Fisioterapista

Il fisioterapista segue il paziente nel percorso di riabilitazione e recupero anche delle cosiddette funzioni corticali superiori, ovvero quelle funzioni complesse come la memoria, il linguaggio, la capacità di ragionamento, la percezione e l’azione.

Utilizza tecniche massoterapiche, ovvero manovre come lo sfioramento, la frizione, l’impastamento, la pressione e la vibrazione che il fisioterapista pratica per migliorare la circolazione del sangue negli organi e favorire la nutrizione e il ricambio dei tessuti.

Propone, inoltre, l’adozione di protesi e ausili, allenando il paziente all’uso.

Con un’adeguata specializzazione nel settore della psicomotricità, il fisioterapista può assistere soggetti in età evolutiva colpiti da deficit neurosensoriali o psichici.

Specializzandosi nel campo della terapia occupazionale, può riabilitare pazienti con parti del corpo minorate, rendendoli autonomi nella vita quotidiana.

Possiede nozioni di base di:

  • fisica
  • statistica
  • chimica
  • biologia
  • genetica
  • anatomia
  • fisiologia
  • patologia

Per svolgere questa professione è richiesta una certa predisposizione alla cura dell’altro.

Oltre a capacità di tipo tecnico e organizzativo, il fisioterapista deve essere in grado di intercettare e soddisfare i bisogni del paziente e stabilire relazioni di fiducia con l’assistito.

È importante, inoltre, che sappia lavorare in gruppo, che abbia spirito di collaborazione, manualità e accuratezza e sensibilità, tutte doti che può esprimere nella pratica terapeutica.

Il fisioterapista lavora nei servizi di fisioterapia e riabilitazione nell’ambito del Sistema Sanitario Regionale (S.S.R.), nelle strutture private accreditate e convenzionate con il S.S.R., in Residenze Sanitarie Assistenziali, a domicilio del paziente, in stabilimenti termali, in ambulatori medici e/o ambulatori polispecialistici, in studi professionali individuali o associati, presso associazioni e società sportive, cooperative di servizi, organizzazioni non governative (ONG), servizi di prevenzione pubblici o privati. Svolge la professione in qualità di dipendente o come libero-professionista.

Figli: malattia i permessi

ll decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151, contiene alcune disposizioni relative alla malattia del figlio le quali, in maniera differenziata in base al tipo di “genitorialità e all’età del bambino, incidono sul rapporto di lavoro dei genitori. Di seguito facciamo il punto su questo argomento.

Va evidenziato che la malattia del bambino include non solo la fase patologica vera e propria ma anche il periodo di convalescenza, onde garantirne il recupero delle normali condizioni biopsichiche.

Inoltre, non sono ammesse visite di controllo sullo stato di malattia del bambino, con la conseguenza che la madre non è tenuta a rendersi reperibile durante le “normali” fasce orarie di controllo.

FIGLIO “BIOLOGICO”: DISCIPLINA DELLE ASSENZE
Fattispecie Età Disciplina
Ricovero ospedaliero durante le ferie del genitore Fino a 3 anni Il ricovero del bambino fino a 3 anni, interrompe, a richiesta del genitore, le ferie in godimento
Tra 3 e 8 anni Ricovero ospedaliero durante le ferie del genitore
Malattia “semplice”
(senza ricovero)
Fino a 3 anni Entrambi i genitori, alternativamente, hanno diritto di astenersi dal lavoro senza limite di durata quanto ai giorni di assenza.
Tra 3 e 8 anni Ogni genitore, alternativamente, ha diritto di astenersi dal lavoro fino a 5 giorni lavorativi annui per le malattie di ogni figlio.

 

Ne caso di figlio adottivo o in affido, invece, vale quanto di seguito esposto con riferimento all’età del bambino:

  1. a) fino a 6 anni di età: entrambi i genitori, alternativamente, hanno diritto di astenersi dal lavoro senza limite di durata quanto ai giorni di assenza;
  2. b) tra 6 e 8 anni (se il bambino, all’atto dell’adozione o dell’affido, ne aveva meno di 6): ciascun genitore, alternativamente, ha diritto di astenersi dal lavoro fino a 5 giorni lavorativi all’anno per le malattie di ogni figlio;
  3. c) tra 6 e 12 anni: ogni genitore, alternativamente, ha diritto a un congedo di 5 giorni l’anno da fruire per le malattie di ogni figlio adottato o affidato nei primi 3 anni dall’ingresso del minore nel nucleo familiare.

Il primo limite (3, 6 e 8 anni) si conta fino al giorno del compleanno (per esempio l’età compresa tra i 6 e gli 8 anni va dal giorno dopo il 6° compleanno fino a quello dell’ottavo compleanno incluso).

L’articolo 52 del D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, dispone che se il datore di lavoro si rifiuta, si oppone o comunque ostacola l’esercizio dei diritti di assenza dal lavoro in materia di congedi per malattia del figlio si applica una sanzione amministrativa da 516,45 a 2.582,28 euro.

Infine, salvo che il contratto collettivo non disponga altrimenti diversamente, i periodi di congedo per la malattia del figlio non danno diritto a retribuzione; essi sono però computati nell’anzianità di servizio, esclusi gli effetti relativi alle ferie e alla tredicesima mensilità o alla gratifica natalizia: questo è quanto dispone l’articolo 48 del D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151.

Finestre mobili per la pensione

Il decreto legge n. 4/2019 recante disposizioni urgenti in materia di reddito di cittadinanza e di pensioni ha reintrodotto il meccanismo di differimento tra la data di maturazione dei requisiti e la prima decorrenza della pensione: le cosiddette finestre mobili. Vediamo come questo meccanismo si applica anche alla Quota 100, caso per caso.

Quota 100 privati

Dal 1° gennaio 2019 chi matura 62 anni e 38 anni di contributi, requisiti necessari per accedere alle Quota 100, può andare in pensione solo decorsi tre mesi dalla maturazione di tali requisiti. Chi al 31.12.2018 era già in possesso dei necessari requisti, potrà conseguire la pensione dal 1° aprile 2019. Nel frattempo il lavoratore potrà continuare a svolgere la sua attività.

Quota 100 nel pubblico

Per i lavoratori del pubblico impiego che accedono a Quota 100 la finestra mobile raddoppia a sei mesi, con prima decorrenza per chi ha maturato i requisiti entro il 29 gennaio 2019, al 1° agosto 2019.

Quota 100 comparto scuola

L’unica particolarità resta quella del settore scolastico e Afam, per questi lavoratori la decorrenza della pensione sarà il 1° settembre dell’anno in cui vengono raggiunti i requisiti. Per i lavoratori del comparto scuola che avranno maturato età previdenziale e anagrafica idonee per la quota entro il 31 dicembre 2019, la lettera di dimissioni dovrà essere presentata entro il 28 febbraio 2019.

Quota 100: slitta il TFS/TFR

Per i dipendenti pubblici che aderiscono alla Quota 100 slitta l’erogazione della prima rata del TFS/TFR per effetto dell’articolo 23 del decreto che stabilisce che la prima rata della buonuscita agli statali venga pagata soltanto al momento in cui sarebbero maturati i requisiti previsti dalla legge Fornero precedenti all’entrata in vigore del decreto legge, o al raggiungimento dei requisiti per la pensione anticipata, al netto dei futuri adeguamenti alla speranza di vita.

In attesa del TFS/TFR la norma prevede la possibilità per tutti i lavoratori richiedere come prestito bancario una quota dell’indennità di buonuscita, fino ad un importo massimo di 30mila euro.

Pensioni senza finestra mobile

Il meccanismo delle finestre mobili non si applica:

  • alla pensione anticipata contributiva per la quale sono richiesti 64 anni di età e 20 anni di contributi effettivi a condizione che l’importo della pensione sia non inferiore a 2,8 volte il valore dell’assegno sociale;
  • alla pensione di vecchiaia che si matura con 67 anni di età e 20 anni di contributi a condizione che l’importo della pensione sia non inferiore a 1,5 volte il valore dell’assegno sociale;
  • alla pensione di vecchiaia contributiva che si raggiunge con 71 anni di età e 5 anni di contributi effettivi;
  • alla pensione di vecchiaia lavori gravosi che si matura con 66 anni e 7 mesi di età, unitamente a 30 anni di contributi a condizione che l’importo della pensione risulti non inferiore a 1,5 volte il valore dell’assegno sociale;
  • all’APe volontario, che si raggiunge con 63 anni di età e 20 di contributi, purché non manchino più di 3 anni e 7 mesi dalla pensione di vecchiaia;
  • APe Sociale, che si raggiunge con 63 anni di età e 30 di contributi (36 anni per gli adetti a mansioni gravose)
  • alla pensione prevista per i lavori usuranti.

 

 

Ferie e rapporto di lavoro a termine dipendenti pubblici

Qual è il monte ferie da riconoscere al dipendente neoassunto a tempo indeterminato che abbia già lavorato con rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato presso altra pubblica amministrazione per più di tre anni?

Per analogia con quanto previsto nel CCNL delle FC, si ritiene che il lavoratore assunto a tempo indeterminato per la prima volta nella pubblica amministrazione, ma che abbia prestato servizio come lavoratore a tempo determinato presso la stessa o presso altre pubbliche amministrazioni, anche di diverso comparto, per più di tre anni, rientra nella casistica che dà diritto da subito al riconoscimento dell’intero monte ferie spettante (28 o 32 giorni a seconda del regime orario adottato).

Forme di pensione anticipata 2019

Restano invariati, anche nel 2019, gli strumenti di accompagnamento alla pensione: dall’isopensione, alla pensione ai precoci, Ape sociale e Ape volontario.

Si aggiunge a questi l’uscita anticipata dal lavoro con l’opzione donna benché limitata a chi ha perfezionato i requisiti entro il 31 dicembre 2018.

Per l’accesso alla pensione è necessario rientrare nei requisiti indicati per la pensione di vecchiaia o anticipata, in parte attenuatisi per effetto di Quota 100.

Tuttavia, rimangono in piedi anche nel 2019 tutti quegli strumenti di pensionamento anticipato perfezionati dal legislatore nel corso degli ultimi anni, a cui si deve aggiungere, in virtù del D.L. n. 4/2019 , l’opzione donna cioé una forma di pensionamento anticipato a favore delle lavoratrici.

Tutti questi strumenti di anticipo possono interessare anche i datori di lavoro qualora intendano cessare il rapporto dei lavoratori anziani impiegati oppure procedere a un turn over degli stessi.

Opzione donna

Torna l’opzione donna che offre alle lavoratrici dipendenti e autonome la possibilità di andare in pensione prima dei canali ordinari, con una pensione calcolata però con le regole del sistema contributivo, purché entro il 31 dicembre 2018:

– abbiano maturato almeno 35 anni di contribuzione;

– siano in possesso di almeno 58 anni di età se dipendenti o 59 se autonome.

Ai predetti requisiti non si applica la speranza di vita, formula contradditoria quest’ultima, visto che la legge congela i requisiti anagrafici a un termine temporale ormai trascorso, senza possibilità, appunto, che possano essere suscettibili di aumentare col passare del tempo.

Occorre tenere conto che:

– la pensione sarà calcolata secondo le regole di calcolo del sistema contributivo previste dal D.Lgs. 30 aprile 1997, n. 180 ;

– la pensione decorrerà con il sistema delle finestre mobili di cui alla legge n. 122/2010 e quindi 12 mesi dopo per le dipendenti e 18 mesi dopo per le autonome.

Le lavoratrici che hanno perfezionano i prescritti requisiti entro il 31 dicembre 2018 possono conseguire il trattamento pensionistico anche successivamente alla prima decorrenza utile.

La decorrenza del trattamento pensionistico non può essere comunque anteriore al 31 gennaio 2019.

Per esempio: requisiti maturati da una lavoratrice dipendente il 5 luglio 2018, la decorrenza sarà il 1° agosto 2019.

La prestazione “opzione donna” conseguita dalle lavoratrici è cumulabile coi redditi da lavoro.

Isopensione

Riguarda i datori di lavoro che occupano mediamente più di 15 lavoratori e che risolvono il rapporto di lavoro con lavoratori a cui manchino non più di 7 anni per accedere alla pensione di vecchiaia o anticipata, con esclusione però di Quota 100. In pratica non si può accedere allo strumento dell’isopensione per arrivare poi a perfezionare Quota 100.

Il datore di lavoro deve però corrispondere ai lavoratori in esodo una prestazione di importo pari al trattamento di pensione che spetterebbe in base alle regole vigenti, al momento della cessazione e deve corrispondere all’Inps la contribuzione figurativa fino al raggiungimento dei requisiti minimi per il pensionamento. Il tutto garantito da una fideiussione bancaria.

La prestazione conseguita dai lavoratori in esodo è cumulabile coi redditi da lavoro.

Pensione ai precoci

Il vantaggio in questi casi è la possibilità di accedere alla pensione anticipata con 41 anni di anzianità contributiva (sia uomini che donne) senza incremento per la speranza di vita fino al 31 dicembre 2026, anziché con 41 anni e 10 mesi o 42 anni e 10 mesi. La decorrenza della pensione è però posticipata di 3 mesi da quando si perfezionano i requisiti.

Questa forma pensionistica interessa quei lavoratori che posseggono almeno 12 mesi di contribuzione per periodi di lavoro effettivo precedenti il raggiungimento del 19° anno di età. Inoltre, occorre fare parte di una delle seguenti categorie alternative:

– essere disoccupati privi di trattamento da almeno 3 mesi;

– assistere familiari portatori di handicap grave conviventi da almeno 6 mesi;

– avere un’invalidità minima del 74%;

– avere svolto lavori gravosi (D.M. 5 febbraio 2018 ) per almeno sette anni negli ultimi dieci ovvero almeno sei anni negli ultimi sette.

Chi beneficia della pensione con 41 anni di contribuzione non potrà cumulare i redditi da lavoro fino al compimento del requisito di 42 anni e 10 mesi se uomo o di 41 anni e 10 mesi se donna.

Ape sociale

Si tratta di una forma di accompagnamento alla pensione a vantaggio di chi ha i seguenti requisiti:

– un’età anagrafica di almeno 63 anni;

– fare parte in alternativa in una delle seguenti categorie:

1) disoccupati privi di trattamento da almeno 3 mesi,

2) assistere familiari portatori di handicap grave conviventi da almeno 6 mesi,

3) avere un’invalidità minima del 74%, purché in possesso di almeno 30 anni di contribuzione,

4) avere svolto lavori gravosi (D.M. 5 febbraio 2018) per almeno sette anni negli ultimi dieci ovvero almeno sei anni negli ultimi sette,

– essere in possesso di almeno 36 anni di contribuzione;

– avere la residenza in Italia (Inps, circ. n. 100/2017 );

– cessare l’attività lavorativa dipendente o autonoma.

L’Ape sociale è pari alla pensione maturata al momento di cessazione dell’attività con un massimale di euro 1.500 al mese.

Il beneficiario dell’Ape sociale può svolgere un’attività lavorativa, in Italia o all’estero, durante il godimento dell’indennità purché i redditi da lavoro dipendente o da collaborazione coordinata e continuativa percepiti nell’anno non superino l’importo di euro 8.000,00 lordi annui e quelli derivanti da lavoro autonomo non superino euro 4.800,00 lordi annui.

Ape volontario

L’Ape volontario (legge n. 232/2016 – Inps, circ. n. 28/2018 ) costituisce un prestito bancario, garantito da una polizza assicurativa che permette al lavoratore dipendente o autonomo con determinati requisiti, di percepire una certa somma fino al raggiungimento dell’età pensionabile per la pensione di vecchiaia. L’interessato può scegliere tra un minimo e un massimo l’entità del prestito la cui restituzione avverrà in 20 anni direttamente dalla pensione quando verrà liquidata.

L’Ape volontario può essere attivato fino al 31 dicembre 2019 in quanto a quella data è prevista la cessazione di tale istituto, salvo proroghe.

Riguarda tutti gli assicurati, occupati e non, che abbiano almeno 63 anni di età, 20 anni di anzianità contributiva, una pensione maturata non inferiore a una certa soglia minima (1,4 volte il trattamento minimo detratta la rata di rimborso).

Pertanto, il lavoratore che intende cessare prima della pensione il lavoro o l’attività può farlo avendo la garanzia di un prestito bancario che l’istituto di credito deve comunque autorizzare, fino alla liquidazione della pensione di vecchiaia.

Il datore di lavoro in questo scenario sta per così dire alla finestra e non sostiene costi di nessun tipo. Qualora, invece, volesse “accompagnare” il lavoratore verso questa decisione, convincendolo a farlo, soprattutto per ridurre l’effetto negativo di una riduzione della futura pensione, potrebbe proporre di versare all’Inps l’Ape sociale che è un contributo il cui minimo è pari al valore dei contributi volontari che servirebbero da quel momento fino alla pensione di vecchiaia (retribuzione degli ultimi 12 mesi diviso 52 settimane per il 33%, moltiplicato le settimane che distano dalla pensione).

Il contributo incrementerà la quota contributiva della pensione, alleggerendo in parte il peso della futura trattenuta per il rimborso del prestito.

Incentivo all’esodo

L’incentivo all’esodo costituisce una forma di incentivazione alla cessazione del rapporto di lavoro soprattutto per i lavoratori prossimi alla pensione e in questo senso una forma di accompagnamento verso quest’ultima, non codificata dalla legge.

Di solito è composto da una parte che dovrebbe coprire il mancato reddito conseguente alla cessazione del rapporto e una parte che dovrebbe servire da provvista al lavoratore per coprire i periodi successivi coi versamenti volontari qualora ciò sia funzionale per incrementare l’anzianità contributiva utile per maturare la pensione.

La somma, a differenza dell’Ape sociale, viene erogata al lavoratore che, versando i contributi volontari, va a modificare la misura della pensione non solo nella parte contributiva ma anche in quella retributiva.

Se il rapporto cessa per licenziamento (magari concordato) sempreché ci siano i presupposti, il lavoratore ha diritto alla NASpI per un massimo di 24 mesi. La NASpI dal punto vista previdenziale copre ai fini pensionistici i 24 mesi di sussidio.

Pertanto il predetto incentivo all’esodo sarebbe più basso e l’azienda avrebbe un costo inferiore, anche se tenuta a pagare all’Inps il contributo di licenziamento.

L’accesso all’Ape sociale e alla pensione anticipata per i lavoratori precoci presuppone, tra l’altro, l’appartenenza alla categoria degli addetti ai lavori gravosi, individuati dal D.M. 5 febbraio 2018:

  • Professioni sanitarie infermieristiche ed ostetriche ospedaliere con lavoro organizzato in turni
  • Addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza
  • Professori di scuola pre–primaria
  • Personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia
  • Operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti

Fondo nazionale per la non autosufficienza

Il Fondo nazionale per la non autosufficienza è stato istituito nel 2006 con Legge 27 dicembre 2006, n. 296 (art. 1, co. 1264), con l’intento di fornire sostegno a persone con gravissima disabilità e ad anziani non autosufficienti al fine di favorirne una dignitosa permanenza presso il proprio domicilio evitando il rischio di istituzionalizzazione, nonché per garantire, su tutto il territorio nazionale, l’attuazione dei livelli essenziali delle prestazioni assistenziali.

Tali risorse sono aggiuntive rispetto alle risorse già destinate alle prestazioni e ai servizi a favore delle persone non autosufficienti da parte delle Regioni nonché da parte delle autonomie locali e sono finalizzate alla copertura dei costi di rilevanza sociale dell’assistenza sociosanitaria.

Le risorse del FNA non sono risorse sanitarie, ma sono finalizzate alla copertura dei costi di rilevanza sociale dell’assistenza sociosanitaria. Si traducono per lo più in un contributo economico a sostegno delle famiglie nelle quali è presente una persona non autosufficiente e che, per la gestione del proprio caro, sono costrette ad arruolare un caregiver e/o assistente familiare.

Questi fondi, dunque, non vanno minimamente ad intaccare le risorse sanitarie già destinate alle prestazioni e ai servizi a favore delle persone non autosufficienti da parte delle Regioni e da parte delle autonomie locali.

Come vengono distribuite le risorse a livello territoriale?

Per ogni annualità del Fondo, ogni Regione definisce un programma attuativo degli interventi da effettuare con le risorse attribuite, nonché modalità e criteri del loro utilizzo da parte delle Aziende Sanitarie Locali e dei Soggetti gestori delle funzioni socio-assistenziali.

Figli a carico

Dal 1° gennaio 2019, da 2.840,51 a 4.000 euro il limite di reddito complessivo per essere considerati fiscalmente a carico, limitatamente ai figli di età non superiore a 24 anni. Il limite di 2.840,51 euro rimane per le altre tipologie di familiari a carico tra cui anche i figli con un’età pari o superiore a 24 anni.

Resta immutata, invece, la misura delle detrazioni base spettanti per legge.

Nello specifico per i figli a carico spettano le seguenti detrazioni dall’IRPEF lorda:

  1. a) 950,00 euro per ciascun figlio, compresi i figli naturali riconosciuti, i figli adottivi e gli affidati o affiliati;
  2. b) 1.220,00 euro per ciascun figlio, se di età inferiore a tre anni.

Per i figli portatori di handicap la misura delle predette detrazioni è aumentata di 400,00 euro per ogni figlio a carico portatore di handicap ai sensi dell’art. 3 della L. 5.2.92 n. 104, diventando quindi pari a 1.350,00 euro  per ciascun figlio di età pari o superiore a tre anni o 1.620,00 euro per ciascun figlio di età inferiore a tre anni. Per i contribuenti con almeno quattro figli a carico la detrazione è aumentata ulteriormente di 200,00 euro per ciascun figlio, a partire dal primo.

Le predette detrazioni sono teoriche in quanto devono essere commisurate al reddito complessivo dei genitori e al periodo di spettanza del carico.

Fisioterapista

Il Fisioterapista è un operatore sanitario esperto nella prevenzione, cura e riabilitazione di pazienti che presentano problemi motori, psicomotori e cognitivi.

Come indicato nel regolamento che ne disciplina il profilo (decreto ministeriale n. 741/1994), il fisioterapista pratica attività terapeutiche per riabilitare diverse funzioni del paziente: manipola i muscoli e le articolazioni per correggere movimenti, posture e rieducare il paziente all’uso corretto dell’apparato motorio, compromesso da eventuali traumi o patologie congenite o acquisite.

Il fisioterapista segue il paziente nel percorso di riabilitazione e recupero anche delle cosiddette funzioni corticali superiori, ovvero quelle funzioni complesse come la memoria, il linguaggio, la capacità di ragionamento, la percezione e l’azione.

Utilizza tecniche massoterapiche, ovvero manovre come lo sfioramento, la frizione, l’impastamento, la pressione e la vibrazione che il fisioterapista pratica per migliorare la circolazione del sangue negli organi e favorire la nutrizione e il ricambio dei tessuti. Propone, inoltre, l’adozione di protesi e ausili, allenando il paziente all’uso.

Con un’adeguata specializzazione nel settore della psicomotricità, il fisioterapista può assistere soggetti in età evolutiva colpiti da deficit neurosensoriali o psichici. Specializzandosi nel campo della terapia occupazionale, può riabilitare pazienti con parti del corpo minorate, rendendoli autonomi nella vita quotidiana.

Possiede nozioni di base di:

  • fisica
  • statistica
  • chimica
  • biologia
  • genetica
  • anatomia
  • fisiologia
  • patologia

Per svolgere questa professione è richiesta una certa predisposizione alla cura dell’altro. Oltre a capacità di tipo tecnico e organizzativo, il fisioterapista deve essere in grado di intercettare e soddisfare i bisogni del paziente e stabilire relazioni di fiducia con l’assistito.

È importante, inoltre, che sappia lavorare in gruppo, che abbia spirito di collaborazione, manualità e accuratezza e sensibilità, tutte doti che può esprimere nella pratica terapeutica.

Il fisioterapista lavora nei servizi di fisioterapia e riabilitazione nell’ambito del Sistema Sanitario Regionale (S.S.R.), nelle strutture private accreditate e convenzionate con il S.S.R., in Residenze Sanitarie Assistenziali, a domicilio del paziente, in stabilimenti termali, in ambulatori medici e/o ambulatori polispecialistici, in studi professionali individuali o associati, presso associazioni e società sportive, cooperative di servizi, organizzazioni non governative (ONG), servizi di prevenzione pubblici o privati. Svolge la professione in qualità di dipendente o come libero-professionista.

Percorso formativo

Per diventare fisioterapista è necessario intraprendere, dopo aver conseguito il diploma di scuola secondaria superiore, un percorso di studi universitario. In Italia sono attivi Corsi di laurea triennale in Fisioterapia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Il Corso di laurea è a numero programmato e per accedervi occorre superare una prova di ammissione. Intrapreso il percorso di studi, il giovane riceve un’adeguata preparazione teorico e durante i tre anni del Corso di laurea è previsto lo svolgimento di un tirocinio professionalizzante. Il tirocinio è obbligatorio e consente allo studente di apprendere molteplici aspetti pratici della professione: dal modo in cui si definiscono i programmi di riabilitazione e si compilano le cartelle cliniche riabilitative, alla sperimentazione concreta del trattamento riabilitativo, realizzata sotto la supervisione di un fisioterapista esperto.

Il percorso di studi si conclude con la discussione di una prova finale, che ha valore di Esame di Stato e abilita direttamente all’esercizio della professione.

Una volta conseguito il titolo, lo studente avrà la piena padronanza di tutte le competenze necessarie per svolgere la professione e potrà da subito spenderle sul mercato del lavoro.

 

Il conseguimento della laurea triennale consente, inoltre, l’accesso a Corsi di laurea magistrale della Classe delle Scienze Riabilitative delle Professioni Sanitarie LM/SNT2, oppure consente di frequentare Master di I livello o Corsi di perfezionamento per specializzarsi nel settore della psicomotricità e della terapia occupazionale.

Il fisioterapista può iscriversi all’Albo online dei fisioterapisti, un elenco digitale che accoglie i dati e i titoli dei fisioterapisti abilitati operanti in Italia.

Date le caratteristiche della professione, il fisioterapista è chiamato a partecipare a Corsi di aggiornamento e qualificazione, previsti nell’ambito del programma nazionale per la formazione degli operatori della sanità (Ecm – Educazione Continua in Medicina).