degli studi epidemiologici effettuati in questi ultimi 50 anni hanno evidenziato fra i turnisti una più alta incidenza di disturbi e patologie gastrointestinali, quali gastrite cronica, gastroduodenite, ulcera peptica e colite.

Effetti sulla sfera psico-affettiva

I lavoratori a turni, soprattutto quelli che svolgono lavoro notturno, manifestano più degli altri lavoratori che lavorano di giorno un insieme di sintomi quali fatica cronica, nervosismo, ansia, problemi della sfera sessuale e depressione, con un conseguente aumento dell’uso di ipnoinducenti e ansiolitici.

Alcuni di questi sintomi sono connessi in parte alla perdita di sonno e alla fatica cronica, in parte all’interferenza con le proprie attività nella famiglia e nella società.

Queste interferenze con i ruoli famigliari, soprattutto per le donne, e alcuni tratti di personalità, sono fra i fattori favorenti una maggior vulnerabilità ai disturbi di carattere psicosociale in alcuni soggetti e possono giocare un ruolo anche in altre malattie con componente psicosomatica (gastrointestinali e cardiovascolari).

Risulta difficile valutare la frequenza e la gravità di tali disturbi a causa della variabilità dei metodi di indagine utilizzata dai vari autori.

In questo campo, il limite fra “normale” e “anormale” non è spesso ben definibile o facilmente rilevabile ed è questo il motivo per cui è importante adottare metodi standardizzati e procedure omogenee.

Alcuni studi hanno rilevato una maggiore prevalenza di disturbi nevrotici, quali eccessiva irritabilità, ansia e depressione, che hanno richiesto trattamento farmacologico di media durata e ospedalizzazione, in lavoratori impiegati su tre turni a rotazione, e soprattutto in quelli impiegati su turno fisso notturno, se confrontati con lavoratori impiegati su due turni.

Altri studi hanno fatto rilevare un’alta frequenza di disturbi di tipo psicologico in donne turniste dopo l’introduzione del turno notturno.

In altri gruppi di lavoratori turnisti – infermiere – è stata rilevata una significativa correlazione fra disturbi psicologici minori e i livelli di nevroticismo e di ansia cognitiva.

Il malessere psicologico determinato dalla necessità di lavorare in orari inusuali può essere attenuato con un atteggiamento mentale proattivo nei confronti del lavoro a turni adottando adeguate modalità di coping.

Patologie cardiovascolari

Lo stress provocato dal lavoro a turni e dal lavoro notturno può avere effetti dannosi sul sistema cardiovascolare sia direttamente che indirettamente.

Il sistema neurovegetativo, attraverso la sua attivazione o la sua perturbazione, determina un aumento della risposta ormonale – soprattutto delle catecolamine e del cortisolo – con effetti sulla pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, i processi di aggregazione trombotica e il metabolismo dei glucidi e dei lipidi.

Le più sfavorevoli condizioni di lavoro, i già citati disturbi del sonno e alimentari, le modificazioni negli stili di vita, in particolare per quanto riguarda il fumo e l’assunzione di sostanze stimolanti, rappresentano un ulteriore significativo fattore di rischio nei turnisti per l’insorgenza di patologie cardiovascolari.

Recenti studi epidemiologici hanno fatto osservare una aumentata incidenza di patologie cardiovascolari (in particolare di cardiopatia ischemica) associata all’anzianità di lavoro a turni e soprattutto fra quei lavoratori turnisti che per motivi di salute sono stati trasferiti a un lavoro diurno.

Per quanto riguarda il rischio di ipertensione, invece, i risultati dei pochi studi specifici effettuati sinora hanno dato risultati contrastanti e non conclusivi.

Effetti sulla salute delle donne

L’aumento della presenza delle donne nel mondo del lavoro ha fatto sì che esse vengano sempre più inserite nel lavoro a turni, fatta salva la tutela della maternità.

Alcuni autori riportano il dato della presenza di disordini mestruali nelle donne occupate su turni notturni se paragonate a donne occupate durante il giorno: tali disordini sono rappresentati da irregolarità del ciclo mestruale e dismenorrea.

Comunque, altri autori non hanno rilevato fra i fattori di ridotta fertilità, nelle lavoratrici a turni, le irregolarità mestruali.

Studi recenti hanno fornito risultati contraddittori relativamente al rapporto esistente fra lavoro a turni e infertilità (“incapacità a concepire dopo 12 mesi di rapporti non protetti”): alcuni studi hanno fatto rilevare un tempo di attesa maggiore per il concepimento, altri non hanno fatto rilevare alcuna differenza.

I risultati degli studi pubblicati sul lavoro a turni e la salute riproduttiva suggeriscono che alcune forme di orario di lavoro “non standard” possono essere associate con un maggior rischio riproduttivo, soprattutto in riferimento all’abortività spontanea, al parto pretermine e al basso peso alla nascita.

Malgrado persistano delle ambiguità è prudente quindi considerare il lavoro su turni un possibile rischio per la riproduzione.

Quindi opportuno considerare il temporaneo passaggio al lavoro diurno per le giovani donne turniste che hanno difficoltà a rimanere gravide (una volta escluse altri fattori organici); mentre una volta accertata la gravidanza, la legislazione italiana contempla l’esenzione obbligatoria dal turno notturno fino al compimento del primo anno di età del bambino; dopodiché la donna può riprendere il lavoro notturno, ma solo previo suo assenso (almeno fino al compimento del terzo anno di età del bambino).

Assenteismo per malattia

L’assenteismo può essere un mezzo indiretto per valutare lo stato di salute dei lavoratori, sebbene spesso non sia un indice affidabile di morbilità.

Anche su questo tema, a parte l’influenza dei fattori connessi sia con gli aspetti organizzativi (ad es. carichi di lavoro, lavoro straordinario, condizioni ambientali) che con le condizioni socioeconomiche (per es. necessità finanziarie, tasso di disoccupazione, incentivi), come pure con le caratteristiche individuali (età, motivazione), alcuni autori hanno sottolineato l’importanza anche di fattori temporali quali: schemi di rotazione, frequenza di rotazione, orario di inizio e di fine del turno, lavoro a turni precedente.

È molto difficile delineare una conclusione chiara, essendo questo un argomento molto complicato da interpretare in generale.

Per quel che riguarda i turnisti, oltre alle variabili sopra menzionate e al fattore di autoselezione costantemente presente, possono emergere altri fattori che possono confondere o modificare i dati.

È degna di nota la comune osservazione (espressa da tanti autori) che i turnisti possono manifestare una più alta frequenza di disturbi o patologie, e sono peraltro meno propensi ad assentarsi dal lavoro rispetto ai lavoratori diurni.

Tale comportamento è stato variamente interpretato. Alcuni considerano che molte assenze fra i lavoratori giornalieri potrebbero essere attribuite ad un ritardato arrivo al lavoro, in quanto essi devono viaggiare nelle ore di punta di traffico.

Altri ritengono che possano essere influenzate dalle necessità di usufruire di servizi (per es. andare dal medico, in banca, ecc.) che il più delle volte sono disponibili solo durante l’orario di lavoro diurno.

D’altra parte alcuni ritengono che i lavoratori turnisti abbiano un maggiore senso di solidarietà, che spesso li spinge ad essere presenti nonostante le ridotte condizioni psicofisiche, in quanto un’assenza inaspettata causa maggiori problemi nel caso dell’avvicendamento dei turni che non nel lavoro giornaliero.

Altri enfatizzano differenze nella percezione, valutazione e manifestazione dei disturbi, che i turnisti spesso accettano come “parte del lavoro”, mentre i giornalieri tendono maggiormente a sottoporli ad un controllo medico.

Fattori che possono influire sulla tolleranza al lavoro a turni

L’adattamento al lavoro a turni comprendente il lavoro notturno e la tolleranza nei confronti dei suoi possibili effetti sul benessere (fisico, psichico e sociale) variano ampiamente tra i lavoratori; la maggior parte di essi, a breve o a lunga distanza dall’inizio dell’attività lavorativa, manifesta insoddisfazione, disturbi o malattie di variabile natura e intensità e circa il 15-20% dei turnisti è costretto ad abbandonare il lavoro a turni e/o notturno.

Numerosi studi hanno valutato l’associazione tra molteplici fattori di natura individuale, occupazionale, socio-ambientale e familiare ed il grado di adattamento o di intolleranza (Vedi tabella).

Tra i fattori individuali, l’età è stata correlata a una maggiore incidenza di effetti avversi sulla salute dei lavoratori a turni e/o notturni.

Ciò potrebbe, almeno in parte, essere dovuto alla crescente difficoltà a dormire durante il giorno e/o al più lento adattamento dei ritmi circadiani a partire dall’età di 40 anni.

La tolleranza al lavoro a turni nei due sessi non è stata ancora adeguatamente studiata. Alcuni studi  hanno sostenuto che le donne sviluppano prima degli uomini disturbi attribuibili al lavoro a turni.

Le donne potrebbero presentare una minore tolleranza rispetto agli uomini in rapporto ad un maggiore impegno nelle mansioni domestiche e nella cura dei figli e/o a fasi del ciclo mestruale.

Uomini e donne sono invece risultati simili nella risposta alle alterazioni dei ritmi circadiani e del sonno conseguenti al lavoro notturno.

L’organizzazione del lavoro, in particolare l’organizzazione degli schemi di turnazione (vedi tabella), può essere determinante per la tolleranza al lavoro.

Occorre peraltro considerare che alcuni dei fattori elencati nella tabella possono avere, a seconda delle diverse circostanze, un’influenza a volte negativa e a volte positiva sulla tolleranza al lavoro a turni.

Essi possono inoltre interagire fra loro, dando origine a possibili effetti additivi o moltiplicativi, ma anche sottrattivi,cosicché è spesso molto difficile valutare a priori l’effetto dannoso del lavoro a turni in gruppi diversi e nei singoli individui.

Per questo i soggetti che svolgono lavoro a turni e/o notturno possono sviluppare una sindrome da mal-adattamento in età diverse, dopo un periodo variabile dall’inizio dell’attività lavorativa, e di differente intensità.

In conclusione, è presumibile che l’intolleranza al lavoro a turni e/o notturno nel primo o nel secondo anno di lavoro sia più frequentemente dovuta a problemi di adattamento a breve termine dei ritmi circadiani (in particolare il ritmo sonno/veglia); l’intolleranza a lungo termine sembra invece maggiormente associata ad altri fattori personali, lavorativi e/o sociali.

Il mal adattamento o l’intolleranza possono essere considerati il risultato di interazioni fra le perturbazioni dei ritmi biologici e della vita di relazione, che possono agire in modo diverso nei diversi soggetti, a seconda delle specifiche situazioni personali, familiari, lavorative e sociali.

Le caratteristiche che sono risultate associate (spesso in modo non definitivo) con una ridotta tolleranza al lavoro a turni e/o notturno non devono necessariamente indurre a discriminare i lavoratori che le presentano.

Piuttosto il Medico Competente, nello svolgere le visite di sorveglianza sanitaria, dovrà informarli sulle possibili ripercussioni del lavoro a turni e/o notturno sul loro benessere e sulle migliori strategie per limitare le conseguenze indesiderate del lavoro.

 

Lavoro a turni: interferenze sulla sfera biologica, lavorativa e sociale

È ormai assodato che il lavoro in turni, soprattutto quello comprendente i turni notturni, costituisce un’oggettiva condizione di stress per l’organismo, che può avere significative ripercussioni sulle condizioni di salute, in particolare per quanto riguarda:

  1. l’assetto biologico: in quanto, attraverso lo sconvolgimento del ciclo sonno/veglia, induce una significativa perturbazione della normale ritmicità circadiana delle funzioni biologiche e quindi delle condizioni psicofisiche della persona;
  2. l’efficienza lavorativa: la quale dipende dalle fisiologiche fluttuazioni della performance nell’arco delle 24 ore, connessa sia alla durata che alla collocazione dell’orario di lavoro, con conseguente maggior rischio di errori e infortuni;
  3. lo stato di salute: il deterioramento delle condizioni di salute si può manifestare soprattutto con disturbi del sonno e della funzione digestiva e, a lungo andare, con più importanti patologie prevalentemente a livello gastrointestinale, neuropsichico e cardiovascolare, oltre che con significative interferenze con la funzione riproduttiva femminile e, probabilmente, come aumentato rischio di tumori;
  4. le condizioni di vita familiare e sociale: connesse a difficoltà nel mantenere le consuete relazioni interpersonali, con conseguenti influenze negative sul rapporto di coppia, la cura dei figli e i contatti sociali.

È chiaro che tali interferenze possono differire in maniera significativa in relazione, da un lato, alla strutturazione dei turni e degli orari e, dall’altro, alle condizioni personali e sociali delle persone interessate; ciò verrà ripreso in maggior dettaglio nei paragrafi successivi.

Vale comunque la pena di rilevare che la maggior parte degli studi relativi al lavoro a turni riguardano quello comprendente il lavoro notturno, ed è quindi estremamente difficile estrapolare le problematiche connesse con i soli turni diurni.

È comunque ovvio che ove non vi sia il turno notturno si riducono sensibilmente le interferenze sui ritmi circadiani e sul normale ciclo sonno/veglia, pur se possono permanere significative interferenze sul sonno, sugli  orari dei pasti principali e sulle attività di relazione.

Turni di lavoro: la comunicazione

Un aspetto importante riguarda la comunicazione dei turni di lavoro, atteso è interesse dei prestatori di lavoro chiedere che questi siano organizzati con congruo anticipo, la contrattazione, anche di posto di lavoro, può prevedere un limite entro il quale i turni devono essere comunicati.

La nostra tesi è che in realtà questo costituisca un vero e proprio obbligo del datore lavoro il quale, solo in casi veramente eccezionali, può variare la programmazione dei turni già comunicata.

A ben vedere, agli obblighi dei lavoratori di diligenza, obbedienza e fedeltà, corrispondono gli obblighi del datore di lavoro che è tenuto:

  • “ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro», ai sensi dell’art. 2087 Codice Civile.”;
  • “a comportarsi secondo le regole della correttezza, in virtù dell’art. 1175 del c.c., essendo il creditore della prestazione”;
  • “ad eseguire il contratto seconda buona fede, ai sensi dell’art. 1375 c.c.”

Conseguentemente il datore di lavoro dovrebbe comunicare i turni ai lavoratori con congruo anticipo per permettere agli stessi di organizzare la propria vita, le attività extralavorative e le relazioni sociali, nonché il tempo da dedicare alla famiglia valori riconosciuti come aventi un elevato valore sociale.

Del resto a sostegno soccorre la Corte di Cassazione con sentenza n. 12962 del 21.5.2008, ha specificato che poiché il tempo libero ha una specifica importanza stante il rilievo sociale delle attività sportive, ricreative, culturali, sociali, politiche, scolastiche ecc., o anche di un secondo lavoro, nel caso in cui non sia prevista una clausola esclusiva i lavoratori hanno diritto a conoscere i propri turni di servizio con ragionevole preavviso, laddove ragionevole non può essere l’avviso dato solo il giorno precedente la prestazione lavorativa.

Lavoratori turnisti

Il lavoro a turni è disciplinato dal D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66 e dalla contrattazione collettiva cui la legge fa rinvio.
Il decreto definisce come lavoro a turni “qualsiasi metodo di organizzazione del lavoro anche a squadre in base al quale dei lavoratori siano successivamente occupati negli stessi posti di lavoro, secondo un determinato ritmo, compreso il ritmo rotativo, che può essere di tipo continuo o discontinuo, e il quale comporti la necessità per i lavoratori di compiere un lavoro a ore differenti su un periodo determinato di giorni o di settimane” e come lavoratore a turni “qualsiasi lavoratore il cui orario di lavoro sia inserito nel quadro del lavoro a turni”.

La legge non contiene una ricostruzione sistematica del lavoro a turni, limitandosi semplicemente ad elaborarne (con il Decreto 66/2003) la definizione.

Frammenti di disciplina vengono introdotti solo indirettamente come eccezioni all’applicazione di altri istituti quali:

  1. riposo settimanale (art. 9 co. 2 lett. a);
  2. riposo giornaliero (art. 17 co. 3 lett. a);

Con riferimento alle ipotesi di riposo settimanale, infatti, il Decreto 66 introduce una deroga al principio secondo il quale “il lavoratore ha diritto ogni sette giorni a un periodo di riposo di almeno ventiquattro ore consecutive, di regola in coincidenza con la domenica, da cumulare con le ore di riposo giornaliero di cui all’articolo 7”, proprio con riferimento ai turnisti in tutti i casi in cui “il lavoratore cambi squadra e non possa usufruire, tra la fine del servizio di una squadra e l’inizio di quello della squadra successiva, di periodi di riposo settimanale”.

Analogamente si introduce (articolo 17 del Decreto 66/2003) la possibilità di prevedere nei contratti collettivi, ovvero in mancanza di disciplina collettiva attraverso un decreto del Ministero del Lavoro o di quello della Funzione Pubblica, la deroga al diritto al riposo giornaliero minimo di 11 ore consecutive per i turnisti in tutti i casi in cui “il lavoratore cambi squadra e non possa usufruire, tra la fine del servizio di una squadra e l’inizio di quello della squadra successiva, di periodi di riposo giornaliero”.

La direttiva UE 93/104/UE
Proprio con riferimento al lavoro a turni, si è registrata una certa incongruenza tra il Decreto 66/2003 e la Direttiva 93/104/CE, di cui il Decreto 66 costituisce il provvedimento interno di attuazione.

La norma comunitaria, infatti, prescriveva all’articolo 12 l’obbligo per gli Stati Membri, in sede di applicazione della Direttiva, di prendere le misure necessarie “affinché:

  1. i lavoratori notturni e i lavoratori a turni beneficino di un livello di protezione in materia di sicurezza e di salute adatto alla natura del loro lavoro;
  2. i servizi o mezzi appropriati di protezione e prevenzione in materia di sicurezza e di salute dei lavoratori notturni e dei lavoratori a turni siano equivalenti a quelli applicabili agli altri lavoratori e siano disponibili in qualsiasi momento”.

La norma interna non è intervenuta in sede di attuazione a disciplinare il profilo specifico legato alle misure per garantire la sicurezza dei lavoratori turnisti.

Il diritto del turnista alla programmazione del tempo libero

E’ noto che la legge prevede un limite alla variazione unilaterale della collocazione del tempo di lavoro per il dipendente assunto con contratto a a part-time  giustificato in ragione della necessità per il lavoratore di poter programmare il proprio tempo al fine di poter integrare la retribuzione in maniera tale da renderla adeguata ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione.

Tale limite si è per lungo tempo ritenuto insussistente con riferimento al rapporto di lavoro full time.

La giurisprudenza ha elaborato un limite analogo a carico del datore di lavoro anche con riferimento ai lavoratori full time turnisti.

In particolare, la Corte ha ritenuto che, in applicazione delle clausole generali di buona fede e correttezza nell’ambito del contratto di lavoro, sussista un impedimento alla libera modificabilità ovvero alla unilaterale determinazione dei turni da parte del datore di lavoro.

In sostanza, a parere della Corte, in capo al datore di lavoro ricadrebbe l’onere di rendere conoscibili con congruo anticipo tali turni, al fine di consentire al dipendente la libera organizzazione del proprio tempo di non lavoro.

Il fondamento di tale limite è stato rinvenuto dalla Cassazione nell’esigenza ineludibile di tutelare la dignità del lavoratore, il quale deve essere posto nelle condizioni di poter gestire il proprio tempo libero al quale è stata riconosciuta una “specifica importanza stante il rilievo sociale che assume lo svolgimento, anche per il lavoratore a tempo pieno, di attività sportive, ricreative o culturali, sociali,politiche, scolastiche ecc., o anche di un secondo lavoro, nel caso in cui non sia prevista una clausola di esclusiva”.

Tipologie di turno

I sistemi di turnazione possono essere estremamente diversificati in relazione a diversi fattori, quali:

– la durata del singolo periodo di turno: in prevalenza da 6 a 8-9 ore, ma può arrivare fino a 12 o ridursi a 4 (in caso di part-time);

– l’interruzione o meno nel fine settimana (turno continuo o discontinuo);

– la presenza e la frequenza del lavoro nel “periodo notturno” ;

– il numero di turni/lavoratori che si succedono nell’arco della giornata: in prevalenza sono impiegati 2 turni (Mattino e Pomeriggio) o 3 turni (aggiungendo la Notte) di 7-9 ore, o 4 turni di 6 ore (Mattino, Pomeriggio, Sera, Notte, nel cosiddetto “6×6”).

– la direzione della rotazione, in senso orario (M-P-N) o antiorario (P-M-N);

– la frequenza della rotazione: rapida (ogni 1-3 giorni), intermedia (ogni 4-7 giorni), lenta (quindicinale o oltre);

– la regolarità e la durata (breve, lunga) dell’intero ciclo di turnazione;

– l’ora di inizio e fine dei vari turni: in prevalenza 06-14-22.

I turni maggiormente impiegati si basano sul sistema “3×8”, a rotazione rapida (ogni 2-3 giorni) se a ciclo continuo, o a rotazione settimanale (su 5 giorni) se di tipo discontinuo. In alcuni settori vengono molto impiegati i turni di 6 ore (“6×6”) prevalentemente con interruzione domenicale.

Nei turni a rotazione rapida i giorni di riposo possono essere intervallati ai diversi turni (es. “2/1”: MMRPPRNNR) o alla fine del ciclo (es. “2/2/2/3” o continentale: MMPPNNRRR). Seppur meno frequentemente, vengono utilizzati anche turni di 12 ore con alternanza “giorno”, “notte” e riposo ogni 2 giorni (GGNNRR)

 Esempi
DENOMINAZIONE DEI TURNI

Turni 4
P
M/N
S
R
M
P
N
R
Turni 5
M
P
N
S
R
M
P
M
P
R
Turni 6
P
M
P
N
S
R
P
M
P
M
P
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Turni 9
M
M
P
P
N
N
S
R
R
Turni 8
M
M
P
N
N
N
S
R
Turni 10
M
M
P
P
R
M
N
S
R
Turno
Si sviluppa in
Op. necessari
Si ripete dopo
4
4
4
4 sett. 7 turni
5
5
5
5 sett. 7 turni
6
6
6
6 sett. 7 turni
8
8
8
8 sett. 7 turni
9
9
9
9 sett. 7 turni
10
10
10
10 sett. 7 turni

Turni di lavoro

Il lavoro a turni è disciplinato dal D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66 e dalla contrattazione collettiva cui la legge fa rinvio.
Il decreto definisce come lavoro a turni “qualsiasi metodo di organizzazione del lavoro anche a squadre in base al quale dei lavoratori siano successivamente occupati negli stessi posti di lavoro, secondo un determinato ritmo, compreso il ritmo rotativo, che può essere di tipo continuo o discontinuo, e il quale comporti la necessità per i lavoratori di compiere un lavoro a ore differenti su un periodo determinato di giorni o di settimane” e come lavoratore a turni “qualsiasi lavoratore il cui orario di lavoro sia inserito nel quadro del lavoro a turni”.

La legge non contiene una ricostruzione sistematica del lavoro a turni, limitandosi semplicemente ad elaborarne (con il Decreto 66/2003) la definizione.

Frammenti di disciplina vengono introdotti solo indirettamente come eccezioni all’applicazione di altri istituti quali:

  • riposo settimanale (art. 9 co. 2 lett. a);
  • riposo giornaliero (art. 17 co. 3 lett. a);

Con riferimento alle ipotesi di riposo settimanale, infatti, il Decreto 66 introduce una deroga al principio secondo il quale “il lavoratore ha diritto ogni sette giorni a un periodo di riposo di almeno ventiquattro ore consecutive, di regola in coincidenza con la domenica, da cumulare con le ore di riposo giornaliero di cui all’articolo 7”, proprio con riferimento ai turnisti in tutti i casi in cui “il lavoratore cambi squadra e non possa usufruire, tra la fine del servizio di una squadra e l’inizio di quello della squadra successiva, di periodi di riposo settimanale”.

Analogamente si introduce (articolo 17 del Decreto 66/2003) la possibilità di prevedere nei contratti collettivi, ovvero in mancanza di disciplina collettiva attraverso un decreto del Ministero del Lavoro o di quello della Funzione Pubblica, la deroga al diritto al riposo giornaliero minimo di 11 ore consecutive per i turnisti in tutti i casi in cui “il lavoratore cambi squadra e non possa usufruire, tra la fine del servizio di una squadra e l’inizio di quello della squadra successiva, di periodi di riposo giornaliero”.

La direttiva UE 93/104/UE
Proprio con riferimento al lavoro a turni, si è registrata una certa incongruenza tra il Decreto 66/2003 e la Direttiva 93/104/CE, di cui il Decreto 66 costituisce il provvedimento interno di attuazione.

La norma comunitaria, infatti, prescriveva all’articolo 12 l’obbligo per gli Stati Membri, in sede di applicazione della Direttiva, di prendere le misure necessarie “affinché:

  1. i lavoratori notturni e i lavoratori a turni beneficino di un livello di protezione in materia di sicurezza e di salute adatto alla natura del loro lavoro;
  2. i servizi o mezzi appropriati di protezione e prevenzione in materia di sicurezza e di salute dei lavoratori notturni e dei lavoratori a turni siano equivalenti a quelli applicabili agli altri lavoratori e siano disponibili in qualsiasi momento”.

La norma interna non è intervenuta in sede di attuazione a disciplinare il profilo specifico legato alle misure per garantire la sicurezza dei lavoratori turnisti.

Il diritto del turnista alla programmazione del tempo libero

E’ noto che la legge prevede un limite alla variazione unilaterale della collocazione del tempo di lavoro per il dipendente assunto con contratto a a part-time  giustificato in ragione della necessità per il lavoratore di poter programmare il proprio tempo al fine di poter integrare la retribuzione in maniera tale da renderla adeguata ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione.

Tale limite si è per lungo tempo ritenuto insussistente con riferimento al rapporto di lavoro full time.

La giurisprudenza ha elaborato un limite analogo a carico del datore di lavoro anche con riferimento ai lavoratori full time turnisti.

In particolare, la Corte ha ritenuto che, in applicazione delle clausole generali di buona fede e correttezza nell’ambito del contratto di lavoro, sussista un impedimento alla libera modificabilità ovvero alla unilaterale determinazione dei turni da parte del datore di lavoro.

In sostanza, a parere della Corte, in capo al datore di lavoro ricadrebbe l’onere di rendere conoscibili con congruo anticipo tali turni, al fine di consentire al dipendente la libera organizzazione del proprio tempo di non lavoro.

Il fondamento di tale limite è stato rinvenuto dalla Cassazione nell’esigenza ineludibile di tutelare la dignità del lavoratore, il quale deve essere posto nelle condizioni di poter gestire il proprio tempo libero al quale è stata riconosciuta una “specifica importanza stante il rilievo sociale che assume lo svolgimento, anche per il lavoratore a tempo pieno, di attività sportive, ricreative o culturali, sociali,politiche, scolastiche ecc., o anche di un secondo lavoro, nel caso in cui non sia prevista una clausola di esclusiva”.

 Esempi
DENOMINAZIONE DEI TURNI

Turni 4
P
M/N
S
R
M
P
N
R
Turni 5
M
P
N
S
R
M
P
M
P
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Turni 6
P
M
P
N
S
R
P
M
P
M
P
R
Turni 9
M
M
P
P
N
N
S
R
R
Turni 8
M
M
P
N
N
N
S
R
Turni 10
M
M
P
P
R
M
N
S
R
Turno
Si sviluppa in
Op. necessari
Si ripete dopo
4
4
4
4 sett. 7 turni
5
5
5
5 sett. 7 turni
6
6
6
6 sett. 7 turni
8
8
8
8 sett. 7 turni
9
9
9
9 sett. 7 turni
10
10
10
10 sett. 7 turni

Turni di lavoro e salute

Lavorare fuori dagli orari standard può condurre a disturbi del sonno,a disordini gastro-intestinali e ad un aumento del rischio di malattie cardiache.

Problemi digestivi

Ulcera peptica e altri disturbi gastrici sono cinque  volte superiori tra i lavoratori a turni con turni di notte,rispetto ai lavoratori diurni o ai turnisti senza turni di notte. La causa è una alimentazione sbagliata sia per quantità di cibo assunto sia per i tempi di assunzione:

  • il lavoro a turni interferisce con la pausa pranzo e durante la notte spesso le mense non sono disponibili:

– le persone mangiano a casa ma in anticipo o in ritardo sull’orario normale;

– mangiano al lavoro dove spesso i cibi sono freddi e non sempre di buona qualità;

  • il cibo è spesso consumato velocemente e in stanze non confortevoli durante una pausa troppo breve;
  • i lavoratori a turni e notturni bevono più caffè e altre bevande contenenti caffeina e fumano anche più tabacco; dosi elevate di caffeina e tabacco possono causare problemi digestivi;
  • il sistema digestivo è più suscettibile ad ammalarsi quando l’organismo è privato del sonno;
  • le abitudini alimentari non sono facili da cambiare ma disporre di un buon pasto e di una pausa appropriata,goduta in un locale accogliente, è importante.

Problemi cardiovascolari

I fattori di rischio più importanti per l’apparato cardio-vascolare dei lavoratori turnisti sono: disordini alimentari e del sonno,fumo di tabacco,stress e ansia. Le malattie di cuore individuate precocemente possono essere tenute sotto controllo,perciò la salute dei lavoratori a turni deve essere controllata regolarmente.

Disturbi del sonno

  • Il sonno,dopo aver lavorato di notte,è normalmente più corto e meno riposante
  • Le funzioni del cervello e del corpo sono più lente e con un rendimento inferiore al normale durante la notte e nelle prime ore del mattino.
  • La combinazione di perdita di sonno e lavoro effettuato quando il corpo ha un basso livello di energia può causare eccessivo affaticamento e sonnolenza.
  • Il debito di sonno che si accumula può avere grande influenza sul rendimento e aumentare il rischio di infarto.
  • Per disordini specifici del sonno (ad esempio apnee notturne) bisogna rivolgersi ad medico.

Per migliorare il lavoro a turni e ridurre la fatica si possono mettere in atto molte strategie: riguardano sia gli stili di vita sia l’organizzazione dei turni e le caratteristiche del lavoro.

Non è consigliabile assumere farmaci per dormire come soluzione a lungo termine, perché non producono sonno di buona qualità e ci si può sentire intontiti per qualche tempo dopo il risveglio, il che può interferire nella vita personale come nel lavoro.

Salute della donna

Sempre più donne sono state gradualmente impiegate in lavoro a turni e notturno man mano che le leggi che vietavano loro di lavorare di notte venivano abolite.

Le ricerche sui collegamenti tra salute delle donne e turni di lavoro non sono ancora definitive.

È stato prodotto un gran numero di studi,alcuni dei quali indicano una più alta incidenza di irregolarità nei cicli mestruali fra le lavoratrici turniste e un aumento del rischio di aborto spontaneo,prematurità e nascite sottopeso, come conseguenza degli orari irregolari.

Inoltre la vita delle donne è densa di complesse esigenze familiari,che possono anch’esse avere un peso significativo sulla salute. Tumore al seno: è un ipotesi ancora allo studio. Finché le ricerche sui possibili collegamenti con l’orario di lavoro a turni non saranno conclusive, il consiglio corrente è eseguire i controlli

periodici con la sistematicità prevista dai programmi di prevenzione nazionali.

Ansia e depressione sono più frequenti tra i lavoratori a turni:

  • una vita domestica e sociale felice è un’importante base per una buona salute mentale e i turni di lavoro possono metterla a dura prova;
  • frequenti cambiamenti di orario di lavoro sono psicologicamente ed emotivamente stressanti;
  • cercare di mantenere rapporti sociali e familiari sufficientemente soddisfacenti può portare il turnista ad organizzare la propria vita quotidiana con modalità stressanti e non sane quali il non dormire abbastanza o interrompere il sonno per mangiare con la famiglia;
  • i turni di lavoro possono interferire con i ruoli in famiglia;
  • il tempo trascorso con i figli può essere più limitato;
  • ci possono essere rapporti problematici con il partner;
  • quando la disponibilità di tempo varia continuamente,alcune persone trovano difficoltà nel mantenere le loro relazioni sociali;
  • la depressione è connessa alla fatica cronica;
  • quando una persona sente di non avere altre alternative che accettare i turni o il lavoro notturno il suo organismo può reagire negativamente producendo malattie psicosomatiche.

Alcune strategie per migliorare il sonno e le abitudini alimentari possono migliorare la sensazione generale di benessere,in particolare per chi lavora di notte. A chi ha problemi di ansia e depressione può essere utile rendere disponibile assistenza medica e psicologica nell’ambito dei programmi di sorveglianza sanitaria aziendale.

Pensione: lavoro a turni

Per tutelare i lavoratori impiegati in attività particolarmente faticose e pesanti il decreto legislativo 67/2011 ha introdotto, dal 1° gennaio 2008, una disciplina che consente di anticipare l’età pensionabile che è stata mantenuta, seppur con alcune modifiche, dalla Legge Fornero del 2011.

Destinatari. La normativa di favore è attivabile dai soli lavoratori dipendenti (sia del settore privato che del pubblico impiego) che abbiano svolto nell’arco della propria vita lavorativa talune attività individuate nell’articolo 1 del Dlgs 67/2011. Le attività in questione sono riconducibili alle seguenti quattro macro-categorie.

a) Lavoratori impegnati in mansioni particolarmente usuranti di cui all’articolo 2 del decreto del ministero del lavoro del 19 Maggio 1999.

Si tratta dei lavoratori adibiti a lavori svolti in galleria, cava o miniera; i lavori ad alte temperature; i lavori in cassoni ad aria compressa; le attività per l’ asportazione dell’ amianto; le attività di lavorazione del vetro cavo; i lavori nella catena di montaggio; lavori svolti dai palombari; lavori espletati in spazi ristretti.

  1. b) Lavoratori notturni come definiti e ripartiti ai soli fini del dlgs 67/2011 nelle seguenti categorie: 1) lavoratori a turni che prestano lo loro attività nel periodo notturno per almeno 6 ore per un numero minimo di giorni lavorativi all’anno non inferiore a 64; 2) lavoratori che prestano la loro attività per almeno 3 ore nell’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino per periodi di lavoro di durata pari all’intero anno lavorativo.
  2. c) i lavoratori alle dipendenze di imprese per le quali operano le voci di tariffa per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro indicati nell’elenco n. 1 contenuto nell’allegato 1 allo stesso dlgs 67/2011, cui si applicano i criteri per l’organizzazione del lavoro previsti dall’articolo 2100 del cc, impegnati all’interno di un processo produttivo in serie, contraddistinto da un rimo determinato da misurazione di tempi di produzione con mansioni organizzate in sequenze di postazioni, che svolgano attività caratterizzate dalla ripetizione costante dello stesso ciclo lavorativo su parti staccate di un prodotto finale, che si sostano a flusso continuo o a scatti con cadenze brevi determinate dall’organizzazione del lavoro o della tecnologia, con esclusione degli addetti a lavorazioni collaterali a linee di produzione, alla manutenzione, al rifornimento materiali, ad attività di regolazione o controllo computerizzato delle linee di produzione e al controllo qualità.
  3. d) i conducenti di veicoli, di capienza complessiva non inferiore a 9 posti, adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo.

Il periodo minimo di attività.  Per godere dei benefici è richiesta anche una ulteriore condizione: le attività sopra citate devono essere state svolte per almeno 7 anni, compreso l’anno di maturazione dei requisiti, negli ultimi dieci anni di attività lavorativa per le pensioni che vengono liquidate fino al 31 Dicembre 2017; per le pensioni aventi decorrenza dal 1° Gennaio 2018 tali attività devono essere state svolte invece per almeno la metà della vita lavorativa complessiva.

L’Età Pensionabile nei lavori usuranti. Il beneficio per questi lavoratori consiste nella possibilità di andare in pensione con il vecchio sistema delle quote se piu’ favorevole rispetto alle regole di pensionamento introdotte con la Riforma Fornero. Nello specifico gli usuranti possono andare in pensione, dal 1° gennaio 2016, con una anzianità contributiva minima di 35 anni, una età minima pari a 61 anni e 7 mesi ed il contestuale perfezionamento del quorum 97,6.

Lavoratori Notturni. I requisiti sopra indicati si applicano con riferimento anche ai lavoratori notturni che svolgono attività lavorativa per almeno 3 ore (nell’intervallo ricompreso tra la mezzanotte e le cinque) nell’intero anno lavorativo; oppure per almeno 6 ore (sempre nell’intervallo ricompreso tra la mezzanotte e le cinque) per almeno 78 giorni l’anno.

Se il lavoro notturno è svolto per meno di 78 giorni l’anno, i valori di età e di quota pensionistica sono aumentati di due anni se il lavoro notturno annuo è stato svolto per un numero di giorni lavorativi da 64 a 71 e di un anno se le giornate annue in cui si è svolto il lavoro notturno sono state da 72 a 77.

La Decorrenza. L’articolo 24, comma 17-bis del Dl 201/2011 ha previsto che per i soggetti che maturano i requisiti per il pensionamento in base alla disciplina appena esposta continuino a trovare applicazione la disciplina delle cd. finestre mobili di cui al Dl 78/2010. Pertanto dopo il perfezionamento dei requisiti anagrafici e contributivi è necessario attendere un ulteriore lasso di tempo (pari a 12 mesi) per la percezione del primo rateo.

Contributi misti. Il beneficio per gli usuranti, come detto, riguarda solo i lavoratori dipendenti. Tuttavia la domanda intesa ad ottenere il riconoscimento dello svolgimento di lavori particolarmente faticosi e pesanti può essere presentata anche da lavoratori dipendenti che raggiungono il requisito contributivo minimo cumulando la contribuzione versata in una delle Gestioni Speciali dei lavoratori autonomi (es. commercianti o artigiani). In tal caso i requisiti anagrafici ed il quorum sono innalzati rispettivamente di un anno ciascuno e la decorrenza della pensione avviene trascorsi 18 mesi dal perfezionamento dei requisiti. In quanto la liquidazione della prestazione avviene a carico delle gestioni speciali.

Riassumendo i requisiti per l’accesso alla pensione per i lavoratori in parola sono, pertanto, i seguenti:

Lavori usuranti e notturni con più di 77 notti lavorate l’anno

Anno Età Contributi Quota
2013-2015 61 anni e 3 mesi 35 97.3
2016-2018 61 anni e 7 mesi 35 97.6
Dal 2019 62 anni 35 98
Dal 2021 62 anni e 3 mesi 35 98.3
Finestra 12 mesi

Nota. Con almeno 3 ore lavorate nell’intervallo tra la mezzanotte e le cinque per periodi di lavoro di durata pari all’intero anno lavorativo; oppure con almeno 6 ore lavorate nell’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino per almeno 78 giorni l’anno.

Lavoratori notturni da 72 a 77 notti lavorate l’anno

Anno Età Contributi Quota
2013-2015 62 anni e 3 mesi 35 98.3
2016-2018 62 anni e 7 mesi 35 98.6
Dal 2019 63 anni 35 100
Dal 2021 63 anni  e 3 mesi 35 100.3
Finestra 12 mesi

Nota. Almeno 6 ore lavorate nell’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino per un periodo ricompreso tra i 72 e i 77 giorni l’anno.

Lavoratori notturni da 64 a 71 notti durante l’anno

Anno Età Contributi Quota
2013-2015 63 anni e 3 mesi 35 99.3
2016-2018 63 anni e 7 mesi 35 99.6
Dal 2019 64 anni 35 100
Dal 2021 64 anni  e 3 mesi 35 100.3
Finestra 12 mesi

Nota. Almeno 6 ore lavorate nell’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino per un periodo ricompreso tra i 64 e i 71 giorni l’anno.

Le alternative

Pensione anticipata ·         41 anni e 10 mesi se donna

·         42 anni e 10 mesi se uomo

·         I contributi indipendentemente dall’età anagrafica

 

Pensione vecchiaia ·         66 anni e 7 mesi se lavoratori pubblici

·         65 anni e 7 mesi lavoratori privati

 

Tutti i requisiti sono soggetti agli adeguamenti alla speranza di vita e, pertanto, come si evince dalle tabelle sono destinati a crescere ulteriormente dal 2019 in poi.

Le Alternative. Come accennato resta comunque aperta la possibilità di ottenere, se piu’ favorevole, la pensione con i requisiti previsti dalla Riforma Fornero. In particolare con la pensione anticipata (41 anni e 10 mesi di contributi, 42 anni e 10 mesi di contributi gli uomini indipendentemente dall’età anagrafica) o con la pensione di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi di età (65 anni e 7 mesi le lavoratrici dipendenti del settore privato) unitamente a 20 anni di contributi.

La Domanda per accedere ai benefici per i lavori usuranti. Per l’accesso al beneficio gli interessati devono presentare una apposita domanda alla sede INPS entro il 1° Marzo dell’ anno in cui si maturano i requisiti agevolati volta ad ottenere il riconoscimento di lavoro usurante. La domanda in parola non è da confondere con la domanda di pensione che sarà presentata solo in un momento successivo, previa comunicazione di accoglimento della domanda di accertamento di aver svolto lavoro usurante.

La presentazione della domanda oltre i termini sopra indicati comporta, in caso di accertamento positivo dei requisiti, il differimento del diritto alla decorrenza da uno a tre mesi a seconda dei mesi di ritardo.

Nello specifico il differimento è pari:

1) ad un mese, per un ritardo della presentazione massimo di un mese; 2) a due mesi, per un ritardo della presentazione superiore ad un mese ed inferiore a tre mesi; 3) a tre mesi per un ritardo della presentazione pari o superiore a tre mesi.

La possibilità di fruire dei benefici in parola dipende inoltre dalle coperture finanziarie che sono state messe a disposizione dal Dlgs 67/2011 di anno in anno.

Entro il 30 Ottobre di ogni anno l’Inps quindi comunicherà:

  1. a) l’accoglimento della domanda, con indicazione della prima decorrenza utile della pensione, qualora sia accertato il possesso dei requisiti relativi allo svolgimento delle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti e sia verificata la sussistenza della relativa copertura finanziaria;
  2. b) l’accertamento del possesso dei requisiti dello svolgimento delle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti, con differimento della decorrenza della pensione in ragione dell’insufficiente copertura finanziaria; in tal caso, la prima data utile per l’accesso alla pensione verrà indicata con successiva comunicazione in esito al monitoraggio delle risorse;
  3. c) il rigetto della domanda, qualora sia accertato il mancato possesso dei requisiti sullo svolgimento delle lavorazioni particolarmente faticose e pesanti.

La Domanda. La domanda deve essere presentata all’Istituto previdenziale presso il quale il lavoratore e’ iscritto, e deve essere corredata da copia o estratti della documentazione prevista dalla normativa vigente al momento dello svolgimento delle attivitaà usuranti e dagli elementi di prova in data certa da cui emerga la sussistenza dei requisiti necessari per l’anticipo del pensionamento.

 

Lavoro a turni

Il lavoro a turni è disciplinato dal D.Lgs. 8 aprile 2003, n. 66 e dalla contrattazione collettiva cui la legge fa rinvio.

Il decreto definisce come lavoro a turni “qualsiasi metodo di organizzazione del lavoro anche a squadre in base al quale dei lavoratori siano successivamente occupati negli stessi posti di lavoro, secondo un determinato ritmo, compreso il ritmo rotativo, che può essere di tipo continuo o discontinuo, e il quale comporti la necessità per i lavoratori di compiere un lavoro a ore differenti su un periodo determinato di giorni o di settimane” e come lavoratore a turni “qualsiasi lavoratore il cui orario di lavoro sia inserito nel quadro del lavoro a turni”.

La legge non contiene una ricostruzione sistematica del lavoro a turni, limitandosi semplicemente ad elaborarne (con il Decreto 66/2003) la definizione.

Frammenti di disciplina vengono introdotti solo indirettamente come eccezioni all’applicazione di altri istituti quali:

  1. riposo settimanale (art. 9 co. 2 lett. a);
  2. riposo giornaliero (art. 17 co. 3 lett. a);

Con riferimento alle ipotesi di riposo settimanale, infatti, il Decreto 66 introduce una deroga al principio secondo il quale “il lavoratore ha diritto ogni sette giorni a un periodo di riposo di almeno ventiquattro ore consecutive, di regola in coincidenza con la domenica, da cumulare con le ore di riposo giornaliero di cui all’articolo 7”, proprio con riferimento ai turnisti in tutti i casi in cui “il lavoratore cambi squadra e non possa usufruire, tra la fine del servizio di una squadra e l’inizio di quello della squadra successiva, di periodi di riposo settimanale”.

Analogamente si introduce (articolo 17 del Decreto 66/2003) la possibilità di prevedere nei contratti collettivi, ovvero in mancanza di disciplina collettiva attraverso un decreto del Ministero del Lavoro o di quello della Funzione Pubblica, la deroga al diritto al riposo giornaliero minimo di 11 ore consecutive per i turnisti in tutti i casi in cui “il lavoratore cambi squadra e non possa usufruire, tra la fine del servizio di una squadra e l’inizio di quello della squadra successiva, di periodi di riposo giornaliero”.

La direttiva UE 93/104/UE
Proprio con riferimento al lavoro a turni, si è registrata una certa incongruenza tra il Decreto 66/2003 e la Direttiva 93/104/CE, di cui il Decreto 66 costituisce il provvedimento interno di attuazione.

La norma comunitaria, infatti, prescriveva all’articolo 12 l’obbligo per gli Stati Membri, in sede di applicazione della Direttiva, di prendere le misure necessarie “affinché:

  1. i lavoratori notturni e i lavoratori a turni beneficino di un livello di protezione in materia di sicurezza e di salute adatto alla natura del loro lavoro;
  2. i servizi o mezzi appropriati di protezione e prevenzione in materia di sicurezza e di salute dei lavoratori notturni e dei lavoratori a turni siano equivalenti a quelli applicabili agli altri lavoratori e siano disponibili in qualsiasi momento”.

La norma interna non è intervenuta in sede di attuazione a disciplinare il profilo specifico legato alle misure per garantire la sicurezza dei lavoratori turnisti.

Il diritto del turnista alla programmazione del tempo libero

E’ noto che la legge prevede un limite alla variazione unilaterale della collocazione del tempo di lavoro per il dipendente assunto con contratto a a part-time  giustificato in ragione della necessità per il lavoratore di poter programmare il proprio tempo al fine di poter integrare la retribuzione in maniera tale da renderla adeguata ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione.

Tale limite si è per lungo tempo ritenuto insussistente con riferimento al rapporto di lavoro full time.

La giurisprudenza ha elaborato un limite analogo a carico del datore di lavoro anche con riferimento ai lavoratori full time turnisti.

In particolare, la Corte ha ritenuto che, in applicazione delle clausole generali di buona fede e correttezza nell’ambito del contratto di lavoro, sussista un impedimento alla libera modificabilità ovvero alla unilaterale determinazione dei turni da parte del datore di lavoro.

In sostanza, a parere della Corte, in capo al datore di lavoro ricadrebbe l’onere di rendere conoscibili con congruo anticipo tali turni, al fine di consentire al dipendente la libera organizzazione del proprio tempo di non lavoro.

Il fondamento di tale limite è stato rinvenuto dalla Cassazione nell’esigenza ineludibile di tutelare la dignità del lavoratore, il quale deve essere posto nelle condizioni di poter gestire il proprio tempo libero al quale è stata riconosciuta una “specifica importanza stante il rilievo sociale che assume lo svolgimento, anche per il lavoratore a tempo pieno, di attività sportive, ricreative o culturali, sociali,politiche, scolastiche ecc., o anche di un secondo lavoro, nel caso in cui non sia prevista una clausola di esclusiva”.

 Esempi
DENOMINAZIONE DEI TURNI

Turni 4
P
M/N
S
R
M
P
N
R
Turni 5
M
P
N
S
R
M
P
M
P
R
Turni 6
P
M
P
N
S
R
P
M
P
M
P
R
Turni 9
M
M
P
P
N
N
S
R
R
Turni 8
M
M
P
N
N
N
S
R
Turni 10
M
M
P
P
R
M
N
S
R
Turno
Si sviluppa in
Op. necessari
Si ripete dopo
4
4
4
4 sett. 7 turni
5
5
5
5 sett. 7 turni
6
6
6
6 sett. 7 turni
8
8
8
8 sett. 7 turni
9
9
9
9 sett. 7 turni
10
10
10
10 sett. 7 turni