Trasfusioni e vaccinazioni: danni

I soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni di sangue e somministrazione di emoderivati possono – come previsto dalla Legge 210/92,  fare richiesta di riconoscimento economico (indennizzo vitalizio, assegno reversibile per 15 anni o assegno una tantum). Il riconoscimento di tale diritto comporta anche l’esenzione dal ticket per le spese sanitarie correlate alla patologia riconosciuta previa presentazione all’ufficio esenzioni dell’ASL del verbale che conferma l’avvenuto riconoscimento. Il riconoscimento dell’indennizzo, come previsto dalla Legge 210/92, non preclude la possibilità di rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per ottenere il risarcimento del danno in caso di comportamenti colposi di terzi (ai sensi dell’art. 2043 del Codice Civile).

Nel dettaglio le previsioni normative sono:

  • Persone che hanno riportato lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psicofisica a seguito di: vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria; vaccinazioni non obbligatorie ma effettuate per motivi di lavoro o per incarichi d’ufficio o per poter accedere ad uno stato estero; vaccinazioni non obbligatorie ma effettuate in soggetti a rischio operanti in strutture sanitarie ospedaliere; vaccinazione antipoliomielitica non obbligatoria nel periodo di vigenza della legge 30 luglio 1959, n. 695 (L. 14 ottobre 1999, n. 362, art. 3, c. 3).
  • Persone non vaccinate che hanno riportato, a seguito ed in conseguenza di contatto con persona vaccinata, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica.
  • Persone contagiate da virus HIV o da virus dell’epatite a seguito di somministrazione di sangue o suoi derivati, sia periodica (ad es. soggetti affetti da emofilia, talassemia, ecc.) sia occasionale (ad es. in occasione di intervento chirurgico, ecc.).
  • Personale sanitario di ogni ordine e grado che, durante il servizio, a seguito di contatto diretto con sangue o suoi derivati provenienti da soggetti affetti da infezione da HIV, abbia contratto l’infezione da HIV oppure (sentenza Corte Costituzionale n. 476 del 26 novembre 2002) abbia riportato danni permanenti all’integrità psico-fisica conseguenti a infezione contratta a seguito di contatto con sangue e suoi derivati provenienti da soggetti affetti da epatiti.
  • Persone che risultino contagiate da HIV o da epatiti virali dal proprio coniuge appartenente ad una delle categorie di persone sopra indicate e per le quali sia già stato riconosciuto il diritto all’indennizzo ai sensi della legge 210/92, nonché i figli dei medesimi contagiati durante la gestazione (art. 2, comma 7, L. 210/92).
  • Gli eredi di persona danneggiata che, dopo aver presentato la domanda in vita, muoia prima di percepire l’indennizzo.
  • Parenti aventi diritto (nell’ordine: il coniuge, i figli, i genitori, i fratelli minorenni, i fratelli maggiorenni), dietro specifica domanda, qualora a causa delle vaccinazioni o delle infermità previste dalla L. 210/92 sia derivata la morte del danneggiato. Gli aventi diritto possono optare fra un assegno reversibile per 15 anni o un assegno una tantum.

Vaccinazioni e trasfusioni: danni

I soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni di sangue e somministrazione di emoderivati possono – come previsto dalla Legge 210/92,  fare richiesta di riconoscimento economico (indennizzo vitalizio, assegno reversibile per 15 anni o assegno una tantum). Il riconoscimento di tale diritto comporta anche l’esenzione dal ticket per le spese sanitarie correlate alla patologia riconosciuta previa presentazione all’ufficio esenzioni dell’ASL del verbale che conferma l’avvenuto riconoscimento. Il riconoscimento dell’indennizzo, come previsto dalla Legge 210/92, non preclude la possibilità di rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per ottenere il risarcimento del danno in caso di comportamenti colposi di terzi (ai sensi dell’art. 2043 del Codice Civile).

Nel dettaglio le previsioni normative sono:

  • Persone che hanno riportato lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psicofisica a seguito di: vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria; vaccinazioni non obbligatorie ma effettuate per motivi di lavoro o per incarichi d’ufficio o per poter accedere ad uno stato estero; vaccinazioni non obbligatorie ma effettuate in soggetti a rischio operanti in strutture sanitarie ospedaliere; vaccinazione antipoliomielitica non obbligatoria nel periodo di vigenza della legge 30 luglio 1959, n. 695 (L. 14 ottobre 1999, n. 362, art. 3, c. 3).
  • Persone non vaccinate che hanno riportato, a seguito ed in conseguenza di contatto con persona vaccinata, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica.
  • Persone contagiate da virus HIV o da virus dell’epatite a seguito di somministrazione di sangue o suoi derivati, sia periodica (ad es. soggetti affetti da emofilia, talassemia, ecc.) sia occasionale (ad es. in occasione di intervento chirurgico, ecc.).
  • Personale sanitario di ogni ordine e grado che, durante il servizio, a seguito di contatto diretto con sangue o suoi derivati provenienti da soggetti affetti da infezione da HIV, abbia contratto l’infezione da HIV oppure (sentenza Corte Costituzionale n. 476 del 26 novembre 2002) abbia riportato danni permanenti all’integrità psico-fisica conseguenti a infezione contratta a seguito di contatto con sangue e suoi derivati provenienti da soggetti affetti da epatiti.
  • Persone che risultino contagiate da HIV o da epatiti virali dal proprio coniuge appartenente ad una delle categorie di persone sopra indicate e per le quali sia già stato riconosciuto il diritto all’indennizzo ai sensi della legge 210/92, nonché i figli dei medesimi contagiati durante la gestazione (art. 2, comma 7, L. 210/92).
  • Gli eredi di persona danneggiata che, dopo aver presentato la domanda in vita, muoia prima di percepire l’indennizzo.
  • Parenti aventi diritto (nell’ordine: il coniuge, i figli, i genitori, i fratelli minorenni, i fratelli maggiorenni), dietro specifica domanda, qualora a causa delle vaccinazioni o delle infermità previste dalla L. 210/92 sia derivata la morte del danneggiato. Gli aventi diritto possono optare fra un assegno reversibile per 15 anni o un assegno una tantum.

Danni derivanti da vaccinazioni e trasfusioni

I soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni di sangue e somministrazione di emoderivati possono – come previsto dalla Legge 210/92,  fare richiesta di riconoscimento economico (indennizzo vitalizio, assegno reversibile per 15 anni o assegno una tantum). Il riconoscimento di tale diritto comporta anche l’esenzione dal ticket per le spese sanitarie correlate alla patologia riconosciuta previa presentazione all’ufficio esenzioni dell’ASL del verbale che conferma l’avvenuto riconoscimento. Il riconoscimento dell’indennizzo, come previsto dalla Legge 210/92, non preclude la possibilità di rivolgersi all’Autorità Giudiziaria per ottenere il risarcimento del danno in caso di comportamenti colposi di terzi (ai sensi dell’art. 2043 del Codice Civile).

Nel dettaglio le previsioni normative sono:

  • Persone che hanno riportato lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psicofisica a seguito di: vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria; vaccinazioni non obbligatorie ma effettuate per motivi di lavoro o per incarichi d’ufficio o per poter accedere ad uno stato estero; vaccinazioni non obbligatorie ma effettuate in soggetti a rischio operanti in strutture sanitarie ospedaliere; vaccinazione antipoliomielitica non obbligatoria nel periodo di vigenza della legge 30 luglio 1959, n. 695 (L. 14 ottobre 1999, n. 362, art. 3, c. 3).
  • Persone non vaccinate che hanno riportato, a seguito ed in conseguenza di contatto con persona vaccinata, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica.
  • Persone contagiate da virus HIV o da virus dell’epatite a seguito di somministrazione di sangue o suoi derivati, sia periodica (ad es. soggetti affetti da emofilia, talassemia, ecc.) sia occasionale (ad es. in occasione di intervento chirurgico, ecc.).
  • Personale sanitario di ogni ordine e grado che, durante il servizio, a seguito di contatto diretto con sangue o suoi derivati provenienti da soggetti affetti da infezione da HIV, abbia contratto l’infezione da HIV oppure (sentenza Corte Costituzionale n. 476 del 26 novembre 2002) abbia riportato danni permanenti all’integrità psico-fisica conseguenti a infezione contratta a seguito di contatto con sangue e suoi derivati provenienti da soggetti affetti da epatiti.
  • Persone che risultino contagiate da HIV o da epatiti virali dal proprio coniuge appartenente ad una delle categorie di persone sopra indicate e per le quali sia già stato riconosciuto il diritto all’indennizzo ai sensi della legge 210/92, nonché i figli dei medesimi contagiati durante la gestazione (art. 2, comma 7, L. 210/92).
  • Gli eredi di persona danneggiata che, dopo aver presentato la domanda in vita, muoia prima di percepire l’indennizzo.
  • Parenti aventi diritto (nell’ordine: il coniuge, i figli, i genitori, i fratelli minorenni, i fratelli maggiorenni), dietro specifica domanda, qualora a causa delle vaccinazioni o delle infermità previste dalla L. 210/92 sia derivata la morte del danneggiato. Gli aventi diritto possono optare fra un assegno reversibile per 15 anni o un assegno una tantum.

Danni derivanti da attività pericolose

La legge italiana stabilisce che il soggetto che svolge un’attività qualificata come “pericolosa” è tenuto a risarcire i danni conseguenti a tale attività se non dimostra di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.

Si pensi all’ipotesi del gestore di un impianto di raccolta di rifiuti tossici che, a seguito di abbondanti piogge, si riversano nelle campagne circostanti danneggiando i raccolti e procurando un pericolo per la salute degli abitanti della zona.

Si tratta di una forma molto particolare e molto severa di responsabilità che si giustifica sulla base del rilievo per il quale colui che introduce nella società degli elementi di rischio nell’ambito della propria attività deve vigilare maggiormente, fino a dovere appunto dimostrare di avere studiato e messo in atto tutti gli strumenti che la tecnica offre per prevenire il danno.

Cosa si intende per attività “pericolosa”. Sicuramente all’interno della categoria delle “attività pericolose” si collocano tutte le attività che le leggi di pubblica sicurezza qualificano come tali imponendo per il loro svolgimento una serie di accorgimenti e di misure di sicurezza specifici.

Si pensi ad esempio all’attività di gestione di una centrale nucleare o di produzione di rifiuti tossici che pacificamente vengono considerate attività pericolose.

Il codice civile, tuttavia, non fornisce una definizione di questo concetto dentro al quale devono quindi essere ricomprese le attività che hanno insita la loro pericolosità nei mezzi adoperati o nella loro stessa natura.

Questa determinazione a volte non è semplice. Si pensi all’esempio dell’attività di navigazione aerea che in linea di massima non viene ritenuta attività pericolosa ma che – in determinate condizioni – può essere attratta all’interno di questa definizione. Ciò può accadere quando questa attività non rientra nella normalità di ordinarie condizioni atmosferiche.

Non viene, invece, considerata “attività pericolosa” lo svolgimento di una partita di calcio all’interno dell’ora di educazione fisica.

Cosa si intende per “misura idonea ad evitare il danno”. Secondo lo schema definito dal codice civile, una volta che viene accertato che una determinata attività può essere considerata pericolosa, i danni che questa procura ai terzi vanno risarciti salvo che l’esercente non dimostri di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.

Opera quindi una cd. presunzione per la quale, quando non viene raggiunta questa prova, si ritiene che vi sia stata una negligenza da parte di chi esercita l’attività in questione.

Dimostrare di avere messo in atto ogni misura idonea ad evitare il danno è però molto complesso.

Infatti in questo caso non è sufficiente dimostrare di non avere violato le norme di legge che prevedono dei particolari accorgimenti o le regole di comune prudenza.

Il gestore dell’attività pericolosa, infatti, deve provare di avere adottato ogni cura messa a disposizione dalla migliore tecnologia  per evitare il danno ai terzi.

La richiesta di risarcimento dei danni. Chi ha subito dei danni a causa dell’esercizio da parte di altri di un’attività pericolosa deve immediatamente richiedere il risarcimento attraverso una diffida formale da inviare tramite raccomandata con ricevuta di ritorno.

Se il danneggiante è assicurato contro i rischi propri dell’attività coinvolgerà la propria Compagnia assicuratrice nella gestione del sinistro.

Ovviamente se le trattative per la definizione della posizione non avranno un esito positivo resta sempre aperta la possibilità di instaurare contro il gestore dell’attività un processo civile per il risarcimento.

Il diritto al risarcimento del danno non può essere fatto valere (il diritto si prescrive) in ogni caso dopo cinque anni dal fatto.

Danni ai minori soggetti alle cure altrui

La legge prevede che il soggetto minore di età non possa essere chiamato in prima persona a risarcire i danni che procura a terzi.

Infatti, dei danni causati dai minori rispondono in primo luogo i genitori, padre e madre, in solido: ciò significa che il danneggiato può richiedere indifferentemente il pagamento dell’intera somma all’uno piuttosto che all’altro.

La medesima regola si applica nei confronti del tutore rispetto ai danni causati dalle persone soggette alla tutela purché convivano con il tutore medesimo.

Sono soggetti alla tutela i minori che restano privi di genitori o le persone che non sono in grado di badare a se stesse a causa di una infermità fisica o psichica.

Se però il minorenne (o comunque la persona soggetta alla tutela) viene affidata ad un insegnante quest’ultimo risponde dei danni causati dalla persona che ha in affidamento per tutto il tempo che questa sta presso di lui.

Si pensi al caso in cui l’alunno di una scuola, recandosi in gita con la classe, procuri danni a terzi mentre è sotto la vigilanza del proprio professore. In questo caso la responsabilità per i danni ricadrà sulle spalle di quest’ultimo.

Quando vi è esonero da responsabilità. La regola esaminata al paragrafo precedente è particolarmente rigida e si regge sul principio per il quale i soggetti minorenni non hanno ancora raggiunto la maturità sufficiente per autoregolarsi pienamente e, pertanto, si impone ai genitori, al tutore o alla persona alla quale sono affidati per ragioni di studio di vigilare affinché non causino danni a terzi.

In altre parole la legge stabilisce una sorta di presunzione di responsabilità a carico di questi soggetti per non avere esercitato correttamente il loro ruolo educativo.

Questa presunzione si fonda sull’attribuzione al genitore (e agli altri soggetti indicati dalla legge) di una responsabilità:

  • per non avere adeguatamente vigilato sul comportamento del minore (c.d. culpa in vigilando)
  • per non avere svolto in modo adeguato i propri compiti educativi (c.d. culpa in educando)

Questa presunzione però può essere superata se si riesce a dimostrare di non avere potuto impedire il fatto.

In altre parole, a questi fini si deve dimostrare che il danno si sarebbe verificato comunque anche nel caso in cui il genitore avesse tenuto la massima vigilanza sul minore.

Se tuttavia le modalità con le quali si è verificato il fatto mostrano che il minore non è stato correttamente educato, il genitore (così come il tutore o l’insegnante) possono comunque essere chiamati a rispondere dei danni.

Il danno causato dal minore a se stesso. Le regole che sono state esaminate nei paragrafi precedenti si applicano nel caso in cui il minore procuri danni a terzi, come accade, ad esempio, quando l’alunno causa delle lesioni ad un compagno di scuola.

Altra questione si pone quando il minore, affidato alle cure degli insegnanti, procura un danno a se stesso.

Si pensi all’ipotesi classica dell’infortunio che il minore subisce all’interno della palestra della propria scuola durante l’ora di educazione fisica andando ad urtare degli attrezzi.

In questi casi si ritiene che dei danni subiti dal minore debbano rispondere l’insegnante in solido con il Ministero dell’Istruzione (MIUR) dal momento che si viene a realizzare una responsabilità (assimilabile a quella che deriva da un contratto) che discende dal fatto stesso dell’affidamento del minore all’Istituto scolastico a seguito dell’iscrizione. Si parla, in proposito, di responsabilità da contatto sociale.

Questa circostanza ha delle conseguenze rilevanti. In particolare il danneggiato (che vista la minore età dovrà comunque chiedere il risarcimento tramite il genitore o il tutore) potrà limitarsi ad affermare che l’insegnante non ha correttamente vigilato mentre sarà compito di quest’ultimo dimostrare di avere utilizzato la necessaria diligenza.

Danno differenziale

Con il termine danno differenziale si identifica il danno risarcibile al lavoratore, ottenuto dalla differenza tra quanto versato dall’Inail a titolo di indennizzo per infortunio sul lavoro Igiene e sicurezza sul lavoro o malattia professionale Malattie professionali  e quanto è possibile richiedere al datore di lavoro a titolo appunto, di risarcimento del danno in sede civilistica.

Infatti, le prestazioni erogate dall’assicuratore sociale sono dovute in ragione del semplice verificarsi dell’infortunio, mentre il risarcimento presuppone non solo il verificarsi dell’evento dannoso, ma anche la sua configurabilità come illecito in quanto prodottosi a seguito di un comportamento colposo del datore di lavoro o di un terzo.

Il danno differenziale dunque spetta anche a colui il quale, pur percependo già una rendita INAIL  dimostri di avere subito un danno ulteriore rispetto a quello riconosciutogli e ristoratogli dall’ente previdenziale.

Sussistono infatti sostanziali divergenze tra l’indennizzo erogato dallINAIL ed il risarcimento del danno differenziale.

Mentre quest’ultimo trova il proprio riconoscimento, tra l’altro anche nell’articolo 32 della Costituzione (tutela del diritto alla salute) ed è tuttora finalizzato a risarcire il danno nella stessa misura in cui si è verificato, l’indennizzo Inail risponde alla funzione sociale di garantire mezzi adeguati al lavoratore oggetto di infortunio o malattia professionale.

L’evidente diversità strutturale e funzionale, sussistente tra tali due mezzi di ristoro, consente pertanto di escludere che le somme versate dall’Inail possano considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno in capo all’infortunato.

Orbene, le voci di danno pertanto risarcibili che in concreto rientrano nella nozione di danno differenziale possono così riassumersi:

  • Danno biologico (anche temporaneo) inferiore al 6%: tale tipologia di risarcimento del danno tutela ogni lesione dell’integrità psico –fisica del lavoratore;
  • Danno patrimoniale: in tale categoria rientrano non solo le spese “vive” sostenute dal lavoratore (si pensi alle spese mediche, ecc…) ma anche il mancato guadagno cagionato dall’infortunio occorso;
  • Danno morale: danno non patrimoniale, qualificato come ogni turbamento dello stato d’animo.
  • Danno esistenziale: inteso quale pregiudizio che alteri le abitudini e gli assetti relazionali di un persona, inducendolo a concreti cambiamenti in senso peggiorativo nella qualità della vita

Danno causato dalle cose (crolli, cadute, infiltrazioni)

La legge, ed in particolare l’art. 2051 del codice civile, stabilisce che il danno causato da una cosa deve essere risarcito dal soggetto che la ha in custodia.

Si pensi all’ipotesi di rottura di un tubo che porta acqua condotta e che causa l’allagamento dell’alloggio posto al piano inferiore, oppure al caso di caduta di neve da un cornicione oppure, ancora, alla caduta di una tegola da un tetto di cui non è stata curata adeguatamente la manutenzione.

In tutti questi casi il soggetto che ha in custodia la cosa dalla quale è derivato il danno (negli esempi: il tubo, il cornicione e il tetto) dovrà risarcire il danno causato a terzi.

Questa responsabilità viene però meno se il fatto si è verificato per una situazione imprevedibile tanto da poter essere considerata quello che tecnicamente si definisce un caso fortuito.

Vista la complessità dei singoli concetti occorre, quindi, affrontare separatamente le questioni che pone l’art. 2051 del codice civile.

Quando un soggetto ha una cosa in custodia. Quando un danno deriva da una cosa occorre quindi prima di tutto stabilire qual è il soggetto custode del bene e quindi capire cosa si intende quando si parla di “custodia”.

In generale si definisce “custode” il soggetto che ha la disponibilità effettiva di una cosa e i relativi poteri di controllo sulla medesima.

Il soggetto custode, quindi, deve avere la cosa nella propria disponibilità di fatto (quindi deve trovarsi in un rapporto materiale con essa) e giuridica (deve avere sulla cosa dei poteri che gli derivano dalla legge o da un contratto o comunque da un rapporto riconosciuto dall’ordinamento giuridico).

Normalmente questo soggetto è il proprietario, a maggior ragione quando utilizza la cosa in prima persona (ad esempio: abita all’interno dell’alloggio dal quale deriva la perdita che ha causato l’allagamento al piano sottostante).

Pertanto quando si subisce un danno dalla cosa occorre sempre in prima battuta richiedere il risarcimento al proprietario della medesima.

Alcuni casi controversi di applicazione dei principi. La prassi quotidiana ha posto una serie di questioni problematiche.

Ovviamente in questa sede non è possibile affrontarle tutte ma è opportuno considerare almeno le più importanti.

In primo luogo ci si è chiesti se le regole contenute nell’art. 2051 del codice civile possono applicarsi anche agli Enti pubblici proprietari di beni demaniali ed in particolare delle strade per ottenere il risarcimento del danno in caso di sinistri dovuti a cattiva manutenzione.

Al termine di un lungo dibattito sembra essersi affermata l’idea per la quale anche l’Ente proprietario della strada debba rispondere secondo i principi dei danni causati dalle cose.

Altra questione è quella relativa all’applicazione di queste regole all’Ente proprietario o concessionario di autostrade per i danni causati dalla struttura dell’autostrada medesima.

Anche in questo caso la risposta è stata tendenzialmente positiva con la specificazione che l’Ente non può essere chiamato a rispondere dei danni:

  • provocati dagli stessi utenti
  • dovuti a una repentina e non prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’impegno e la diligenza per garantire un tempestivo intervento, non può essere rimossa o segnalata per difetto del tempo strettamente necessario per rimuovere il pericolo.

Infine viene in rilievo il caso dei danni causati da un bene che il proprietario ha affittato a terzi. In questo caso ci si chiede se del danno debba rispondere il proprietario o l’affittuario.

Ci si chiede, infatti, se attraverso la conclusione di un contratto di affitto il rapporto di custodia passi (in tutto o in parte) dal proprietario all’affittuario.

Si pensi al caso di un alloggio concesso in locazione e all’ipotesi in cui la rottura di un tubo (non condominiale) causi un’infiltrazione nell’alloggio sottostante.

In linea di massima con il contratto di locazione il conduttore assume l’obbligo di curare la manutenzione ordinaria della cosa e, quindi, il relativo potere di intervenire a questo fine, mentre la manutenzione straordinaria resta onere del proprietario.

Pertanto si può dire che il rapporto di custodia passa dal proprietario all’inquilino con riferimento a quei beni sui quali questi ha il potere (e il dovere) di intervenire, mentre il proprietario resta responsabile dei danni causati da quelle parti dell’immobile sulle quali conserva tale potere di intervento.

Nell’esempio, quindi, il proprietario resterà responsabile dei danni causati dalle strutture murarie e dei tubi in esse contenuti.

Cosa deve dimostrare il custode per essere esonerato dal risarcimento. La legge stabilisce che il custode (proprietario o altro soggetto come ad esempio il conduttore o l’affittuario) risponde dei danni causati dalla cosa salvo che dimostri la sussistenza di un caso fortuito.

La questione diventa quindi stabilire cosa si intende per “caso fortuito”.

Generalmente con questo concetto si fa riferimento ad un evento talmente eccezionale e non naturale rispetto alla normale dinamicità propria della cosa stessa da risultare non solo improbabile ma assolutamente non preventivabile, come ad esempio un comportamento del tutto abnorme del danneggiato.

In altre parole, un fattore del tutto eccezionale il cui verificarsi interrompe il rapporto di causa-effetto (il c.d. nesso causale) tra la cosa stessa e il danno così come si è verificato.

La prova di questo elemento è quindi molto difficile perché occorre chiedersi se l’evento rientra nello sviluppo naturale e prevedibile dei fatti collegati alla cosa e al suo utilizzo.

Per comprendere meglio la questione è possibile fare due esempi.

Nel primo, ci si chiede se in caso di caduta di neve da un cornicione il proprietario dell’immobile possa invocare a sua discolpa il fatto che la nevicata sia stata particolarmente abbondante. È qui evidente che una nevicata abbondante non può essere considerato un evento imprevedibile e non collegato alla naturale funzione di un cornicione. In questo caso, quindi, non si può parlare di caso fortuito.

Nel secondo, invece, si pensi all’ipotesi in cui un turista si sia tuffato in mare da un pontile adibito esclusivamente all’attracco di navi per il trasporto di merci e abbia riportato un infortunio. In questo caso è possibile sostenere con ragione che la causa del danno non sia tanto la conformazione del pontile quanto piuttosto il comportamento imprudente del turista.

La richiesta di risarcimento dei danni. Chi ha subito dei danni a causa della dinamicità di una cosa deve immediatamente richiedere il risarcimento attraverso una diffida formale da inviare tramite raccomandata con ricevuta di ritorno.

La richiesta va inviata in primo luogo al proprietario ed eventualmente anche all’affittuario o al conduttore della cosa stessa.

Se il custode è assicurato contro i rischi propri dell’attività coinvolgerà la propria Compagnia assicuratrice nella gestione del sinistro.

Ovviamente se le trattative per la definizione della posizione non avranno un esito positivo resta sempre aperta la possibilità di instaurare contro il custode un processo civile per il risarcimento.

Il diritto al risarcimento del danno non può essere fatto valere (il diritto si prescrive) in ogni caso dopo cinque anni dal fatto.

 

Danno alla salute

Nell’ambito dei danni non patrimoniali è compreso anche il danno da lesione della salute, detto danno biologico, particolarmente conosciuto perchè viene normalmente liquidato nella maggior parte delle procedure che derivano da un sinistro stradale nel corso del quale si sono verificate delle lesioni.

Si pensi al caso dell’investimento del pedone.

Il danno biologico ha trovato la sua prima definizione nell’ambito della disciplina delle lesioni derivanti da sinistro stradale, ma questa categoria si applica a tutti i tipi di lesioni causati dall’altrui comportamento imprudente.

Si pensi al caso dell’errore del chirurgo che causa una invalidità al paziente in seguito all’esecuzione non corretta di un intervento.

Ovviamente la lesione alla salute può anche riguardare la sfera psichica del danneggiato quando questo, a causa del comportamento illecito di altri, matura una patologia psichica.

Normalmente per la valutazione circa l’esistenza e l’entità di un danno alla salute si ricorre ad un’apposita perizia medico legale.

La valutazione del danno biologico tiene in considerazione:

  • il periodo di durata della malattia: ovverosia il tempo che va dal verificarsi del danno al momento della guarigione oppure al momento in cui le terapie non sono più in grado di migliorare la situazione del danneggiato (si parla in questo caso di invalidità temporanea)
  • le eventuali conseguenze permanenti che non sono eliminabili neppure continuando nelle terapie e che quindi il danneggiato subirà per il resto della sua vita (si parla in questo caso di invalidità permanente).

 

 

  • Il grado dell’invalidità permanente viene valutato attribuendo un punteggio percentuale.

La monetizzazione di questi parametri si effettua applicando delle specifiche tabelle che prevedono una somma di denaro:

  • per ogni giorno di invalidità temporanea
  • per ogni punto percentuale di invalidità (somma che varia a seconda dell’età del danneggiato).

Per quanto riguarda i fatti che danno origine ad una invalidità non superiore al 9% si fa riferimento alla tabella prevista dall’art. 139 del Codice delle Assicurazioni Private (cd. lesioni micropermanenti).

Per le invalidità superiori al 9% si fa invece riferimento ad una tabella predisposta dal Tribunale di Milano che viene ritenuta applicabile a tutto il territorio nazionale.

Danno patrimoniale

Si definisce “danno patrimoniale” la lesione che un soggetto subisce al proprio patrimonio e che è immediatamente e naturalmente valutabile in termini monetari.

Si pensi al caso di un automobilista che perdendo il controllo del proprio mezzo sfondi il cancello di una abitazione.

In questo caso il danno è quantificabile economicamente e corrisponderà alle spese necessarie per sostituire il cancello.

Quando si parla di danno patrimoniale si distingue tra:

  • la lesione diretta del patrimonio del danneggiato (nell’esempio che precede: le somme necessarie per il ripristino della cancellata) ed in questo caso di parla di danno emergente;
  • la lesione del patrimonio in prospettiva rappresentata dai minori guadagni che il danneggiato realizzerà in seguito dalla lesione della sua posizione (si pensi ai mancati guadagni del professionista costretto ad un ricovero ospedaliero per essere stato investito mentre attraversava la strada) ed in questo caso si parla di lucro cessante.

Danno non patrimoniale

Il danno non patrimoniale, invece, consiste nella lesione di un bene della vita che non può essere oggetto di quantificazione economica.

Si pensi all’onore, alla salute (come vedremo meglio nel paragrafo che segue), alla vita di relazione, al dolore che segue alla perdita di una persona cara, ecc.

La possibilità di ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale è disciplinata dall’art. 2059 del codice civile che è oggi interpretato nel senso di consentire il risarcimento dei soli pregiudizi che seguono alla lesione di una posizione riguardante la persona e che trova un riconoscimento nella Costituzione.

Ad esempio, sotto questo aspetto, in caso di lesioni fisiche che hanno comportato per la vittima una lesione seria all’apparato genitale, è stato ritenuto non soltanto risarcibile il danno (c.d. Danno biologico come vedremo) che consiste nella lesione dell’integrità fisica, ma anche il danno che deriva dall’impossibilità di potere avere successivamente una normale vita sessuale, che è stata riconosciuta come un diritto rientrante tra quei valori riguardanti la persona e tutelati dall’art. 2 della Costituzione.

In un passato molto recente si era soliti distinguere il danno patrimoniale in categorie e più precisamente in:

  • danno biologico: danno alla salute
  • danno morale: il danno conseguente al dolore patito per avere subito un reato
  • danno esistenziale: il danno relativo a quelle lesioni della sfera personale che determinavano una situazione nella quale la vittima non era più in grado di portare avanti delle attività e delle abitudini che avevano caratterizzato il suo precedente stile di vita.

Questa suddivisione è stata abbandonata a seguito di una serie di pronunce della Cassazione che ha ormai ha chiarito che il danno non patrimoniale è una categoria unica e indivisibile e che i profili che in precedenza venivano utilizzati per effettuare questa distinzione hanno la sola funzione di individuare dei parametri per la quantificazione del danno non patrimoniale a patto che incidano su beni della vita che sono riconosciuti e tutelati dalla Costituzione.

Per questo motivo, ad esempio, è stato più volte negato il diritto ad ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale consistente nella perdita del legame affettivo con il proprio animale da compagnia che veniva ucciso (volontariamente o colposamente) da terzi, e ciò sulla base del rilievo per il quale questo tipo di rapporto non trova un esplicito riconoscimento nella Costituzione (vedi la scheda sul danno causato da animali domestici o selvatici).