Tutela delle lavoratrici in gravidanza e fino al 7° mese di età del figlio

La procedura deve essere applicata dal Responsabile di Struttura, Servizio, Ufficio, o, in caso di assenza del titolare, dal suo sostituto.

Il Responsabile, non appena abbia avuto notizia, sotto qualsiasi forma, dello stato di gravidanza, deve immediatamente mettere la lavoratrice in condizioni di tutela (allontanandola dai compiti lavorativi incompatibili) e contestualmente attivare quanto previsto dalla procedura .

Nella tabella sono elencati i principali compiti lavorativi incompatibili, che devono essere integrati con quelli riportati nel documento di valutazione dei rischi. Nessuno dei compiti/attività indicati può essere svolto dalle lavoratrici in questione.

 

Il compito lavorativo comporta Azioni da intraprendere Periodo di tutela
Esposizione a radiazioni ionizzanti Eliminare i compiti in “zone classificate” (zona controllata e zona sorvegliata)

 

Eliminare i compiti lavorativi che potrebbero esporre il nascituro ad una dose superiore a un millisivert durante la gravidanza

Gravidanza e fino a sette mesi di età del figlio

 

 

Per attività comportanti un potenziale rischio di contaminazione: periodo di allattamento al seno

 

Esposizione a radiazioni non ionizzanti:

–       laser di classe 3b o 4

–       risonanza magnetica

 

Eliminare il compito lavorativo che richiede la presenza nei locali durante l’uso del laser

 

Eliminare il compito lavorativo che comporta esposizione

Gravidanza e fino a sette mesi di età del figlio

Gravidanza, periodo di allattamento al seno e comunque fino a sette mesi di età del figlio

Rischio biologico/infettivo

(per contatto con liquidi biologici o per via aerea, comprese le malattie esantematiche infantili)

Eliminare il compito lavorativo che comporta potenziale esposizione

Vedi nota 1

Per toxolasma e virus della rosalia: lavoratrici in gravidanza (a meno che sussista la prova che la lavoratrice è sufficientemente protetta contro questi agenti dal suo stato di immunazione
Utilizzo di sostanze o preparati etichettati come pericolosi e in particolare:

-tossici o molto tossici

-corrosivi

-esplosivi

-estremamente infiammabili

-nocivi

-irritanti

Eliminare il compito lavorativo che comporta rischio di esposizione, manipolazione di tali prodotti e dei loro contenitori Gravidanza, periodo di allattamento al seno e comunque fino a sette mesi di età del figlio
Esposizione a gas anestetici Eliminare il compito che comporta esposizione Gravidanza, periodo di allattamento al seno e comunque fino a sette mesi di età del figlio
     
Preparazione di farmaci Eliminare il compito che comporta esposizione Gravidanza e fino a sette mesi di età del figlio
Preparazione e/o somministrazione di farmaci antitumorali, medicamenti antimiotici o a base di mercurio o dei sui derivati Eliminare il compito operativo Gravidanza, periodo di allattamento al seno e comunque fino a sette mesi di età del figlio
Rischio traumi (pazienti psichiatrici, ippoterapia) Eliminare il compito operativo

 

Degenze psichiatriche, CPS, Centri diurni, CRT, comunità protette o semi protette, comunità alloggio

Gravidanza e fino a sette mesi di età del figlio
Prolungata esposizione a vibrazioni (guida automezzi, interventi con trasporto in elicottero) Eliminare il compito operativo

 

Gravidanza e fino a sette mesi di età del figlio
Stazione eretta per oltre 4 ore giornaliere Modificare le condizioni di lavoro o l’orario di lavoro in modo da limitare il compito da svolgere in ortostatismo a non più di 4 ore Gravidanza e fino a sette mesi di età del figlio
Movimentazione manuale dei carichi o di pazienti Escludere compiti lavorativi che rechiedono:

-movimentazione manuale di pazienti

-movimentazione manuale di carichi

-operazioni di traino/spinta

 

(In caso di dubbi consultare il medico competente o il SPP)

Gravidanza e fino a sette mesi di età del figlio
Lavoro in ambienti in sovrapressione (Camere imperbariche) Eliminare il compito operativo Gravidanza

Vedi nota 2

Lavoro in videoterminale per oltre 20 ore settimanali Modificare le condizioni di lavoro o l’orario di lavoro, in modo da consentire cambiamenti frequenti delle posture Gravidanza
Lavoro stressante, con pause fisse e predeterminate (centralino, prenotazioni, accettazioni, cassa) Organizzare il lavoro in modo da consentire di assentarsi a seconda delle necessità; se questo è impossibile assegnare ad altro compito lavorativo Gravidanza e fino a sette mesi di età del figlio
Turno notturno Escludere dal turno notturno Gravidanza e fino ad un anno di età del bambino
Altri potenziali rischi

Specificare

 

 

   

Nota 1. Relativamente al rischio biologico/infettivo, devono essere evitati:

  1. a) Lo svolgimento dell’attività lavorativa nelle aree sanitarie delle seguenti Strutture:
  • Malattie infettive
  • Pediatria (sezione infettivi)
  • UOT-TBC/CRR
  • Pronto Soccorso
  • laboratori di batteriologia/microbiologia
  • ambulatori in cui si eseguono broncoscopia, broncolavaggio, induzione dell’espettorato
  • blocchi operatori
  • altre attività con livello di rischio analogo a quello delle situazioni sopra evidenziate.
  1. b) I compiti lavorativi che possono comportare un rischio infortunistico (prelievi e/o attività con uso di aghi e taglienti; attività con rischio di schizzi di sangue o liquidi biologici; ecc.).
  2. c) Le attività che espongano ad un rischio per via aerea (TBC, malattie esantematiche dell’infanzia o altro agente infettante per via aerea) ragionevolmente superiore a quello della popolazione generale. Per quanto riguarda questo aspetto, a parte le situazioni di rischio conclamato (reparti infettivi o a maggior rischio infettivologico per situazioni particolari in corso; stanze con degenti sicuramente infetti o con sospetto di patologia trasmissibile per via aerea), possono essere trovate delle soluzioni che permettano la permanenza della lavoratrice nella sua normale attività, come ad esempio, l’uso di un facciale filtrante di protezione di tipo FFP2 (per cui, ad esempio, sarà possibile compiere attività di supporto al medico durante la visita, distribuire il vitto e/o terapie orali, ecc.)
  • domande che possono essere utilizzate come “filtro” per escludere il rischio biologico trasmissibile per via aerea nei pazienti che accedono alla Struttura (degenza, ambulatorio, day hospital)

1) Presenta, o ha presentato negli ultimi mesi, sintomi persistenti (per più di 2-3 settimane), quali: febbre, tosse, espettorato, sudorazione profusa, dimagrimento immotivato ?

2) Ha avuto contatti con malati di TBC o di altre malattie polmonari trasmissibili ?

3) Ha avuto recenti contatti con bambini (o adulti) malati di malattie esantematiche, quali: rosolia, morbillo, varicella, ecc.?

Nota 2. In caso di allattamento al seno, dovrà essere verificata col Medico competente l’eventuale incompatibilità dei compiti lavorativi.

Figli naturali

Sono i figli nati fuori del matrimonio in contrapposizione ai figli procreati da genitori uniti in matrimonio (vedi la scheda sui figli legittimi).

Con il d.gs. 154/2013 è stata eliminata la distinzione tra figli legittimi e figli naturali, essendo riconosciuto a tutti lo stesso stato giuridico.

Filiazione legittimata. Il D.lgs. 154/2013 partendo dall’assunto che i figli hanno la medesima condizione giuridica è conseguita l’abrogazione della legittimazione, antica espressione della diversità tra chi era nato nel matrimonio o fuori da esso e che estendeva ai figli “naturali” gli stessi diritti e doveri dei figli “legittimi” tramite una sorta di adeguamento delle norme che disciplinavano i doveri dei coniugi nei confronti dei figli.

Con la legittimazione il figlio nato fuori dal matrimonio acquistava la qualità di figlio legittimo.

Oggi è riconosciuto a tutti i figli indistintamente il diritto di essere mantenuti, educati, istruiti ed assistiti moralmente, nonché di crescere in famiglia e di mantenere dei rapporti significativi con i parenti.

Filiazione riconosciuta. Tale istituto si ha quando i figli nati fuori dal matrimonio vengono riconosciuti da coloro che li hanno concepiti e si verifica, in tal modo, una trasformazione della procreazione in uno stato di filiazione che è rilevante per il diritto.

Il riconoscimento può avvenire da parte della madre o del padre o da entrambi separatamente o congiuntamente anche se sono già uniti in matrimonio con un’altra persona.

Anche il figlio concepito da genitore che, all’epoca del concepimento, era legato da matrimonio con persona diversa dall’altro genitore (definito figlio adulterino, che può essere adulterino nei confronti di entrambi i genitori – se sono tutti e due sposati con altri – oppure nei confronti di uno solo – se uno è sposato e l’altro è libero) poteva essere riconosciuto a seguito della riforma del diritto di famiglia del 1975.

Con l’introduzione del D.lgs. 154/2013, l’accertamento della filiazione è sempre rimesso alla volontà dei genitori che possono scegliere se instaurare o meno un rapporto con il figlio.

Per quest’ultimo l’età consentita per esprimere il proprio assenso al riconoscimento è abbassata a quattordici anni così come è stato semplificato il procedimento in caso di rifiuto di prestare il consenso al riconoscimento da parte del genitore che ha già riconosciuto il figlio.

Il riconoscimento può essere impugnato per difetto di veridicità dall’autore del riconoscimento, da colui che è stato riconosciuto e da chiunque vi abbia interesse.

L’azione è imprescrittibile riguardo al figlio.

Filiazione non riconosciuta. Il figlio non riconosciuto e la cui filiazione non è stata dichiarata giudizialmente non è, per il diritto, figlio dei suoi genitori naturali.

Rispetto ad essi lui è un estraneo.

Ovviamente il riconoscimento e la dichiarazione giudiziale della filiazione potrebbero avvenire in qualsiasi momento (anche dopo la morte del figlio o dopo quella del genitore) ma, fino a che non si verifica, per l’ordinamento giuridico non è possibile parlare di filiazione.

In ogni caso il figlio può agire per ottenere il mantenimento, l’istruzione e l’educazione e , se maggiorenne e in stato di bisogno, gli alimenti.

Filiazione non riconoscibile.  Il figlio nato da persone, tra le quali esiste “un vincolo di parentela in linea retta all’infinito o in linea collaterale nel secondo grado, ovvero un vincolo di affinità in linea retta”, può essere riconosciuto previa autorizzazione del giudice avuto riguardo all’interesse del figlio e alla necessità di evitare allo stesso qualsiasi pregiudizio.

Dichiarazione giudiziale di paternità e di maternità. Il figlio naturale che voglia accertare il suo rapporto di figlio naturale nei confronti dei genitori deve agire in giudizio con l’azione di dichiarazione della paternità e maternità.

Essa produce gli effetti del riconoscimento.

La prova della paternità e della maternità possono essere date con qualsiasi mezzo ma, mentre per la prova della maternità è sufficiente dimostrare l’identità di chi pretende di essere figlio con colui che fu partorito, la prova della paternità è più difficile.

L’azione può essere intentata dal figlio o, se minorenne, dal genitore che esercita su di lui la responsabilità genitoriale o dal tutore solo se risponde all’effettivo interesse dal figlio.

L’età in cui il figlio può esprimere il proprio consenso e/o intentare lui stesso l’azione è a quattordici anni

La domanda per la dichiarazione di paternità o di maternità naturale deve essere proposta nei confronti del presunto genitore o, in sua mancanza, nei confronti dei suoi eredi. In loro mancanza, la domanda deve essere proposta nei confronti di un curatore nominato dal giudice davanti al quale il giudizio deve essere promosso.

Alla domanda può contraddire chiunque vi abbia interesse.

Stato giuridico del figlio. Il nostro ordinamento, con la riforma del diritto di famiglia nel 1975, si preoccupava di tutelare il figlio naturale ponendolo in una posizione di quasi totale equiparazione rispetto al figlio legittimo.

Tuttavia, mentre il figlio legittimo aveva un rapporto giuridico con la coppia di genitori giustificato dall’appartenenza ad una famiglia, il figlio naturale aveva un rapporto giuridico nei confronti di ciascun genitore in quanto la mancanza del matrimonio faceva sì che si determinassero due rapporti (figlio con la madre e figlio con padre) indipendenti tra loro.

Con l’approvazione della legge n. 219/2012 relativa alla riforma della filiazione naturale, i figli nati fuori dal matrimonio hanno acquisito gli stessi diritti dei figli legittimi.

Con le nuove norme viene riconosciuto a tutti i figli, anche quelli naturali, un unico stato giuridico e i bambini nati fuori dal matrimonio potranno avere nonni, zii, fratelli, e più in generale vincoli parentali che prima erano loro negati in assenza di legittimazione.

Il figlio “ha diritto di essere mantenuto, educato, istruito e assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni”.

Il figlio “ha diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti”.

Il figlio minore (che ha compiuto gli anni dodici, e anche di età inferiore ove capace di discernimento) “ha diritto di essere ascoltato in tutte le questioni e le procedure che lo riguardano”.

Il figlio “deve rispettare i genitori e deve contribuire, in relazione alle proprie capacità, alle proprie sostanze e al proprio reddito, al mantenimento della famiglia finché convive con essa”.

Sulla scia della legge del 2012, il D.lgs. 154/2013, emanato in attuazione della stessa, ha introdotto tutta un’altra serie di modifiche, tra cui:

  • la parola responsabilità genitoriale (che sottintende un rapporto paritario) è stata sostituita a quella di “potestà” (che ha una connotazione di “subordinazione”);
  • le parole “figli legittimi” e “figli naturali” sono sostituite dalla parola “figli”;
  • la filiazione fuori dal matrimonio produce effetti successori nei confronti di tutti i parenti e non solo con i genitori;
  • il principio del pieno riconoscimento della parentela naturale;
  • la modifica delle disposizioni di diritto internazionale privato con previsione di norme di applicazione necessaria in attuazione del principio dell’unificazione dello stato di figlio;
  • l’abrogazione dell’istituto della legittimazione;
  • la presunzione assoluta di paternità per cui il marito è padre del figlio nato e concepito durante il matrimonio (è stata abrogata la norma che riconduceva la paternità alla nascita del figlio nei primi 180 giorni dal matrimonio).

 

 

Figli legittimi

È il soggetto che viene concepito in costanza di matrimonio (quindi da genitori uniti dal legame del matrimonio) e gode di un particolare stato giuridico fatto di reciproci diritti e doveri tra genitori e figlio.

La legge con le parole “figlio nato nel matrimonio e figlio nato fuori del matrimonio” equipara anche dal punto di vista giuridico, la condizione di figli.

Presunzione di paternità.  Per godere dello stato giuridico di figli nati nel matrimonio è necessario essere concepiti dal marito della madre.

Il nostro ordinamento, per rimediare a questa incertezza, interviene con due presunzioni (vale a dire conseguenze che la legge trae da un fatto noto per risalire ad un fatto ignoto):

  1. si ritiene concepito durante il matrimonio il figlio nato quando non sono ancora trascorsi trecento giorni dalla data dell’annullamento, dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio
  2. dopo la celebrazione delle nozze e 300 giorni prima dello scioglimento o dell’annullamento del matrimonio (periodo considerato massimo per la gestazione).

Se il figlio è stato concepito in costanza di matrimonio si ritiene che il padre sia il marito della madre.

Se il figlio nasce dopo le nozze ma è concepito prima delle stesse viene comunque considerato nato nel matrimonio a meno che i genitori e/o il figlio stesso non contestino la paternità.

In ogni caso il figlio può provare di essere stato concepito durante il matrimonio.

La legge n. 219 del 2012, relativa alla riforma della filiazione naturale, ha esteso la presunzione di paternità del marito rispetto ai figli comunque nati o concepiti durante il matrimonio.

Prova della filiazione.  L’atto di nascita è la prova e il titolo dello stato di figlio nato nel matrimonio.

L’ufficiale di stato civile raccoglie la dichiarazione di coloro che devono denunciare la nascita (uno dei genitori, un loro procuratore speciale, il medico o chi ha assistito al parto) e accerta la nascita tramite l’attestazione della struttura sanitaria o del personale che ha assistito al parto.

Se la madre non vuole essere nominata nell’atto di nascita il figlio non potrà però assumere lo stato di figlio.

Nell’ipotesi eccezionale in cui mancasse l’atto di nascita (per esempio non è stato redatto o è stato smarrito) lo stato di figlio nato nel matrimonio può essere dimostrato con il possesso di stato (situazione per cui una persona è sempre stata considerata figlio) che si ha quando sussistono i seguenti elementi:

la persona ha sempre portato il cognome del padre è sempre stata trattata come un figlio: educata, mantenuta, istruita; è sempre stata considerata come figlio sia nella famiglia sia nell’ambiente sociale in cui ha vissuto.

Azione di disconoscimento della paternità. Lo stato di figlio nato nel matrimonio può essere contestato con l’azione di disconoscimento della paternità. Possono ricorrere ad essa:

  • il padre: nel termine di un anno dal giorno della nascita;
  • la madre: nel termine di sei mesi dal giorno della nascita;
  • il figlio.

Questa azione è consentita in casi specifici:

  • se non c’è stata coabitazione dei coniugi nel periodo del concepimento;
  • se nello stesso periodo il marito era affetto da impotenza;
  • se nel lasso di tempo indicato la moglie ha commesso adulterio;
  • se la donna ha tenuto nascosta al marito la gravidanza e la nascita (condizione che deve essere supportata da prove ematologiche e genetiche).

Il D.lgs. 154/2013, in tema di disconoscimento, ha introdotto un ulteriore termine di prescrizione dell’azione di cinque anni, decorrente dal giorno della nascita del figlio. L’azione può essere promossa dal figlio maggiorenne (e in questo caso non si prescrive), dal curatore speciale nominato dal giudice su istanza del figlio minore che ha compiuto i 14 anni, ovvero dal pubblico ministero o dall’altro genitore quando si tratta di figlio di età inferiore ai 14 anni.

Responsabilità genitoriale.  Il figlio è soggetto alla responsabilità genitoriale che deve essere esercitata da entrambi di comune accordo fino al raggiungimento della maggiore età. I genitori rappresentano i figli in tutti gli atti.

Gli atti di ordinaria amministrazione (cioè quegli atti che tendono unicamente a gestire un complesso patrimoniale senza intaccarne la consistenza) possono essere compiuti disgiuntamente dai genitori, quelli di straordinaria amministrazione (ad esempio vendita o acquisto di beni immobili o di beni mobili di valore, costituzione di pegni o ipoteche, accettazione di eredità) possono essere compiuti solo per necessità o utilità del figlio con l’autorizzazione del giudice.

Si possono verificare alcune circostanze particolari:

  • se nasce un contrasto, il padre o la madre o il figlio stesso che abbia raggiunto i quattordici anni possono rivolgersi al giudice che suggerisce loro la soluzione ma sempre nel prevalente interesse del minore;
  • se vi è contrasto tra i genitori e ci si  trovi in una situazione di particolare urgenza e necessità (non si ha quindi tempo di rivolgersi al giudice) è il padre a prendere tutti i provvedimenti relativi al figlio;
  • se uno dei genitori è lontano o per altri motivi (come l’incapacità) non può esercitare la responsabilità genitoriale, essa è esercitata dall’altro;
  • se nascono conflitti di interessi di tipo patrimoniale o i genitori non possono (o non vogliono) compiere atti di straordinaria amministrazione il giudice può nominare a tal fine un curatore speciale;
  • se il patrimonio del minore non è bene amministrato il tribunale può togliere l’amministrazione a uno o a tutti e due i genitori e nominare un curatore.
  • I genitori (o uno di essi) possono perdere la responsabilità genitoriale se trascurano i loro doveri o abusano dei poteri (per esempio se maltrattano i figli il giudice può disporre l’allontanamento dalla casa famigliare degli stessi o del figlio).