Congedo straordinario per mutilati ed invalidi civili

A chi spetta. I lavoratori mutilati ed invalidi civili ai quali sia stata riconosciuta una riduzione lavorativa superiore al 50%, possono usufruire ogni anno, anche in maniera frazionata, di un congedo straordinario non superiore a 30 giorni per le cure connesse alla loro infermità (ad esempio, cure fisioterapiche, riabilitative per cardiopatici ecc.

La domanda. La domanda deve essere presentata al proprio datore di lavoro accompagnata dalla richiesta del medico convenzionato con il SSN o appartenente ad una struttura sanitaria pubblica, dalla quale risulti la necessità della cura in relazione all’infermità invalidante riconosciuta.

Il lavoratore deve documentare l’avvenuta sottoposizione alle cure.

Retribuzione. Durante il periodo di congedo (non rientrante nel periodo di comporto per malattia) il lavoratore ha diritto di percepire la retribuzione a carico del datore di lavoro, calcolato secondo il regime economico delle assenze per malattia.

Patologie oncologiche. Il diritto al congedo spetta anche ai lavoratori affetti da patologie oncologiche che ne facciano richiesta previa autorizzazione del medico della struttura pubblica, e a condizione che sussista una connessione delle cure con l’infermità invalidante riconosciuta.

Invalidi civili e per servizio

Hanno diritto all’iscrizione negli elenchi del collocamento obbligatorio dei disabili gli invalidi di guerra, civili di guerra e per servizio con menomazioni ascritte dalla prima alla ottava categoria .

I primi sono i militari vittime di fatti di guerra o per causa di servizio durante la guerra, mentre i secondi non sono militari, ma civili divenuti invalidi a seguito di fatti di guerra, ed infine i terzi sono coloro che hanno

subito infermità dovute a causa del servizio reso alle dipendenze delle amministrazioni dello Stato e degli Enti locali o istituzionali.

In sostituzione delle vittime di guerra, civili di guerra e del servizio, alle condizioni che si vedranno, possono usufruire del collocamento obbligatorio i loro più stretti congiunti, nell’ambito della specifica quota prevista dall’art. 18, 2° comma, della L. n. 68/1999.

Invalidi del lavoro in misura superiore al 33%

In relazione ai diversi criteri adottati per la valutazione e la verifica della menomazione, ai fini dell’accertamento della condizione di disabilità e del diritto all’iscrizione negli elenchi del collocamento obbligatorio è sufficiente il riconoscimento da parte dell’INAIL di un grado di invalidità superiore al 33%.

In proposito deve rammentarsi che ai lavoratori divenuti disabili a seguito di infortunio sul lavoro o malattia professionale la legge assicura, innanzitutto, il diritto alla conservazione del posto di lavoro.

Del resto, anche qualora la disabilità sopravvenuta dopo l’assunzione sia dovuta ad un infortunio o una malattia estranei all’attività lavorativa, ugualmente essa non può costituire giustificato motivo di licenziamento, neppure se la menomazione risulti incompatibile con le mansioni svolte, in quanto il lavoratore disabile ha comunque diritto ad essere adibito ad altre mansioni confacenti con la sua nuova condizione, possibilmente equivalenti o in mancanza anche inferiori alle precedenti mansioni, conservando

comunque una retribuzione non inferiore a quella già percepita.

Soltanto la dimostrata impossibilità di assegnare il lavoratore divenuto disabile ad altre mansioni confacenti o il suo rifiuto di svolgere le mansioni inferiori eventualmente disponibili, possono costituire un giustificato

motivo di licenziamento ed in tal caso il lavoratore viene avviato dai Servizi competenti presso un’altra azienda, in attività compatibili con le sue residue capacità lavorative, direttamente e senza necessità di essere inserito nella graduatoria del collocamento obbligatorio.

In ragione di tale obbligo di conservazione del posto di lavoro, è riconosciuta al datore di lavoro la possibilità di computare nella quota d’obbligo anche i dipendenti divenuti disabili dopo l’assunzione, benché non assunti secondo le procedure previste per il collocamento obbligatorio, alla triplice condizione che:

  • la disabilità comporti “inabilità a svolgere le proprie mansioni”;
  • l’invalidità non sia dovuta a violazione delle norme di sicurezza da parte dello stesso datore di lavoro;
  • la percentuale d’invalidità sia superiore al 33% se derivante da causa di lavoro o almeno pari al 60% (invece dell’ordinario 46%) se si tratta di invalidità civile derivante da cause esterne all’attività lavorativa

Invalidi oltre il 45%

Hanno diritto all’avviamento obbligatorio gli invalidi civili ai quali sia stata riconosciuta un’invalidità superiore al 45% da parte delle Commissioni mediche appositamente istituite presso le Aziende Sanitarie integrate da un medico dell’I.N.P.S.

Al fine di razionalizzare ed unificare il procedimento, le Regioni possono affidare all’I.N.P.S., mediante la stipula di apposite convenzioni, anche in deroga alla normativa vigente, tutte le funzioni relative all’accertamento dei requisiti sanitari per il riconoscimento dell’invalidità civile, dell’handicap e della disabilità.

L’accertamento non è limitato alla sola constatazione della sussistenza e gravità della menomazione, ma è volto anche a formulare una valutazione complessiva della residua capacità lavorativa del disabile e ad indicare, se necessario, le specifiche tipologie di collocamento mirato e le eventuali forme di sostegno utili all’inserimento lavorativo.

La relazione conclusiva della Commissione medica dev’essere trasmessa entro quattro mesi dalla prima visita all’Azienda Sanitaria Locale che ne cura la trasmissione all’I.N.P.S.

La Commissione medica, su indicazione del Comitato tecnico, effettua anche le visite di controllo della permanenza dello stato invalidante e sulla compatibilità delle mansioni assegnate, con la frequenza stabilita dalla commissione stessa sulla base del profilo socio-lavorativo del disabile ovvero con immediatezza qualora vi sia una richiesta in tal senso da parte del lavoratore disabile o del suo datore di lavoro

Il rifiuto di sottoporsi alla visita di controllo costituisce grave inadempienza degli elementari doveri di buona fede e reciproca collaborazione e può costituire giustificato motivo di licenziamento.

Hanno diritto al collocamento obbligatorio, senza necessità di ulteriori accertamenti, le persone riconosciute invalide dall’INPS, ai fini dell’assegno di invalidità previsto dalla L. n. 222/1984, per infermità o difetti fisici o mentali che comportano una riduzione permanente della capacità lavorativa, in occupazioni confacenti alle proprie attitudini, a meno di un terzo.

Disabili psichici. La legge prevede una disciplina particolare per i disabili psichici. Essi vengono avviati solo su richiesta nominativa, nell’ambito di convenzioni stipulate con i servizi competenti e danno diritto agli incentivi economici previsti per l’assunzione dei disabili anche se assunti con contratto a termine, purché di durata non inferiore a 12 mesi e possono essere assunti direttamente, al di fuori delle procedure gestite dai servizi competenti, già con un’invalidità superiore al 45%, mentre di regola occorre il 60%.

Congedo per cure termali per gli invalidi

Per le cure termali connesse all’infermità invalidante, si ha diritto ad un congedo straordinario retribuito per un massimo di 30 giorni all’anno, anche frazionati, nel caso di invalidità civile superiore al 50% e sempre che le cure siano connesse all’infermità invalidante riconosciuta.

Ad esempio per:

  • cure fisioterapiche
  • riabilitative del cardiopatico
  • ginnastica respiratoria

Per quanto riguarda le cure elioterapiche, climatiche e psammoterapiche, i congedi possono essere concessi – anche in periodo extraferiale – solamente agli invalidi di servizio e del lavoro, ai ciechi, ai sordomuti e agli invalidi civili con la percentuale  di invalidità superiore a due terzi.

Il trattamento economico dovuto durante il congedo è quello previsto per la malattia (senza decurtazioni per i lavoratori pubblici) e il periodo di assenza non concorre alla determinazione del periodo di comporto.

Assegno per invalidità parziale

L’assegno per invalidità parziale viene erogato agli invalidi civili di età compresa tra i 18 e i 65 anni e sette mesi (2016), che abbiano una riduzione della capacità lavorativa in misura pari o superiore al 74%, a condizione che non sia superato un determinato limite di reddito.

Un ulteriore requisito è l’impossibilità di essere collocati un un’altra attività lavorativa.

Assegno di invalidità dipendenti settori privati e pubblici

A chi spetta. L’assegno ordinario di invalidità può essere chiesto dai lavoratori dipendenti e dai lavoratori parasubordinati, di età compresa tra i 18 anni e i 65 anni e tre mesi.

Non esiste un requisito anagrafico per il conseguimento della prestazione ma solo il requisito medico-legale ed uno contributivo.

I lavoratori pubblici non possono ottenere l’assegno di invalidità, a loro spetta, ricorrendone le condizioni, la pensione da inabilità assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro oppure alla pensione di inabilità. (Vedi sotto)

Requisito medico legale. Per avere diritto all’assegno, è necessario che l’assicurato abbia una capacità di lavoro ridotta in modo permanente, a causa di infermità o di un difetto fisico o mentale, a meno di un terzo, vale a dire il riconoscimento di una percentuale di invalidità compresa tra il 74% ed il 99%

Il diritto all’assegno sussiste anche nei casi in cui la riduzione della capacità lavorativa, nella misura appena indicata, preesista al rapporto assicurativo, purchè vi sia stato un successivo aggravamento o siano sopraggiunte nuove infermità. In tale ipotesi, dunque, l’accertamento dello stato fisico del lavoratore deve essere diretto a verificare se c’è stato, o meno, un aggravamento delle condizioni di salute dopo l’instaurazione del rapporto di lavoro.

Il requisito contributivo. L’ulteriore requisito necessario per il riconoscimento dell’assegno di invalidità è quello cosiddetto contributivo. L’assegno infatti può essere attribuito ai lavoratori assicurati che siano iscritti al fondo da almeno 5 anni e che risultino accreditati o versati a loro favore almeno 5 anni di contribuzione di cui 3 nel quinquennio precedente la data di presentazione della domanda amministrativa con la quale si chiede la prestazione.

A tali fini vanno esclusi:

  • i periodi di assenza per astensione facoltativa dopo il parto, oggi il congedo parentale; i periodi di lavoro subordinato all’estero che non siano protetti agli effetti delle assicurazioni interessati in base a convenzioni o da accordi internazionali
  • i periodi di servizio militare eccedenti il periodo corrispondente al servizio di leva
  • i periodi di malattia superiori ad un anno, i periodi di iscrizione a forme di previdenza obbligatorie diverse da quelle sostitutive dell’assicurazione Ivs per i quali sia stabilito altro trattamento obbligatorio di previdenza, quando non diano luogo a corresponsione di pensione.

Al verificarsi di uno di questi eventi, i periodi corrispondenti vengono considerati neutri ai fini della determinazione del requisito contributivo.

Ciò comporta che l’arco temporale per la determinazione del quinquennio lavorativo e l’individuazione del triennio di contribuzione necessaria per il perfezionamento del requisito va retrodatato per un lasso di tempo corrispondente al periodo neutro.

La durata. La prestazione previdenziale è riconosciuta per un periodo di tre anni ed è confermabile, su domanda del titolare, per periodi della stessa durata qualora permangano le condizioni medico legali che diedero luogo alla liquidazione.

La domanda di conferma va presentata entro i 6 mesi dalla data di scadenza del triennio e sino al 120° giorno successivo alla scadenza medesima.

Dopo tre riconoscimenti consecutivi l’assegno di invalidità è confermato automaticamente, ferma restando la facoltà di revisione.

Da ciò consegue che dopo il terzo riconoscimento continuo non è più necessario presentare all’Inps la domanda di conferma dell’assegno.

La revisione. L’Inps può in qualsiasi momento (e quindi sia nel corso dei primi tre trienni che dopo la conferma definitiva) sottoporre il titolare della prestazione ad accertamenti medico legali per la revisione dello stato di invalidità.  Normalmente tale verifica viene rimessa alla libera determinazione dell’ente previdenziale.

La revisione, invece, deve essere necessariamente disposta nell’ipotesi in cui risulti che nell’anno precedente il titolare della prestazione abbia percepito un reddito da lavoro dipendente, con esclusione di trattamento di fine rapporto, ovvero un reddito da lavoro autonomo o professionale o d’impresa per un importo lordo annuo, al netto dei soli contributi previdenziali, superiore a tre volte l’ammontare del trattamento inps minimo.

L’Importo. L’assegno è calcolato sulla base dei contributi effettivamente versati. Il sistema di calcolo è misto se c’era contribuzione antecedente il 1996 secondo quanto prevedono le regole generali: retributivo sino al 2011 se c’erano almeno 18 anni di contributi accreditati entro il 31.12.1995 e contributivo sulle quote successive; oppure, se c’erano meno di 18 anni di contributi al 31.12.1995, il calcolo contributivo scatta su tutte le quote successive al 1° gennaio 1996. Per gli iscritti successivi al 1996 il calcolo è tutto contributivo.

Per quanto riguarda il calcolo effettuato con il sistema contributivo si deve prendere a base il coefficiente di trasformazione corrispondente al 57 esimo anno di età ove l’assicurato abbia un’età inferiore a quella appena indicata.

Integrazione al minimo.  Qualora l’assegno risulti inferiore al trattamento minimo delle singole gestioni, lo stesso potrà essere integrato al trattamento minimo della gestione stessa.

L’integrazione comunque non spetta ai soggetti che posseggono redditi propri assoggettabili all’imposta sul reddito delle persone fisiche per un importo superiore a due volte l’ammontare annuo della pensione sociale.

Per i soggetti coniugati e non separati legalmente, l’integrazione non spetta qualora il reddito, accumulato con quello del coniuge, sia superiore a tre volte l’importo della pensione sociale.

Dal computo di tali redditi va escluso quello derivante dalla casa di abitazione.

Resta inteso che sono esclusi dall’integrazione gli assegni liquidati esclusivamente con il sistema di calcolo contributivo.

La trasformazione in pensione di vecchiaia. Al compimento dei requisiti per il conseguimento della pensione di vecchiaia l’assegno ordinario di invalidità si trasforma d’ufficio in pensione di vecchiaia a condizione che sia cessata l’attività di lavoro dipendente.

Per la trasformazione non è necessario presentare una specifica domanda.

Ad esempio se un lavoratore raggiunge i 66 anni e 7 mesi di età la sua prestazione sarà trasformata d’ufficio in trattamento di vecchiaia (naturalmente deve essere soddisfatto anche il requisito contributivo di 20 anni).

La giurisprudenza prevalente ritiene che l’assegno non possa essere trasformato in pensione di anzianità e, quindi, in pensione anticipata.

La compatibilità con la prestazione di attività lavorativa. La soglia di invalidità per il riconoscimento dell’assegno è costituita dai due terzi della capacità lavorativa.

Pertanto il beneficiario può continuare a svolgere un’attività di lavoro produttiva di reddito e percepire, contemporaneamente, la prestazione previdenziale.

Tuttavia qualora il reddito conseguito sia superiore a 4 volte il trattamento minimo inps vigente nel Fpld (circa 2mila euro) il trattamento dell’assegno viene ridotto del 25% della prestazione base.

Mentre se è superiore a cinque volte l’importo dell’assegno si riduce al 50%.

In aggiunta a questa riduzione operano le norme di cumulo previste per i pensionati che svolgono attività lavorativa.

In caso di lavoro dipendente il datore di lavoro trattiene per conto dell’Inps il 50% della parte eccedente il trattamento minimo che per l’anno 2016 è pari a € 501,89 mensili. In caso di lavoro autonomo la quota non cumulabile è pari al 30% della parte eccedente il trattamento minimo e comunque non può essere superiore al 30% del reddito prodotto.

Il divieto di cumulo previsto per i pensionati che lavorano non si applica nel caso in cui l’assegno di invalidità risulta liquidato sulla base di almeno 40 anni di contribuzione.

Trattamento ai superstiti .L’assegno ordinario di invalidità non è reversibile ai superstiti. Tuttavia, in caso di decesso del titolare dell’assegno, i suoi familiari potranno ottenere una pensione indiretta.

Invalidità civile. Vi è compatibilità con la pensione di invalidità civile totale, ma non con l’assegno per invalidità civile parziale.

Invalidità etica. E’ una forma di depressione cronica, un turbamento psichico irreversibile in cui cade chi viene a sapere di essere gravemente malato.

L’invalidità etica è una delle tante cause di invalidità che danno diritto alla pensione.

Affetti da HIV. Le persone che hanno contratto  un infezione da HIV , hanno diritto all’assegno di invalidità.

Versamenti volontari. L’assegno di invalidità, a differenza delle altre forme di pensionamento diretto, non impedisce la prosecuzione volontaria dei versamenti contributivi.Versamenti volontari.

Disoccupati. I lavoratori che fruiscono dell’assegno di invalidità (anche della pensione di invalidità), nel caso si trovino ad avere diritto ai trattamenti di disoccupazione, possono optare per tra tali trattamenti e quelli di invalidità, limitatamente al periodo di disoccupazione indennizzato.

DIPENDENTI PUBBLICI

Come accennato più sopra, l’assegno di invalidità non spetta per le lavoratrici e in lavoratori pubblici, per i quali si applicano le norme appresso indicate.

Pensione per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa. La pensione per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività lavorativa spetta a quei dipendenti pubblici a cui sia stata accertata una incapacità totale a svolgere qualsiasi attività lavorativa, per infermità fisiche o mentali che non derivino da cause di servizio.

Per richiedere la pensione di inabilità lavorativa è necessario contare su un’anzianità contributiva pari ad almeno cinque anni, dei quali almeno tre anni siano stati versati nel quinquennio precedente la cessazione dell’attività lavorativa.

La pensione viene calcolata aggiungendo all’anzianità contributiva maturata, contributi sufficienti a coprire il periodo mancante  al raggiungimento dell’età pensionabile, fino ad un massimo di 40 anni di contributi totali.

Non può inoltre superare l’importo della pensione che sarebbe erogata nel caso di invalidità derivante da cause di servizio.

La domanda di pensione va inoltrata, tramite il datore di lavoro, alla direzione provinciale dell’ex INPDAP allegando un certificato rilasciato dal medico curante attestante la permanente ed assoluta inabilità a svolgere qualsiasi attività lavorativa. Le condizioni sanitarie vengono valutate dalle Commissione Mediche Ospedaliere Militari.

Il godimento della pensione è incompatibile con lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa dipendente o autonoma.

Pensione per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro. La pensione per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro spetta a quei dipendenti pubblici a cui sia stata accertata una incapacità derivante da infermità fisiche o mentali che impediscano una collocazione lavorativa continuativa e remunerativa.

Si tratta di una condizione meno invalidante di quella prevista per la pensione per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi attività.

I requisiti retribuitivi richiesti sono, infatti, più impegnativi: questa pensione viene erogata se il lavoratore è in possesso di un’anzianità contributiva di almeno 14 anni, 11 mesi e 16 giorni di servizio utile, anche non continuativo.

La pensione per inabilità assoluta e permanente a qualsiasi proficuo lavoro è calcolata sulla base della effettiva anzianità contributiva maturata. Non viene prevista alcuna maggiorazione.

La domanda di pensione va inoltrata, tramite il datore di lavoro, alla direzione provinciale dell’ex INPDAP allegando un certificato rilasciato dal medico curante attestante la permanente ed assoluta inabilità a svolgere qualsiasi proficuo lavoro o le mansioni assegnate. Le condizioni sanitarie vengono valutate dalle Commissioni mediche presso le Aziende Usl.

Trattamenti pensionistici per Inabilità assoluta e permanente alle mansioni svolte. I dipendenti pubblici (in modo differente fra dipendenti statali e quegli degli enti locali) possono richiedere il “prepensionamento” nel caso abbiamo un’infermità permanente, fisica o mentale che incide sulle mansioni lavorative assegnate. Accertata questa condizione, l’amministrazione deve tentare di collocare il lavoratore in un’altra mansione dello stesso livello, anche retributivo.

Se non viene trovata un’altra mansione idonea, il lavoratore viene dispensato dal servizio o collocato a riposo.

La relativa pensione viene erogata solo se sussistono determinati requisiti contributivi.

I dipendenti degli enti locali devono contare su contributi almeno pari a 19 anni, 11 mesi e 16 giorni di contribuzione. I dipendenti delle amministrazioni statali devono contare su contributi almeno pari a 14 anni, 11 mesi e 16 giorni. In entrambi i casi si prescinde dall’età anagrafica.

La domanda va inoltrata, tramite il datore di lavoro, alla direzione provinciale dell’INPDAP. Le condizioni sanitarie vengono valutate dalle Commissioni mediche presso le Aziende ASL.