Arbitrato nelle controversie da lavoro

Nel  diritto del lavoro sussiste la distinzione fra arbitrato rituale e irrituale.  Il primo è consentito solo se previsto dalla legge o dai contratti o accordi collettivi di lavoro, e sia espressa la volontà delle parti di devolvere la controversia ad un collegio arbitrale.

Si tratta di un “arbitrato di diritto” e dunque impugnabile sia per questioni di diritto che per violazione di legge, oltre che per violazione di contratti e accordi collettivi.

Vi sono, invece, due tipologie di arbitrato irrituale:

  • il primo tipo deve essere previsto dalla legge o dai contratti collettivi nazionali, e vi deve essere il consenso delle parti interessate. Ha efficacia di contratto tra le parti e non può pertanto acquistare efficacia di titolo esecutivo, mentre può essere impugnato davanti al Tribunale competente, ai sensi dell’art. 413 cpc, nei termini ordinari di prescrizione.
  • Il secondo tipo di arbitrato irrituale deve essere previsto dai contratti collettivi nazionali, e vi deve essere il consenso delle parti interessate.

I contratti collettivi devono anche stabilire le regole del processo arbitrale, per consentire ai lavoratori che scelgono questo mezzo di risoluzione delle loro controversie di sapere preventivamente come si svolgerà. Ulteriore condizione è che sia stata promossa l’istanza e che il tentativo di conciliazione non sia riuscito o sia comunque spirato il termine per il suo espletamento.

È anch’esso un arbitrato che si configura come “volontario” e “di diritto”. In quest’ultimo si prevede, che sulle controversie aventi ad oggetto la validità del lodo arbitrale decide in unico grado il Tribunale, senza limitazioni di sorta.

Il lodo arbitrale, in questo secondo caso, può acquistare efficacia di titolo esecutivo a seguito di istanza della parte interessata, depositata nella cancelleria del tribunale nella cui circoscrizione si trova la sede dell’arbitrato, e del conseguente decreto emesso dal giudice.

Il termine per impugnare il lodo è stato ridotto a 30 giorni, che decorrono dalla sua notificazione.

Conciliazione e arbitrato. La legge  183/2010, ha introdotto, in materia di conciliazione e arbitrato, numerose modifiche, che incidono sia sulle regole di diritto sostanziale che processuale.

  1. A) Articolo 410 c.p.c.

Il tentativo di conciliazione, da obbligatorio diviene facoltativo;  quindi, chi intende proporre in giudizio una domanda relativa ai rapporti previsti dall’articolo 409 c.p.c. può, ma non deve, promuovere, anche tramite l’associazione sindacale alla quale aderisce o conferisce mandato, il tentativo di conciliazione presso la Commissione di Conciliazione individuata secondo i criteri di cui all’articolo 413 c.p.c., ovvero, presso la Direzione Provinciale del Lavoro della provincia in cui è sorto il rapporto, oppure, della provincia in cui si trova l’azienda oppure della provincia in cui si trovava la dipendenza dell’azienda al momento della fine del rapporto.

Nel caso di rapporti di collaborazione, agenzia e rappresentanza, il tentativo di conciliazione può essere promosso unicamente presso la Commissione di Conciliazione istituita presso la Direzione Provinciale del Lavoro nella cui circoscrizione si trova il domicilio dell’agente, del rappresentante o del titolare del rapporto di collaborazione.

La comunicazione della richiesta di tentativo di conciliazione interrompe la prescrizione e sospende, per la durata del tentativo di conciliazione e per i venti giorni successivi alla sua conclusione, il decorso di ogni termine di decadenza.

L’istanza per il tentativo di conciliazione deve essere consegnato o spedita mediante raccomandata con avviso di ricevimento.

L’istanza per il tentativo di conciliazione deve contenere:

  • nome, cognome e residenza dell’istante e del convenuto; se l’istante o il convenuto sono una persona giuridica, un’associazione non riconosciuta o un comitato, l’istanza deve indicare la denominazione o la ditta nonché la sede
  • il luogo dove è sorto il rapporto ovvero dove si trova l’azienda o sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto
  • il luogo dove devono essere fatte alla parte istante le comunicazioni inerenti alla procedura;
  • l’esposizione dei fatti e delle ragioni posti a fondamento della pretesa

Se la controparte intende accettare la procedura di conciliazione, deve depositare – presso la commissione di conciliazione – entro venti giorni dal ricevimento della copia della richiesta, una memoria contenente le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, le eventuali domande in via riconvenzionale.

Entro i dieci giorni successivi al deposito di tale memoria, la Commissione fissa la comparizione delle parti per il tentativo di conciliazione, che deve essere tenuto entro i successivi trenta giorni.

Dinanzi alla Commissione il lavoratore può farsi assistere anche da un’organizzazione cui aderisce o conferisce mandato.

In caso di mancata accettazione della procedura di conciliazione, ciascuna delle parti è libera di adire l’Autorità Giudiziaria.

Se il tentativo di conciliazione si è svolto in sede sindacale, ad esso non si applicano le disposizioni di cui all’articolo 410 c.p.c. Il processo verbale di avvenuta conciliazione è depositato presso la Direzione provinciale del lavoro a cura di una delle parti o per il tramite di un’associazione sindacale.

  1. B) Art. 411 c.p.c.

La disposizione come modificata dal Collegato Lavoro prevede che se il tentativo di conciliazione ha esito positivo, anche solo per una parte della domanda, viene redatto verbale di conciliazione sottoscritto dalle parti.

In caso, invece, di esito negativo del tentativo di conciliazione, la Commissione deve formulare una proposta per la bonaria definizione della controversia.

Se la proposta non è accettata, nel verbale di convocazione viene indicata la proposta formulata con specificazione delle indicazioni espresse dalle parti. Di quanto riportato nel verbale della Commissione e delle motivazioni della non accettazione della proposta, il Giudice successivamente adito ne tiene conto in sede di giudizio.

Qualora il tentativo di conciliazione sia stato richiesto dalle parti, al ricorso depositato ai sensi degli articoli 414 e 415 c.p.c. dinanzi al Giudice Unico del Lavoro, devono essere allegati i verbali e le memorie concernenti il tentativo di conciliazione non riuscito.

Le forme di arbitrato. Esistono tre diverse forme di arbitrato:

  • l’arbitrato che si può instaurare durante o all’esito del tentativo di conciliazione dinanzi alle Commissione di Conciliazione
  • l’arbitrato previsto dai contratti collettivi sottoscritti dalle Associazioni Sindacali maggiormente rappresentative
  • l’arbitrato presso la Camere Arbitrali costituite dagli organi di certificazione e l’arbitrato dinanzi al Collegio di Conciliazione e Arbitrato irrituale costituita a iniziativa delle parti individuali di lavoro per risolvere una controversia
  1. A) Risoluzione arbitrale della controversia

La disposizione di legge prevede che in qualunque fase del tentativo di conciliazione, o al suo termine in caso di mancata riuscita, le parti possono indicare la soluzione, anche parziale, sulla quale concordano, riconoscendo, quando è possibile, il credito che spetta al lavoratore, e possono accordarsi per la risoluzione della lite, affidando alla Commissione di Conciliazione, alla quale si sono rivolte per il tentativo di conciliazione, il mandato a risolvere in via arbitrale la controversia.

Le parti potranno affidare la risoluzione della controversi in tali ipotesi, anche in assenza di un esplicita previsione contrattuale o di accordi collettivi.

La disposizione di legge prevede espressamente che nel conferire il mandato alla Commissione per la risoluzione arbitrale della controversia, le parti devono indicare:

  1. il termine per l’emanazione della decisione, in ogni caso non superiore ai sessanta giorni dal conferimento del mandato
  2. le norme invocate dalle parti a sostegno delle loro pretese e l’eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento e dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari

Il lodo emanato a conclusione dell’arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, ed  vincolante, ha forza di legge tra le parti.

Il lodo è impugnabile in caso:

  • se la convezione di arbitrato è invalida o qualora gli arbitri abbiano pronunciato su conclusioni che esorbitino dai propri limiti e la relativa eccezione si stata sollevata nel procedimento arbitrale;
  • in caso di nomina degli arbitri con forme e modi diversi da quelli previsti dalla convenzione arbitrale;
  • se il lodo sia stato pronunciato da chi non poteva essere nominato arbitro ex art. 812 c.p.c. (ovvero chi è privo in tutto o in parte della capacità di agire);
  • se gli arbitri non si sono attenuti alle regole imposte dalle convenzioni arbitrali come condizioni di validità del lodo;
  • se non è stato osservato nel procedimento arbitrale il principio del contraddittorio.
  1. B) Altre modalità di conciliazione e arbitrato previste dalla contrattazione collettiva

Nella nuova formulazione prevede che la conciliazione e l’arbitrato, nelle materie di cui all’articolo 409 c.p.c., possono essere svolti altresì presso le sedi e con le modalità previste dai contratti collettivi sottoscritti dalle associazioni sindacali maggiormente rappresentative.

  1. C) Altre modalità di conciliazione e arbitrato

La disposizione prevede che ferma la facoltà delle parti di proporre una causa dinanzi all’autorità giudiziaria, ovvero, di avvalersi delle procedure di conciliazione e di arbitrato previste dalla legge, le controversia possono essere altresì proposte innanzi al Collegio di Conciliazione e arbitrato irritale costituito ad hoc secondo quanto previsto dalla disposizione, ovvero un Collegio di Conciliazione e Arbitrato è composto da un rappresentante di ciascuna delle parti e da un terzo membro, in funzione di Presidente, scelto di comune accordo dagli arbitri di parte tra i professori universitari di materie giuridiche e gli avvocati ammessi al patrocinio davanti alla Corte di cassazione.

Quanto alle forme di devoluzione in arbitri nel caso di specie, la parte che intenda ricorrere al collegio di conciliazione e arbitrato notifica all’altra parte un ricorso sottoscritto, salvo che si tratti di una pubblica amministrazione, personalmente o da un suo rappresentante al quale abbia conferito mandato e presso il quale deve eleggere il domicilio.

Il ricorso deve contenere la nomina dell’arbitro di parte e indicare l’oggetto della domanda, le ragioni di fatto e di diritto sulle quali si fonda la domanda stessa, i mezzi di prova e il valore della controversia entro il quale si intende limitare la domanda. Il ricorso deve contenere il riferimento alle norme invocate dal ricorrente a sostegno della sua pretesa e l’eventuale richiesta di decidere secondo equità, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento e dei principi regolatori della materia, anche derivanti da obblighi comunitari.

Se la parte convenuta intende accettare la procedura di conciliazione e arbitrato, deve nominare il proprio arbitro di parte.

L’arbitro nominato dalla parte convenuta provvede, entro trenta, giorni dalla notifica del ricorso procede, ove possibile, concordemente con l’altro arbitro, alla scelta del presidente e della sede del collegio.

Ove ciò non avvenga, la parte che ha presentato ricorso può chiedere che la nomina sia fatta dal presidente del Tribunale nel cui circondario è la sede dell’arbitrato.

Se le parti non hanno ancora determinato la sede, il ricorso è presentato al Presidente del Tribunale del luogo in cui è sorto il rapporto di lavoro o ove si trova l’azienda o una sua dipendenza alla quale è addetto il lavoratore o presso la quale egli prestava la sua opera al momento della fine del rapporto.

In caso di scelta concorde del terzo arbitro e della sede del Collegio, la parte convenuta, entro trenta giorni da tale scelta, deve depositare presso la sede del collegio una memoria difensiva esponendo le difese e le eccezioni in fatto e in diritto, le eventuali domande in via riconvenzionale e l’indicazione dei mezzi di prova.

Entro dieci giorni dal deposito della memoria difensiva della parte convenuta, il ricorrente può depositare presso la sede del collegio una memoria di replica senza modificare il contenuto del ricorso. Nei successivi dieci giorni il convenuto può depositare presso la sede del collegio una controreplica senza modificare il contenuto della memoria difensiva.

Il collegio fissa il giorno dell’udienza, da tenere entro trenta giorni dalla scadenza del termine per la controreplica del convenuto, dandone comunicazione alle parti, nel domicilio eletto, almeno dieci giorni prima. All’udienza il Collegio esperisce il tentativo di conciliazione. Se la conciliazione riesce, si applicano le disposizioni dell’articolo 411, commi primo e terzo, c.p.c. venendo quindi redatto verbale di conciliazione.

Se la conciliazione non riesce, il Collegio provvede, ove occorra, a interrogare le parti e ad ammettere e assumere le prove, altrimenti, invita all’immediata discussione orale.

Nel caso di ammissione delle prove, il Collegio può rinviare ad altra udienza, a non più di dieci giorni di distanza, l’assunzione delle stesse e la discussione orale.

La controversia è decisa, entro venti giorni dall’udienza di discussione, mediante un lodo. Il lodo emanato a conclusione dell’arbitrato, sottoscritto dagli arbitri e autenticato, produce tra le parti gli effetti di cui agli articoli 1372, avendo forza di legge tra le parti, e 2113, quarto comma del codice civile.

I costi. Quanto ai costi del presente procedimento, il compenso del Presidente del Collegio è fissato in misura pari al 2% del valore della controversia dichiarato nel ricorso ed è versato dalle parti, per metà ciascuna, presso la sede del Collegio mediante assegni circolari intestati al presidente almeno cinque giorni prima dell’udienza. Ciascuna parte provvede a compensare l’arbitro da essa nominato.

Le spese legali e quelle per il compenso del presidente e dell’arbitro di parte, queste ultime nella misura dell’1 per cento del suddetto valore della controversia, sono liquidate nel lodo ai sensi degli articoli 91, primo comma, e 92.

Clausola compromissoria per il settore privato. Quanto alle clausole compromissorie, con le quali le parti si accordano per devolvere ad arbitri le controversie aventi ad oggetto le materie di cui all’articolo 409 c.p.c., le parti contrattuali possono pattuire clausole compromissorie di cui all’articolo 808 c.p.c. che rinviano alle modalità di espletamento dell’arbitrato di cui agli articoli 412 e 412-quater del codice di procedura civile, solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale.

La clausola compromissoria, a pena di nullità, deve essere certificata dagli organi di certificazione. La clausola compromissoria non può essere pattuita e sottoscritta prima della conclusione del periodo di prova, ove previsto, ovvero se non siano trascorsi almeno trenta giorni dalla data di stipulazione del contratto di lavoro, in tutti gli altri casi.

La clausola compromissoria non può riguardare controversie relative alla “risoluzione del contratto di lavoro”. Si deduce, quindi, che la materia del licenziamento è sottratta alla decisione arbitrale.

Dalla formulazione utilizzata pare di poter affermare che siano da ritenere escluse dalle decisioni arbitrali anche le controversie aventi ad oggetto dimissioni, risoluzione consensuale. Si rileva poi che anche le controversie inerenti il pagamento del TFR e le spettanze di fine rapporto trovano origine nella risoluzione del contratto di lavoro.

Davanti alle Commissioni di certificazione le parti possono farsi assistere da un legale di loro fiducia o da un rappresentante dell’organizzazione sindacale o professionale a cui abbiano conferito mandato.

Pubblico Impiego. Le disposizioni degli articoli 410, 411, 412, 412-ter e 412-quater del codice di procedura civile si applicano anche alle controversie di cui all’articolo 63, comma 1, del Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n. 165, ovvero, in materia di rapporti di lavoro nel settore pubblico.

Per informazioni o approfondimenti, si consiglia di rivolgersi all’ufficio vertenze sindacale della CGIL.

Nascita del movimento operaio e della FP CGIL

LA NASCITA DEL MOVIMENTO DEI LAVORATORI: L’OTTOCENTO

La rivoluzione industriale in Inghilterra si colloca fra il 1760 e il 1830 e corrisponde alla prima rivoluzione industriale, comportando un insieme di rivoluzioni settoriali: dall’agricoltura ai trasporti, dalla popolazione alle innovazioni tecniche e finanziarie. La macchina a vapore, con la quale spesso si identifica la rivoluzione industriale, è solo uno fra i tanti fattori dell’industrializzazione e solo una fra le innumerevoli innovazioni tecniche dell’epoca. La prima rivoluzione industriale inglese riguarda il settore tessile e metallurgico ed è preceduta dalla rivoluzione agricola.

L’industrializzazione nel nostro Paese fu più lenta e difficile. L’occupazione francese durante il periodo napoleonico aveva costretto le manifatture e le piccole industrie italiane a subire la concorrenza dei prodotti francesi. Fino al 1861 l’Italia era rimasta divisa in molti Stati. Quasi tutti difendevano dei prodotti con un rigido sistema doganale, colpendo con forti dazi tutte le merci che entravano nel proprio territorio. L’Italia non aveva giacimenti di ferro o di carbone, come l’Inghilterra, il Belgio, la Francia o la Germania.

Conseguenze sociali

La rivoluzione industriale ebbe enormi conseguenze sociali. Le condizioni di lavoro e di vita degli operai erano durissime: fino a 16-17 ore di lavoro al giorno in luoghi pericolosi. Salari bassissimi, al limite della sopravivenza. Donne e bambini sfruttati in misura anche maggiore degli adulti; l’igiene e la sicurezza erano scarse e spesso si verificavano incidenti, molti mortali.  Le condizioni igieniche erano molto precarie provocando l’insorgere di Sconosciute malattie come la Tubercolosi. Poco più di un secolo fa, a Manchester, Inghilterra, la metà dei bambini moriva prima di aver compiuto i cinque anni.

Ben presto nacquero i primi sindacati, in Inghilterra e le lotte operaie divennero elemento del quadro politico e sociale della prima metà  del secolo. Essi ottennero le prime conquiste: il diritto di associarsi (1825), la tutela del lavoro minorile e femminile (1831), la giornata lavorativa ridotta e dodici ore (1847).

In Francia nasce la CGT (Limoges 1895). In Germania le Federazioni di mestiere, ottengono il riconoscimento nel 1890.

Durante Exposition Universelle di Parigi, vengono inviati gruppi di lavoratori italiani, soprattutto per apprendere la costruzione e l’uso delle tecnologie dell’epoca.

MA APPRENDONO ANCHE ALTRO, IL VALORE DELL’ASSOCIARSI, DEL SINDACATO

NASCITA DELLE SOCIETÀ DI MUTUO SOCCORSO

Intorno al 1840 si costituì, promossa da Mazzini, l’Unione degli Operai italiani, la prima organizzazione politica del proletariato italiano.

Le prime associazioni di lavoratori furono le società di mutuo soccorso, queste erano improntate sulla solidarietà tra i soci, ma non erano composte solo da lavoratori.

Avevano come scopo l’assistenza e la devoluzione di sussidi in denaro per affrontare i periodi di disoccupazione, di malattia, di infortunio e di vecchiaia. Tutti i soci versavano quindi una quota.  Nell’Ottocento, infatti, non esistevano la malattia pagata, il servizio sanitario nazionale e neppure le pensioni statali.

Tra le attività del mutuo soccorso vi erano poi l’istruzione e l’educazione, dal momento che la frequenza scolastica a quel tempo non era obbligatoria e la maggioranza della popolazione era analfabeta.

Le leghe di resistenza – fine Ottocento

Cresce il proletariato industriale, si diffondono le idee socialiste e nascono le leghe di resistenza.

Sono espressione dei soli lavoratori, hanno un programma politico e rivendicativo che si contrapponeva agli interessi dei datori di lavoro. Utilizzano lo sciopero.

Rivendicato aumenti di salario e diritti e per denunciare lo sfruttamento. Nell’Ottocento, infatti, le paghe erano basse, gli orari di lavoro lunghi, gli incidenti mortali frequenti e la disoccupazione molto alta.

Sull’onda degli scioperi nacquero molte delle leghe di mestiere tra le quali la lega dei muratori e la lega dei metallurgici, sorte a Milano alla fine degli anni Novanta dell’Ottocento.

Sul declinare del secolo comparvero le Camere del lavoro, strutture territoriali che avevano lo scopo di mediare tra lavoratori e datori di lavoro, e di gestire il collocamento.

Le più antiche furono quelle di Milano e Piacenza fondate nel 1891 sulla scorta dell’esperienza francese delle Bourses du Travaille.

La prima sede della Camera del lavoro di Milano fu ospitata al Castello Sforzesco nel cuore della città.

I Compiti della Camera del Lavoro

Le principali attività delle Camere del lavoro furono, inizialmente, il collocamento, l’istruzione e l’assistenza e il fine ultimo consisteva nel miglioramento delle condizioni dei lavoratori da raggiungersi non attraverso lo sciopero ma con l’arbitrato, ossia la risoluzione delle controversie con la mediazione di un soggetto terzo e sopra le parti.

Con gradualità i compiti delle Camere del lavoro mutarono, invece, nella tutela degli interessi generali dei lavoratori e nel compito di coordinamento e direzione della resistenza.

 Camere federali degli impiegati

Nel 1904 i lavoratori del pubblico impiego formano, accanto alle federazioni, le Camere federali degli impiegati che svolgevano lo stesso compito delle Camere del lavoro e anzi a queste si contrapponevano per sottolineare la specificità e l’autonomia dell’organizzazione degli impiegati rispetto a quella degli operai.

L’orizzonte politico non era il partito socialista (punto di riferimento del movimento operaio) ma piuttosto quello della tradizione radicale (l’estrema).

La categoria più sindacalizzata del pubblico impiego era quella delle Poste e dei Telegrafi (69% dei sindacalizzati) e aveva una piattaforma rivendicativa avanzata: non solo miglioramento salariale e dell’organizzazione del lavoro ma una componente fondamentale era la ricerca della produttività.

Le associazioni e le federazioni di mestiere

Parallelamente alle Camere del lavoro si svilupparono le associazioni di mestiere. Nel settore pubblico i primi ad organizzarsi sono gli impiegati:

  • l’Associazione generale degli impiegati di Milano era la più attiva, nel 1904 contava già 3.000 soci.
  • 1897 nasce l’Associazione impiegati ministero del tesoro
  • 1901 si costituisce l’Associazione impiegati Corte dei Conti

Le associazioni di mestiere si danno una struttura nazionale promuovendo le federazioni di mestiere, che raggruppavano i lavoratori divisi in settori, con il progetto di superare la frammentarietà e unificare le piattaforme rivendicative: vi era la federazione del Libro, quella dei tipografi, dei postali, degli operai edili, dei lavoratori delle ferrovie, dei panettieri, degli impiegati.

  • Nel 1900 si costituì la Federazione dei segretari e degli impiegati comunali;
  • Nel 1903 Federazione dei medici condotti e la Federazione dei dazieri
  • Nel 1904 Federazione degli impiegati civili

LO SCIOPERO 

Il tema dello sciopero era argomento caldo e motivo di divisioni all’interno dei sindacati del pubblico impiego. A differenza degli operai e dei contadini per i quali lo sciopero aveva ricadute dirette sul “padrone”, per i dipendenti statali le ricadute avvenivano ai danni dei cittadini e dei servizi sociali utili alla collettività.

Eppure gli scioperi si fecero fin dagli inizi del Novecento.

Spazzini in sciopero!

Bisogna riconoscere agli spazzini e agli infermieri un primato in termini di organizzazione e lotta sindacale: nel 1901 lo sciopero degli spazzini dura 4 giorni, chiedono e ottengono un aumento del compenso giornaliero. Le altre richieste portate avanti dai netturbini riguardavano:

  • la paga doppia per il lavoro domenicale
  • il riconoscimento del turno di riposo
  • la regolamentazione dell’orario e dello straordinario
  • il riconoscimento del Primo maggio

Le vertenze degli infermieri

Accanto all’utilizzo dello sciopero c’era il ricorso alle vertenze.

La sezione degli infermieri aderisce alla Camera del Lavoro nel 1904, ma già dal 1901 si registrano delle vertenze per ottenere:

  • aumento della retribuzione giornaliera
  • la riduzione dell’orario di lavoro a 11 ore
  • il diritto alla pensione
  • adeguamenti quinquennali

LA CONFEDERAZIONE GENERALE DEL LAVORO 

Il 1° ottobre 1906 nacque a Milano la Confederazione generale del lavoro (CGdL) che riuniva le strutture orizzontali territoriali, ovvero le Camere del lavoro, e le strutture verticali, ovvero le federazioni di categoria.

LE CONQUISTE DELL’OTTOCENTO

Tra i diritti conquistati in quegli anni dal movimento dei lavoratori possiamo ricordare le otto ore lavorative e l’esenzione dal lavoro notturno delle donne e dei fanciulli.

Nel corso della prima guerra mondiale lo stile di vita dei lavoratori subì un calo repentino, gli uomini erano al fronte, le donne lavoravano in casa e fuori casa, i viveri scarseggiavano. Nel dopoguerra l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità portò a moti contro il carovita, occupazioni delle terre da parte dei braccianti e tensioni sociali nelle fabbriche, agitazioni senza precedenti che furono ricordate come il biennio rosso (1919-1920).  Nel 1920 c’è uno sciopero “storico” dei dipendenti dei comuni dell’hinterland milanese e i dipendenti del Comune di Milano vi aderiscono in solidarietà, interessando anche il sindaco, il socialista Caldara. La mediazione di Caldara, che si schierò al fianco dei manifestanti fu fondamentale alla firma dell’accordo.

Nel frattempo crescono le adesioni dei dipendenti pubblici alla Camera del Lavoro, tra il 1919 e il 1920 aderiscono:

  • Vigili del fuoco
  • Vigili daziari
  • Vigili urbani
  • Messi comunali
  • Lega dipendenti enti pubblici

IL BIENNIO NERO

Nel contempo si sviluppava il fenomeno delle squadre fasciste che, con l’appoggio degli agrari nelle campagne e dei ceti medi e impiegatizi nelle città, soffocava nel sangue le rivolte.

Bersagli della violenza fascista furono i luoghi simbolo della classe lavoratrice: le Camere del lavoro, le Case del popolo, le cooperative, le leghe, i circoli di partito.

Morirono per mano delle cosiddette squadracce decine di sindacalisti, braccianti, militanti di partito e lavoratori.

Per contrastare l’avanzata fascista, le forze sindacali (CGdL, Usi, Uil, Federazioni dei Ferrovieri e dei Marittimi) e quelle politiche (comunisti, socialisti e repubblicani) diedero vita, senza successo, all’Alleanza del Lavoro.  L’avvento del fascismo portò alla soppressione delle libertà collettive e allo scioglimento nel 1925 delle Camere del lavoro e dei sindacati liberi; la rappresentanza dei lavoratori fu affidata al sindacato di Stato, unico titolare a firmare contratti; e furono abolite le commissioni interne, formalizzate tra le due guerre quali rappresentanti degli iscritti al sindacato nella fabbrica.

IL PUBBLICO IMPIEGO NEL PERIODO FASCISTA

I lavoratori del pubblico impiego furono particolarmente colpiti dalla costruzione di uno stato autoritario:

  • Epurazione di coloro che non aderivano al fascismo
  • Si assistette a una progressiva gerarchizzazione e all’avvicinarsi del personale civile a quello militare

Il dipendente pubblico diventa un rappresentante del partito-stato.

LA RIPRESA DEL MOVIMENTO DEI LAVORATORI

La guerra d’Etiopia e l’ingresso dell’Italia nella seconda guerra mondiale, nel giugno 1940, portarono all’aumento dei prezzi, a ingiustizie sociali e a ristrettezze economiche. La conflittualità operaia riemerse nel marzo 1943 con un’ondata di scioperi che dalla Fiat di Torino si propagarono in tutto il Piemonte e in Lombardia. Nel settembre dello stesso anno iniziò la Resistenza armata.

Nel marzo del 1944 altri scioperi, ma stavolta di natura marcatamente antifascista, bloccarono la produzione a Milano, a Torino, a Savona e a La Spezia. Agli scioperi nelle fabbriche si affiancarono le azioni dei Gruppi d’azione patriottica nelle città. La reazione fu imponente: migliaia di lavoratori vennero deportati a Mauthausen.

LA CGIL UNITARIA

Nel giugno 1944 nacque la Cgil unitaria con il patto di Roma, firmato da Giuseppe Di Vittorio (per i comunisti), Achille Grandi (per i democristiani) e Emilio Canevari (per i socialisti). Il patto prevedeva una sola Confederazione, una federazione per ogni categoria articolata localmente e una Camera del Lavoro per ogni territorio.

Nel 1948 fu approvata la nuova Costituzione, nata dall’accordo antifascista con l’intenzione di differenziarsi apertamente dallo Stato autoritario fascista; la Repubblica italiana venne fondata sul Lavoro.

Il clima di concordia antifascista andò via via incrinandosi per via della divisione del mondo in due blocchi di influenza e per la strategica posizione della penisola quale cerniera tra l’est e l’ovest del continente.

Nel 1947 comunisti e socialisti furono esclusi dal governo e anche i rapporti tra le diverse componenti politiche della Cgil unitaria iniziano a incrinarsi. Nel luglio 1948 le tensioni furono ulteriormente aggravate dall’attentato a Palmiro Togliatti, segretario del Pci, la Cgil assunse la direzione degli scioperi spontanei e delle manifestazioni che si svilupparono in tutt’Italia al diffondersi della notizia.

Nel settembre dello stesso anno la componente democristiana fondava la Libera Cgil che nel 1950 sarebbe diventata la Cisl (Confederazione italiana sindacati lavoratori), guidata da Giulio Pastore. Sempre nel 1950 una parte dei socialisti diede vita alla Uil (Unione italiana del Lavoro).

SINDACATO DEL PUBBLICO IMPIEGO, SECONDO DOPO GUERRA

I lavoratori del pubblico impiego nel secondo dopo guerra erano divisi in diverse federazioni di categoria:

  1. Federazione nazionale lavoratori enti locali (Fndel)
  2. Federazione nazionale lavoratori acquedotti (Fila)
  3. Federazione nazionale lavoratori ospedalieri (Fndel)
  4. Federazione italiana lavoratori dipendenti enti diritto pubblico (Fidel)
  5. Federazione nazionale statali (Fns)
  6. Federazione italiana vigili del fuoco

Aumenti salariali  e Riforme

Non vi era omogeneità di trattamento: differenze salariali e di inquadramento non solo tra enti diversi ma pure all’interno di uno stesso ente, diffusa presenza del precariato e degli avventizi, meno tutele dei dipendenti delle industrie. Le rivendicazioni comuni a tutti i settori erano: miglioramenti salariale e riforma della pubblica amministrazione per aumentarne l’efficienza. Per garantire autonomia negoziale alle differenti federazioni e evitare concorrenze interne alla stessa organizzazione venne concordata una politica volta a tutelare i minimi salariali, un minimo comun denominatore al di sotto del quale nessuna federazione aveva interesse a scendere.

Ad ogni modo nella politica della Cgil per tutti gli anni cinquanta e sessanta pesò maggiormente il settore dell’industria e vennero di conseguenza privilegiate le istanze dei lavoratori metalmeccanici e chimici. La Cgil pagò questa distrazione con una bassa sindacalizzazione nel pubblico impiego a vantaggio della Cisl e del sindacalismo autonomo. La crescita degli iscritti nei settori pubblici si ebbe negli anni Settanta a seguito di alcune conquiste.

Il movimento sindacale conquistò negli anni alcuni importanti diritti che oggi sembrano scontati: il congedo di maternità pagato, il divieto di licenziamento senza giusta causa, il diritto alle ferie e al riposo, le pensioni, il diritto di poter scioperare senza essere licenziati, il diritto alla casa.

Molte furono i momenti di rivendicazione dei diritti e uno dei più importanti fu il biennio 1968-1969, attraversato da manifestazioni operaie e occupazioni delle fabbriche che si saldarono con la protesta studentesca portando al miglioramento della condizione economica dei lavoratori dell’industria.

I lavoratori pubblici negli stessi anni rivendicavano:

  • Una riforma democratica della PA
  • Il decentramento funzionale e decisionale
  • La valorizzazione delle Aziende dello Stato
  • La stabilizzazione dei contratti a termine
  • Aumenti salariali e parità retributiva nei diversi settori, scala mobile

Ottennero:

  • aumenti salariali e riconoscimento diritti sindacali (1969)
  • Riforma ospedaliera (L. 132/1968)
  • Il riconoscimento della contrattazione collettiva per i dipendenti pubblici
  • Il riordino delle carriere

Sull’onda degli eventi della fine degli anni Sessanta, nel maggio 1970 fu approvato lo Statuto dei lavoratori (legge n. 300) che concesse ai lavoratori la libertà di opinione, i diritti sindacali, la tutela della salute, il diritto allo studio, stabilì il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa, riconobbe formalmente le Rappresentanze sindacali aziendali (Rsa) e represse l’eventuale condotta antisindacale dei datori di lavoro.

L’UNIONE FA LA FORZA

Per uscire dall’isolamento e avere maggiore forza rivendicativa verso l’esterno e  politica verso l’interno, fin dagli anni Sessanta si sentì la necessità di un coordinamento tra le federazioni e si cominciò a parlare di accorpamento. Ma bisognerà attendere il luglio del 1970 affinché la confederazione ragionasse su una strategia politica per riorganizzare la rappresentanza del pubblico impiego anche perché la sindacalizzazione cresceva in maniera progressiva e i lavoratori pubblici stavano diventando massa critica.

Si trattò prima di una svolta politica:

  • non si parlava più di classe operaia, ma di classe lavoratrice..(società dei servizi)
  • la riforma della pubblica amministrazione non riguardava solamente i lavoratori del pubblico impiego, bensì tutti i cittadini che ne erano i fruitori e di conseguenza necessitavano dell’impegno di tutto il movimento

Non fu ancora una svolta organizzativa.  Tuttavia le vertenze del pubblico impiego per tutti gli anni Settanta rimasero distinte per statali, enti locali, parastatali e ospedalieri, ma furono imperiate per tutti i settori sul comune binomio contrattazione triennale/riforme.

TAPPA DUE: IL COORDINAMENTO

La questione organizzativa che era rimasta irrisolta nel 1970 fu ripresa al convegno di organizzazione della Flels nel 1975 durante il quale Aldo Giunti propose una aggregazione graduale da attuarsi inizialmente con un coordinamento tra le segreterie.

Nel 1978 fu costituito il coordinamento nazionale del pubblico impiego.

clip_image001 E’ NATA

Il congresso costitutivo della Fp si tenne a Rimini nell’aprile del 1980 (14-18 aprile) i sindacati precedenti furono sciolti e si costituì quindi non una federazione di sindacati, ma una federazione di lavoratori. Si decise solo di mantenere  al suo interno la divisione in comparti.

La Funzione Pubblica organizza e tutela i lavoratori: dello Stato (Ministeri), delle Agenzie Fiscali, degli Enti Pubblici non economici (INPS, INAIL, ACI, CRI, ecc…), della Sanità pubblica (Aziende ospedaliere, Aziende Sanitarie Locali) e privata (Ospedali e Cliniche private ed ex convenzionate), degli Enti Locali (Comuni, Provincie, Regioni, Comunità Montane, Camere di Commercio, IPAB, ecc…), delle Aziende (Vigili del Fuoco, AIMA, Monopoli di Stato, Cassa Depositi e Prestiti), del settore socio sanitario assistenziale educativo privato (Cooperazione sociale, Associazionismo, ecc.), dell’Igiene Ambientale pubblica e privata, indipendentemente da ogni opinione politica, convinzione ideologica o fede religiosa e dall’ appartenenza a qualsiasi gruppo etnico.

L’EVOLUZIONE

Fino alla metà degli anni ’70 del Novecento il rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti era regolato esclusivamente da norme legislative o comunque pubblicistiche.

Le prime sperimentazioni di contrattazione collettiva e pertanto la stessa esperienza negoziale si realizzano secondo un processo politico-sindacale guidato dall’alto nel quale il livello nazionale, chiamato in primo luogo a emancipare il rapporto di lavoro dall’esclusività della fonte pubblicistica, crea solo successivamente la propria struttura articolata secondo una logica inversa rispetto a quella che nel settore privato ha visto il luogo di lavoro come sede elettiva della nascita del diritto sindacale; e infatti, mentre nelle imprese il contratto nazionale nasce per aggregazione successiva di interessi che dal luogo di lavoro si amplia a livelli territoriali sempre più estesi, nel settore pubblico il secondo livello di contrattazione si configura come decentramento del contratto nazionale, una volta che questo si sia emancipato dalla funzione normativa di volta in volta svolta dalla legge.

Nel processo normativo di riforma del settore pubblico, la legge quadro 29 marzo 1983, n. 93 rappresenta la prima tappa significativa verso l’attuale sistema normativo riguardante il regime contrattuale del rapporto di lavoro nel pubblico impiego.

Risale, infatti, a questa legge l’introduzione dei comparti di contrattazione, ovvero di settori omogenei o affini della Pubblica Amministrazione, il principio di una disciplina specifica del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici appartenenti alle Amministrazioni nei comparti, l’introduzione della contrattazione di secondo livello di tipo aziendale, il principio della definizione di accordi intercompartimentali validi per tutti i comparti.

La legge quadro del pubblico impiego, pur continuando ad affidare allo strumento del decreto del Presidente della Repubblica il recepimento degli accordi tra la parte pubblica e la parte sindacale e rinviando ai Regolamenti del personale la disciplina delle vicende del rapporto di lavoro, costituisce il momento formalmente più rilevante di avvio del superamento del primato della Pubblica amministrazione in materia di rapporto di lavoro e l’avvio del processo di contrattualizzazione.

Con la L. 23 ottobre 1992, n. 421 si avvia, sulla base delle esperienze maturate in vigenza della legge quadro del pubblico impiego, il processo di reale contrattualizzazione la cui definizione viene affidata al D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29.

Accanto al regime contrattuale del rapporto di lavoro viene avviato il processo di affidamento al giudice ordinario delle controversie relative ai rapporti di lavoro.

Successivi interventi legislativi hanno completato il processo di contrattualizzazione e di assimilazione al rapporto di diritto privato, del rapporto di lavoro di diritto pubblico con esclusione dei magistrati, degli avvocati dello Stato, del personale militare e di polizia, della carriera diplomatica, dei professori e ricercatori universitari che sono disciplinati da specifici ordinamenti.

L’art. 2, comma 2, D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165 (nella nuova formulazione introdotta dal D.Lgs. 27 ottobre 2009, n. 150) prevede che per decreto i rapporti di lavoro dei dipendenti delle amministrazioni pubbliche sono disciplinati dalle disposizioni del capo I, titolo II, del libro V del codice civile e dalle legge sui rapporti di lavoro subordinato nell’impresa, fatte salve le diverse disposizioni contenute nello stesso decreto, che costituiscono disposizioni a carattere imperativo. Eventuali disposizioni di legge, regolamento o statuto, che introducano discipline dei rapporti di lavoro la cui applicabilità sia limitata ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche, o a categorie di essi, possono essere derogate da successivi contratti o accordi collettivi e, per la parte derogata, non sono ulteriormente applicabili, solo qualora ciò sia espressamente previsto dalla legge.

Inoltre tale articolo conferisce alla contrattazione collettiva il potere di derogare a leggi e regolamenti, sempreché la legge non disponga espressamente in senso contrario. Pertanto la contrattazione assume un ruolo fondamentale nella disciplina della materia.

Ne consegue che il rapporto di lavoro dei pubblici dipendenti interessati dalla privatizzazione risulta ora disciplinato in primo luogo dalle norme del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165 e dalle eventuali norme speciali, dalle norme previste dalla contrattazione collettiva per le materie da essa espressamente disciplinate, ed infine, nel caso in cui né il decreto né la contrattazione prevedano alcunché, dalle norme del codice civile e delle leggi in materia di lavoro privato.

 I COMPARTI

Le lavoratrici e i lavoratori delle amministrazioni pubbliche sono raggruppati nei seguenti comparti di contrattazione collettiva:

  1. A) Comparto del personale delle Agenzie fiscali che comprende il personale dipendente:
  • dall’ Agenzia delle dogane
  • dall’ Agenzia delle entrate;
  • dall’ Agenzia del territorio;
  • dall’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato (AAMS).

B) Comparto del personale degli Enti pubblici non economici che comprende il personale dipendente: Enti di cui alla L. 20 marzo 1975, n. 70, e successive modificazioni e integrazioni – ivi compreso l’Istituto nazionale per il commercio con l’estero (ICE) – ad eccezione di quelli espressamente indicati nell’ art. 6, nonchè dagli ulteriori enti pubblici non economici comunque sottoposti a tutela o vigilanza dello Stato

C) Comparto del personale dei Ministeri

D) Comparto del personale della Presidenza del Consiglio dei Ministri che comprende il personale dipendente:

  • dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri;
  • dall’Agenzia per la formazione dei dirigenti e dipendenti delle amministrazioni pubbliche – Scuola nazionale della pubblica amministrazione, istituita dall’ art. 1, comma 580 della L. 27 dicembre 2006, n. 296.

E) Comparto del personale delle regioni e delle autonomie locali che comprende il personale dipendente:

  • dalle regioni a statuto ordinario;
  • dagli Enti pubblici non economici dipendenti dalle regioni a statuto ordinario;
  • dagli ex Istituti autonomi per le case popolari comunque denominati i cui dipendenti siano disciplinati dai contratti collettivi relativi al rapporto di lavoro pubblico del comparto;
  • dai comuni;
  • dalle province;
  • dalle comunità montane;
  • dalle comunità collinari;
  • dai Consorzi, associazioni, incluse le Unioni di comuni, e comprensori tra comuni, province, comunità montane e comunità collinari ed i cui dipendenti siano disciplinati dai contratti collettivi relativi al rapporto di lavoro pubblico del comparto;
  • dalle Aziende pubbliche di servizi alla persona (ex IPAB), che svolgono prevalentemente funzioni assistenziali;
  • dalle Università agrarie ed associazioni agrarie dipendenti dagli enti locali;
  • dalle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e dalle loro associazioni regionali cui esse partecipano ed i cui dipendenti siano disciplinati dai contratti collettivi relativi al rapporto di lavoro pubblico del comparto;
  • dalle Autorità di bacino
  • dall’Agenzia per la gestione dell’albo dei Segretari comunali e provinciali;

F) Comparto del personale del Servizio Sanitario Nazionale

  • dalle aziende sanitarie ed ospedaliere del Servizio sanitario nazionale ;
  • dagli istituti zooprofilattici sperimentali
  • dagli istituiti di ricovero e cura a carattere scientifico (IRCCS)
  • dall’ Ordine Mauriziano di Torino;
  • dall’ospedale Galliera di Genova;
  • dalle ex istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza ( IPAB) che svolgono prevalentemente funzioni sanitarie.
  • dalle residenze sanitarie assistite prevalentemente pubbliche (RSA)
  • dall’Agenzia per i servizi sanitari regionali
  • dal personale delle Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente (ARPA)

SOL: sportello informativo lavoro della CGIL

Presso le Camere del lavoro sono attivi gli sportelli SOL (servizio orientamento lavoro) dove,  attraverso un’attività qualificata, mette a disposizione di tutti: giovani, studenti, lavoratori, lavoratori cassaintegrati e in mobilità, disoccupati e stranieri le informazioni necessarie per muoversi con maggiore consapevolezza nel mercato del lavoro.

Cosa fa?

  • orienta nel mercato del lavoro fornendo, attraverso un’azione di accompagnamento nella fase iniziale, le capacità e gli strumenti per una ricerca autonoma
  • controlla l’offerta lavorativa territoriale al fine di svolgere un’azione d’orientamento puntuale ed efficace, anche sul piano formativo informa sulle diverse tipologie contrattuali
  • offre informazioni su bandi di concorsi pubblici e svolge attività di orientamento alla preparazione delle prove e di assistenza nella compilazione delle domande
  • informa sulle opportunità formative presenti sul territorio
  • assiste nella stesura di curriculum, di lettere di presentazione e nella conduzione di colloqui di lavoro

svolge una funzione di raccordo tra i servizi e le categorie

CGIL



La Confederazione Generale Italiana del Lavoro è un’associazione di rappresentanza dei lavoratori e del lavoro. È la più antica organizzazione sindacale italiana ed è anche la maggiormente rappresentativa, con i suoi circa 6 milioni di iscritti, tra lavoratori, pensionati e giovani che entrano nel mondo del lavoro.
La CGIL svolge un importante ruolo di protezione del lavoro dal libero e incondizionato funzionamento del mercato. Lo fa attraverso l’opera incessante di costruzione e ricostruzione della solidarietà nel lavoro e tra i lavoratori, attraverso la pratica quotidiana fatta dall’impegno concreto di rappresentanza e di contrattazione.
Quando è nata nel 1906 – ma le prime Camere del lavoro risalgono al 1891 – aveva duecentomila aderenti. Da allora ha mantenuto la doppia struttura: verticale, costituita dalle federazioni di categoria, e orizzontale, attraverso le Camere del lavoro.
Attualmente le categorie nazionali sono 13 mentre le Camere del lavoro in tutto il territorio nazionale sono 134.
La CGIL nazionale ha sede a Roma nella storica sede di Corso d’Italia 25. La sua storia è profondamente intrecciata alla storia del Paese: stipula, attraverso le organizzazioni di categoria, i contratti di lavoro e svolge allo stesso tempo un’azione di tutela, finalizzata a difendere, affermare e conquistare diritti individuali e collettivi, che vanno dai sistemi di welfare ai diritti sul posto di lavoro.
La CGIL è affiliata alla Confederazione Europea dei Sindacati (Ces) e alla Confederazione Internazionale dei Sindacati (Ituc-Csi).
L’attuale segretaria generale è SUSANNA CAMUSSO, eletta il 3 novembre 2010.

ENGLISH

The Italian General Confederation of Labour is an associationof representatives of workers and labor. It isthe oldest Italian union and is alsothe most representative, with about 6 million members, including workers, retirees and young people entering the working world.
The CGIL plays an important role in protecting the work fromthe free and unrestricted operationofthe market. It does this through the unceasing work of construction and reconstruction work and solidarity among workers, the commitment made ??throughthe daily practice of representation and bargaining.
Since its beginning in 1906 – butthe first room ofthe work dates back to 1891 – had two hundred thousand members. Sincethen he has maintainedthe dual structure: vertical, consistingofthe federations, and horizontal, throughthe Chambers of work. Currently there are 13 national categories and the Housesof work all over the country are 134.
The CGIL has national headquarters in Rome inthe historical course of Italy 25. Its history is deeply intertwined withthe historyofthe country: the conclusion, through trade associations, labor contracts atthe same time and place protective action, intended to defend, assert and achieve individual and collective rights, ranging from systems welfare rights inthe workplace.
The CGIL is affiliated tothe European Trade UnionConfederation (ETUC) andthe International Trade UnionConfederation (ITUC-CSI).
The current Secretary General is Susanna Camusso, elected November 3, 2010.

ESPAÑOL

La ConfederaciónGeneralItaliana del Trabajo es una asociación de representantes de los trabajadores y el trabajo. Es el más antiguo sindicatoitaliano y también es la más representativa, con cerca de 6 millones de miembros, incluyendo a los trabajadores, jubilados y jóvenes que se incorporan al mundo laboral.
La CGIL tiene un papel importante en la protección del trabajo de la operación libre y sin restricciones del mercado. Lo hace a través del trabajo incesante de los trabajos de construcción y reconstrucción y la solidaridad entre los trabajadores, el compromiso asumido a través de la práctica diaria de la representación y la negociación.
Desde sus inicios en 1906 pero la primera habitación de la obra data de 1891 – había 200.000 miembros. Desde entonces, ha mantenido la estructura dual: vertical, que consiste en las federaciones, y horizontal, a través de las Cámaras de trabajo. Actualmente hay 13 categorías nacionales y las Casas de trabajo en todo el país son 134.
La CGIL tiene su sede nacional en Roma, en el curso histórico de Italia 25. Su historia está profundamente entrelazada con la historia del país: la conclusión, a través de asociaciones comerciales, los contratos de trabajo, al mismo tiempo y lugar la acción de protección, la intención de defender, afirmar y alcanzar los derechos individuales y colectivos, que van desde sistemas los derechos de bienestar en el lugar de trabajo.
La CGIL está afiliada a la Confederación Europea de Sindicatos (CES) y la Confederación Sindical Internacional (ITUC-CSI).

El actual SecretarioGeneral es Susanna Camusso, elegido 03 de noviembre 2010.

Confederalità Confederale

Valore proprio del sindacato che rappresenta gli interessi generali del mondo del lavoro e dei pensionati, a prescindere dalla loro categoria di appartenenza. Elemento di unità e di solidarietà tra i lavoratori.
Infatti, la CGIL nasce nel 1906 come sindacato confederale e successivamente si articola in federazioni di categoria, che rappresentano gli interessi dei lavoratori.
Dal punto di vista organizzativo, la CGIL si articola in strutture confederali territoriali – dette “strutture orizzontali”: Camere del Lavoro, Regionali, Nazionali e di Federazioni di categoria – dette strutture verticali.

Camera del Lavoro


Le Camere del Lavoro (CdL) comprendono le organizzazioni sindacali della Cgil esistenti sul territorio della provincia e i loro rispettivi sindacati di categoria. Le Camere del Lavoro dirigono e coordinano l’azione sindacale del territorio, promuovono e gestiscono le vertenzialità territoriali su temi di interesse generale, favoriscono una sempre più elevata capacità autonoma dei sindacati ad assolvere i propri specifici compiti. L’insieme dell’organizzazione CGIL (Camere del Lavoro e Categorie) promuovono e elaborano l’iniziativa sindacale nel suo complesso, con particolare riguardo ai problemi generali dello sviluppo economico e del miglioramento delle condizioni di vita della popolazione lavoratrice. Le Camere del Lavoro, inoltre, promuovono la costruzione dei comitati per il lavoro e sono responsabili degli indirizzi e del controllo di tutti i servizi nel territorio.Presso le CdL hanno sede i servizi che la CGIL offre ai lavoratori: Uffici Vertenze e Legali, Patronato INCA, CAAF, Uffici Immigrazione, ecc.