Guida alla maternità e alla paternità

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La presente guida si propone completamente rinnovata e implementata rappresenta uno strumento informativo di facile fruizione, in grado di evidenziare, in forma sintetica, le principali tutele contenute nella normativa relativa ai congedi di maternità, di paternità e parentale.
Parlare di congedi parentali significa affrontare un tema che rappresenta il futuro di tutta la società, della sua capacità di riprodursi e di evolversi.
Significa parlare di come si organizza il tempo del lavoro rispetto a quello degli affetti e dell’educazione dei figli, e soprattutto di come si intende tutelare le giovani famiglie nel momento più delicato.
Un tema che riguarda in particolare le donne lavoratrici, ma non esclusivamente loro.
La difficile armonizzazione delle esigenze di cura con quelle dell’attività lavorativa rappresenta, ancora oggi, una delle componenti che più frenano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
Lo sdoppiamento delle funzioni, agisce ancora come fattore di allontanamento delle donne dall’attività lavorativa e contribuisce ad alimentare il fenomeno della segregazione occupazionale e professionale.
D’altra parte, i costi personali e professionali che le donne devono sostenere per la mancanza di servizi alla famiglia o per l’impossibilità di accesso laddove esistenti, la rigidità degli orari lavorativi, la difficile gestione della mobilità del lavoro, la percentuale ancora limitata (seppure crescente) di uomini che accedono ai congedi, confermano che, al di là delle profonde trasformazioni sociali, restano ancora molti problemi aperti.
Problemi sui quali la Fp CGIL continuerà ad investire in termini di impegno e di spinta al cambiamento, ma rispetto ai quali anche la dimensione informativa o di facilitazione dell’accesso alle tutele previste non è indifferente.
La presente guida si propone dunque come uno strumento informativo di facile fruizione, in grado di evidenziare, in forma sintetica, le principali tutele contenute nella normativa relativa ai congedi di maternità, di paternità e parentale.

Tecnologia assistiva

Software o hardware progettato specificamente per aiutare persone disabili a compiere le attività quotidiane. La tecnologia assistiva include sedie a rotelle, macchine per la lettura, aggeggi per afferrare, ecc. Nell’area dell’accessibilità del web, le più comuni tecnologie assistive basate su software includono lettori di schermo, ingranditori di schermo, sintetizzatori vocali e software di riconoscimento della voce che operano congiuntamente a browser con desktop grafico (tra gli altri interpreti). Le tecnologie assistive di tipo hardware includono tastiere alternative e dispositivi di puntamento.  

Periodo di comporto malattia lavoratori pubblici

I diritto alla conservazione del posto di lavoro, il cosiddetto “comporto” è fissato il 18 mesi retribuiti, superati i quali se il lavoratore non è nelle condizioni di riprendere l’attività lavorativa, può richiedere un ulteriore periodo di 18 mesi non retribuito.

Superamento del periodo di comporto, Superati i periodi di assenza per malattia (18 mesi variamente retribuiti più 18 mesi non retribuiti), se il lavoratore è stato riconosciuto idoneo ad un lavoro ma non alle mansioni del proprio profilo professionale, può essere utilizzato:

  1. in mansioni di diverso profilo professionale ma della stessa categoria
  2. in categoria diversa – con il consenso dell’interessato – compatibilmente con la disponibilità del posto in pianta organica

Concorrono alla determinazione del conteggio dei giorni di malattia nel periodo di comporto tutte le assenze di malattia il ricovero ospedaliero, in day hospital, i periodi di convalescenza, le visite specialistiche se imputate a malattia.

Giorni festivi o non lavorativi. Nel calcolo delle assenze vanno considerati anche tutti i giorni festivi o non lavorativi compresi nel periodo di malattia.

Nell’ipotesi che l’ultimo giorni di malattia cada di venerdì ed il lavoratore riprenda servizio il lunedì successivo le giornate di sabato (qualora non lavorativo) e di domenica non vanno conteggiate.

 Malattia tra il venerdì e il lunedì. Qualora, invece, la malattia termini il venerdì e venga presentato un nuovo certificato medico con decorrenza dal lunedì successivo, anche il sabato non lavorativo e la domenica vanno conteggiati come malattia e quindi nel periodo di comporto.

 Sospensione del periodo di comporto. In base a numerose sentenze della Corte di Cassazione, il lavoratore al fine di sospendere il decorso del periodo di comporto, può chiedere che un periodo di assenza venga imputato ad altro titolo, ad esempio come ferie, con l’avvertenza, però, che il periodo di conversione dell’assenza per malattia in assenza per ferie deve necessariamente precedere la scadenza del periodo di comporto.

L’accoglimento della richiesta del lavoratore può essere rifiutata dall’amministrazione di appartenenza, la quale le può rimandare ad altra data. In tal caso, il lavoratore, sempre su richiesta, al termine del periodo di comporto ha diritto di fruire delle ferie maturate e non godute, purchè la richiesta sia formulata durante il periodo di comporto.

Esclusione di periodi di assenza dal comporto. Alcuni periodi di malattia sono esclusi dal computo del comporto

Per legge non vanno computate:

  • le assenze per malattie determinate come causa diretta da gravidanza o puerperio
  • l’interruzione della gravidanza, spontanea o volontaria
  • l’aborto  spontaneo o terapeutico, purché intervenuto prima del 180° giorni dall’inizio della gestazione; dopo il 180° giorno si considera parto con il conseguente diritto al congedo per maternità
  • le assenze per malattie imputabili al datore di lavoro per violazione degli obblighi di sicurezza; l’onere della prova è in capo al lavoratore
  • il periodo di convalescenza in caso di TBC per un massimo di 6 mesi dalla data di dimissione
  • le giornate di degenza ospedaliera per il prelievo del sangue midollare e quelle successive al ricovero nei casi di donazione di midollo osseo

Per contratto sono escluse dal computo del comporto:

  • le assenze per infortunio e malattie professionali
  • le assenze dal servizio per l’effettuazione di terapie salvavita come ad esempio l’emodialisi, la chemioterapia, il trattamento riabilitativo per i soggetti affetti da AIDS ecc. Inoltre, ai lavoratori che si trovano in tali situazioni i datori di lavoro favoriscono l’effettuazione delle terapie e delle visite specialistiche mediante un’idonea articolazione dell’orario di lavoro.

È utile una precisazione: è il particolare tipo di terapia salvavita, o assimilabile e/o temporaneamente o parzialmente invalidante a qualificare la gravità della patologia.

Non esiste dunque, allo stato, una elencazione e/o specificazione delle c.d. “gravi patologie”, mentre la gravità della patologia non può, in ogni caso, ritenersi rimessa alla valutazione discrezionale del Dirigente competente ad autorizzare l’assenza per malattia, ma deve essere accertata e certificata dal personale sanitario competente.

La gravità della patologia deve necessariamente essere collegata all’effettuazione di terapie che, per la loro natura e/o per le modalità di svolgimento possano risultare temporaneamente e/o parzialmente invalidanti per il dipendente.

Il dipendente dovrà quindi produrre una certificazione medica attestante sì la grave patologia, ma anche la prescrizione di terapie temporaneamente e/o parzialmente invalidanti. I due elementi devono dunque coesistere.

Ne consegue che l’assenza per malattia retribuita in caso di grave patologia è inerente esclusivamente a giorni di ricovero ospedaliero o di day hospital e giorni assenza dovuti alle conseguenze certificate delle terapie.

Pertanto ogni altro periodo di malattia non riconducibile a tali ipotesi, rientra nel calcolo del periodo di comporto.

Calcolo del periodo di comporto. Al fine di calcolare il periodo di comporto, per i lavoratori dei comparti pubblici, dall’ultimo giorno di assenza per malattia si risale ai tre anni precedenti per verificare il rispetto del limite massimo consentito per le assenze retribuite che è pari a 18 mesi.

Superati i 18 mesi retribuiti, su domanda del dipendente, possono essere concessi ulteriori  18 mesi non retribuiti (anche in modo frazionato).

Prima di concedere l’ulteriore periodo di assenza non retribuita, l’Amministrazione procede all’accertamento  delle reali condizioni di salute del dipendente tramite la ASL, con lo scopo di verificare la sussistenza di eventuali cause di assoluta e permanente inidoneità a svolgere qualsiasi proficuo lavoro.

Se il lavoratore è stato riconosciuto idoneo ad un lavoro ma non alle mansioni del proprio profilo professionale può essere utilizzato in:

  • mansioni di diverso profilo, ma stessa categoria;
  • in categoria diversa (con consenso dell’interessato) compatibilmente con disponibilità organica.

Il punto di partenza

Per fare il conteggio è necessario porre la massima attenzione alla data di inizio dell’ultimo evento morboso.

Come fare a decifrare il punto di partenza, dal quale fare un passo indietro lungo tre anni, nel caso in cui l’ultimo certificato medico sia la continuazione di un altro periodo di malattia precedente?

E come comportarsi nel caso in cui tra l’ultimo certificato medico e quello precedente non vi sia alcuna interruzione e l’ultimo dei due riporti la specifica di inizio e non di continuazione?

Proviamo a chiarire con qualche esempio:

 Esempio 1

Penultimo certificato medico che riporta inizio malattia dal 13 aprile 2015 al 4 maggio 2015.

Ultimo certificato medico che riporta inizio malattia dal 5 maggio 2015 all’8 maggio 2015.

Il punto di partenza dal quale andare a ritroso di tre anni, ed iniziare il conteggio dei 18 mesi, potrebbe ragionevolmente ritenersi il 5 maggio 2015 e non il 13 aprile 2015, essendo l’ultimo evento morboso nuovo e diverso rispetto al precedente.

Non potendosi conoscere la patologia legata all’assenza, un nuovo inizio deve far pensare ad una assenza legata ad una patologia differente e, quindi, rinvenibile in un nuovo evento morboso.

 Esempio 2

Penultimo certificato medico che riporta inizio malattia dal 13 aprile 2015 al 4 maggio 2015.

Ultimo certificato medico che riporta continuazione malattia dal 5 maggio 2015 all’8 maggio 2015.

Il punto di partenza, in questo caso, è la data del 13 aprile 2015; tuttavia, va aggiunto che la compilazione fatta in questo modo può essere foriera di cattiva interpretazione atteso che, trattandosi di continuazione di malattia, la data di inizio dell’ultimo evento avrebbe dovuto essere conservata al 13 aprile e non già al 5 maggio.

Assenze per malattia in caso di gravi patologie richiedenti terapie salvavita

1. In caso di patologie gravi che richiedano terapie salvavita, come ad esempio l’emodialisi, la chemioterapia ed altre ad esse assimilabili, attestate secondo le modalità di cui al comma 2, sono esclusi dal computo delle assenze per malattia, ai fini della maturazione del periodo di comporto, i relativi giorni di ricovero ospedaliero o di day – hospital, nonché i giorni di assenza dovuti all’effettuazione delle citate terapie.

In tali giornate il dipendente ha diritto all’intero trattamento economico previsto dai rispettivi CCNL.

2. L’attestazione della sussistenza delle particolari patologie richiedenti le terapie salvavita di cui al comma 1 deve essere rilasciata dalle competenti strutture medicolegali delle Aziende sanitarie locali o dagli istituti o strutture accreditate o dalle strutture con competenze mediche delle pubbliche amministrazioni.

3. Rientrano nella disciplina del comma 1, anche i giorni di assenza dovuti agli effetti collaterali delle citate terapie, comportanti incapacità lavorativa per un periodo massimo di quattro mesi per ciascun anno solare.

4. I giorni di assenza dovuti al ricovero ospedaliero, alle terapie e agli effetti collaterali delle stesse, di cui ai commi precedenti, sono debitamente certificati dalle competenti strutture del Servizio Sanitario Nazionale o dagli istituti o strutture accreditate ove è stata effettuata la terapia o dall’organo medico competente.

5. La procedura per il riconoscimento della grave patologia è attivata dal dipendente e, dalla data del riconoscimento della stessa, decorrono le disposizioni di cui ai commi precedenti.

6. La disciplina del presente articolo si applica alle assenze per l’effettuazione delle terapie salvavita intervenute successivamente alla data di sottoscrizione definitiva del presente contratto collettivo nazionale.

Diritti dei malati affetti da patologie oncologiche

Esenzione dal pagamento del ticket per patologia. Le persone con malattia oncologica hanno diritto all’esenzione totale dal pagamento del ticket per farmaci, visite ed esami appropriati per la cura del tumore e delle eventuali complicanze, per la riabilitazione e per la prevenzione da ulteriori aggravamenti.
Cosa fare per ottenerla. Il medico specialista deve compilare il modulo per la richiesta di esenzione dal ticket. Lei dovrà presentare questo modulo compilato dal medico al distretto sanitario della Azienda Unità Sanitaria Locale insieme a: tessera sanitaria; codice fiscale.
Riconoscimento dell’invalidità civile e dello stato di handicap (Legge 104/1992). Il riconoscimento dell’invalidità civile e dello “stato di handicap” (Legge 104/1992) sono il presupposto indispensabile per poter accedere ai benefici economici, assistenziali e previdenziali riservati ai malati oncologici.
A chi spetta. Spetta a tutti i cittadini con malattia oncologica, italiani e stranieri, che siano regolarmente residenti in Italia.
La domanda.  È possibile presentare la domanda anche subito dopo la diagnosi, ma è consigliabile attendere la definizione del programma di cura. In questa fase, infatti, si può quantificare meglio l’impatto della malattia sulla vita di tutti i giorni e stabilire più correttamente l’entità di eventuali misure assistenziali.
Entro 30 giorni dall’invio per via telematica della certificazione medica all’INPS, si potrà presentare la domanda di invalidità vera e propria.
La domanda di invalidità può essere presentata sempre e solo per via telematica: attraverso il Patronato INCA CGIL.
Assegno di invalidità. L’assegno di invalidità è un sostegno economico la cui entità varia ogni anno per effetto della legge finanziaria ed è corrisposto per 13 mensilità all’anno. L’assegno di invalidità spetta in misura intera solo se la persona che ne fa richiesta non supera determinati limiti di reddito personali.
Spetta a tutti i:

  • cittadini italiani residenti in Italia;
  • i cittadini stranieri comunitari iscritti all’anagrafe del Comune di residenza;
  • i cittadini stranieri extra-comunitari legalmente soggiornanti nel territorio dello Stato che
  1. hanno tra i 18 e i 65 anni di età
  2. hanno un grado percentuale di invalidità civile compreso tra il 74% e il 99%:
  3. non svolgono attività lavorativa, salvo casi particolari.

Pensione di inabilità. E’ un sostegno economico la cui entità varia ogni anno per effetto della legge finanziaria ed è corrisposta per 13 mensilità all’anno.
La pensione di inabilità spetta in misura intera se l’invalido non supera determinati limiti di reddito personali.
La pensione di inabilità spetta in misura intera anche se l’invalido è ricoverato in un istituto pubblico che provvede al suo sostentamento.
Spetta a tutti i:

  • cittadini italiani residenti in Italia,
  • i cittadini stranieri comunitari iscritti all’anagrafe del Comune di residenza,
  • i cittadini stranieri extra-comunitari legalmente soggiornanti nel territorio dello Stato che
  1. hanno tra i 18 e i 65 anni di età
  2. hanno un grado percentuale di invalidità civile permanente pari al 100%

Diritti nel Lavoro. Per il malato oncologico, alcuni benefici in ambito lavorativo si possono ottenere in seguito all’accertamento di una certa percentuale di invalidità civile, altri in seguito all’accertamento dello stato di handicap grave (Legge 104/1992) e altri ancora all’accertamento della disabilità (Legge 68/1999).
Per questo motivo, e per non doversi presentare a più visite medico legali, è consigliabile presentare all’INPS un’unica domanda per richiedere:

  • il riconoscimento dello stato di invalidità civile
  • il riconoscimento dello stato di handicap grave
  • l’accertamento della disabilità

Scelta della sede di lavoro e trasferimento. Il riconoscimento dello stato di handicap grave per il malato comporta il diritto per il malato stesso e per la persona che lo assiste a:

  • non essere trasferiti in altra sede di lavoro senza il loro consenso
  • scegliere, quando possibile, una sede di lavoro più vicina al proprio domicilio

A chi spetta:

  • Ai malati oncologici in stato di handicap grave.
  • Ai malati oncologici in stato di handicap grave e con invalidità civile superiore al 67% assunti presso enti pubblici in seguito a concorso o ad altro titolo.

Spettano, inoltre, i seguenti diritti:

  • scelta prioritaria tra le sedi disponibili precedenza per la scelta della sede di trasferimento, nel caso ne abbiano fatto domanda

Permessi lavorativi retribuiti. La malattia oncologica e il riconoscimento dello stato di handicap grave danno il diritto a permessi lavorativi retribuiti per curarsi.
Spettano al malato oncologico lavoratore in stato di handicap grave oppure al familiare che lo assiste, secondo queste modalità

  • per il lavoratore: a scelta 2 ore al giorno o 3 giorni al mese.
  • per il familiare: 3 giorni al mese, a condizione che il disabile da assistere non sia ricoverato a tempo pieno.

Sia per il lavoratore, sia per il familiare, nel caso di lavoro part-time, i permessi sono ridotti in proporzione all’orario di lavoro.
I permessi non utilizzati nel mese non possono essere usati nei mesi successivi.
Congedi lavorativi. Presentando richiesta al datore di lavoro, il malato oncologico o, in alcuni casi, il familiare che lo assiste possono avere diritto ad usufruire di diversi tipi di congedo:

  • congedo retribuito di 30 giorni all’anno per cure;
  • congedo straordinario biennale retribuito;
  • congedo biennale non retribuito per gravi motivi familiari.

Congedo retribuito di 30 giorni all’anno per cure. Si tratta di un congedo che consente di assentarsi legittimamente dal posto di lavoro in caso di patologie che comportino frequenti assenze dal lavoro per sottoporsi a cicli di cure. È un periodo di congedo retribuito per cure mediche della durata massima di 30 giorni per anno da fruire anche in maniera frazionata. Questi giorni di congedo si aggiungono al periodo di comporto (il periodo di malattia durante il quale il lavoratore non può essere licenziato).
A chi spetta. Al malato oncologico cui sia stata riconosciuta una invalidità civile superiore al 50% e che abbia necessità di effettuare delle cure mediche connesse alla propria invalidità. Il lavoratore deve documentare di essersi sottoposto alle cure.
Congedo straordinario biennale retribuito.  È un periodo di congedo straordinario retribuito, continuativo o frazionato, fino a un massimo di 2 anni. A chi spetta.

  • Al coniuge convivente del malato oncologico portatore di handicap grave
  • Solo a certe condizioni: ad altre persone di diverso grado di parentela col malato oncologico (genitori, figli conviventi, fratello o sorella).

Congedo biennale non retribuito per gravi motivi familiari.  È un periodo di congedo non retribuito della durata massima di 2 anni per gravi e documentati motivi familiari. Il periodo può essere frazionato o continuativo. In tale periodo il lavoratore conserva il posto di lavoro, ma non ha diritto alla retribuzione e non può lavorare.
Spetta  al lavoratore dipendente, sia pubblico che privato.
Assenze per terapie salvavita. Sono giorni di assenza dal lavoro garantiti a chi si deve curare con terapie considerate “salvavita”, come la chemioterapia o la radioterapia. I giorni di ricovero ospedaliero o di day hospital e i giorni di assenza per fare le cure sono interamente retribuiti e sono esclusi dal conteggio dei giorni di assenza per malattia, normalmente previsti.
Questo non  solo prolunga indirettamente il periodo di comporto (periodo di conservazione del posto per il lavoratore malato), ma garantisce al lavoratore malato il mantenimento dello stipendio che, dopo un certo periodo di assenza per malattia, sarebbe ridotto o azzerato.
Per il diritto si deve fare riferimento ai singoli CCNL (se previsti)
Mansioni lavorative compatibili con lo stato di salute. Il lavoratore disabile può chiedere al proprio datore di lavoro di essere assegnato a mansioni compatibili con il proprio stato di salute. È necessario fare una richiesta al proprio datore di lavoro.
Nel caso in cui si accerti che il lavoratore non può essere assegnato a mansioni idonee al suo stato di salute, il datore di lavoro può risolvere il rapporto di impiego, in ogni caso si rinvia alle disposizioni previste dai singoli CCNL.
Esonero dal lavoro notturno. Il lavoratore che ha a proprio carico una persona disabile in stato di handicap grave ha diritto all’esonero dal lavoro notturno. È necessario fare una richiesta al proprio datore di lavoro.
Trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale. È il diritto alla riduzione dell’orario di lavoro senza rinunciare all’impiego riservata ai malati oncologici.
La trasformazione del rapporto di lavoro da tempo pieno a tempo parziale implica una riduzione proporzionale dello stipendio.
Inoltre, il lavoratore mantiene il diritto a ritornare all’orario lavorativo pieno (e al relativo stipendio) al miglioramento delle condizioni di salute.
Spetta  ai malati oncologici con invalidità civile e stato di handicap grave.
Pensionamento anticipato. È la possibilità di anticipare il momento in cui si va in pensione richiedendo, per il calcolo degli anni di servizio ai fini pensionistici, il beneficio di 2 mesi di contribuzione “fittizia” (contributi figurativi) per ogni anno di servizio effettivamente prestato come invalido e fino al limite massimo di 5 anni di contribuzione figurativa. Questo diritto matura a partire dal giorno in cui al lavoratore viene riconosciuta un’invalidità superiore al 74%.


Guida alla tutela della disabilità: permessi – congedi– diritti

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“Quando Einstein, alla domanda del passaporto, risponde ‘razza umana’, non ignora le differenze, le omette in un orizzonte più ampio, che le include e le supera. È questo il paesaggio che si deve aprire: sia a chi fa della differenza una discriminazione, sia a chi, per evitare una discriminazione, nega la differenza.”

La Convenzione delle Nazioni unite del 2006 sui diritti delle persone con disabilità è stata ratificata in Italia con legge n. 18/2009 e dall’Unione europea nel 2010.

Le persone con disabilità divengono parte integrante della società e lo Stato italiano deve garantire il godimento di tutti i diritti contenuti nella Convenzione per sostenere la loro piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza con gli altri.

È un cambiamento culturale e sociale significativo per i principi sanciti: la non discriminazione; la piena partecipazione e inclusione nella società; il rispetto per la differenza e l’accettazione delle persone con disabilità come parte della diversità umana e dell’umanità stessa; la parità di opportunità; ecc..

Ricordiamo che la nostra Costituzione garantisce la pari dignità sociale di tutti i cittadini stabilendo principi di eguaglianza e di non discriminazione, ripresi poi dalla Legge n. 104/1992 (e in altre Leggi) che prevede norme in materia di diritti, assistenza e integrazione sociale delle persone con disabilità.

La pubblicazione in oggetto vuole essere uno strumento di consultazione e orientamento per chi vive quotidianamente a contatto con persone disabili, o lo sono essi stessi, ma anche per le RSU per i militanti della CGIL.

Prestazioni sociali a rilevanza sanitaria

Sono da considerare prestazioni sociali a rilevanza sanitaria tutte le attività del sistema sociale che hanno l’obiettivo di supportare la persona in stato di bisogno, con problemi di disabilità o di emarginazione condizionanti lo stato di salute.
Tali attività, di competenza dei comuni, sono prestate con partecipazione alla spesa, da parte dei cittadini, stabilita dai comuni stessi e si esplicano attraverso:
a) gli interventi di sostegno e promozione a favore dell’infanzia, dell’adolescenza e delle responsabilità familiari;
b) gli interventi per contrastare la povertà nei riguardi dei cittadini impossibilitati a produrre reddito per limitazioni personali o sociali;
c) gli interventi di sostegno e di aiuto domestico familiare finalizzati a favorire l’autonomia e la permanenza nel proprio domicilio di persone non autosufficienti;
d) gli interventi di ospitalità alberghiera presso strutture residenziali e semiresidenziali di adulti e anziani con limitazione dell’autonomia, non assistibili a domicilio;
e) gli interventi, anche di natura economica, atti a favorire l’inserimento sociale di soggetti affetti da disabilità o patologia psicofisica e da dipendenza, fatto salvo quanto previsto dalla normativa vigente in materia di diritto al lavoro dei disabili;
f) ogni altro intervento qualificato quale prestazione sociale a rilevanza sanitaria ed inserito tra i livelli essenziali di assistenza secondo la legislazione vigente.
Dette prestazioni, inserite in progetti personalizzati di durata non limitata, sono erogate nelle fasi estensive e di lungoassistenza. (D.P.C.M. 14 febbraio 2001 -Atto di indirizzo e coordinamento in materia di prestazioni socio-sanitarie)

Prestazioni sanitarie a rilevanza sociale

Sono da considerare prestazioni sanitarie a rilevanza sociale le prestazioni assistenziali che, erogate contestualmente ad adeguati interventi sociali, sono finalizzate alla promozione della salute, alla prevenzione, individuazione, rimozione e contenimento di esiti degenerativi o invalidanti di patologie congenite o acquisite, contribuendo, tenuto conto delle componenti ambientali, alla partecipazione alla vita sociale e alla espressione personale.
Dette prestazioni, di competenza delle aziende unità sanitarie locali ed a carico delle stesse, sono inserite in progetti personalizzati di durata medio/lunga e sono erogate in regime ambulatoriale, domiciliare o nell’ambito di strutture residenziali e semiresidenziali.
(D.P.C.M. 14 febbraio 2001- Atto di indirizzo e coordinamento in materia di prestazioni socio-sanitarie e e sono a carico del fondo sanitario. 

Fondo Sociale Europeo

Il Fondo sociale europeo (FSE) è uno dei cinque fondi strutturali e di investimento dell’Unione europea (UE) ed è uno degli strumenti principali per promuovere l’occupazione e l’inclusione sociale, combattere la povertà e promuovere l’istruzione, la formazione e l’acquisizione di competenze per tutta la vita.

Il FSE esiste dal primo trattato del 1957 (trattato di Roma) che istituì l’allora Comunità economica europea e trova ora fondamento legale nel trattato sul funzionamento dell’Unione europea (articoli da 162 a 164, 174, 175, 177 e 178).
Per il periodo 2014-2020, con una dotazione finanziaria complessiva di 74 miliardi di euro, il FSE cofinanzia programmi operativi nazionali o regionali di durata settennale [regolamento (UE) n. 1303/2013].

Tali programmi vengono sviluppati dai singoli paesi dell’UE e poi approvati da una decisione della Commissione.

Povertà relativa

La povertà relativa è un parametro che esprime la difficoltà nel reperire i beni e servizi, riferita a persone o ad aree geografiche, in rapporto al livello economico medio di vita dell’ambiente o della nazione.
Questo livello è calcolato attraverso il consumo pro-capite o il reddito medio, cioè il valore medio del reddito per abitante, quindi, la quantità di denaro di cui ogni cittadino può disporre in media ogni anno e fa riferimento a una soglia convenzionale adottata internazionalmente che considera povera una famiglia di due persone adulte con un consumo inferiore a quello medio pro-capite nazionale.
La povertà relativa si distingue dal concetto di povertà assoluta, che indica invece “l’incapacità di acquisire i beni e i servizi, necessari a raggiungere uno standard ossia un livello di vita minimo accettabile nel contesto di appartenenza, cioè nell’ambiente di appartenenza.  

Mediatore Linguistico-Culturale

È un operatore, spesso madrelingua, figura “ponte” tra due culture e fra utente e servizi. Interviene nei diversi settori pubblici e privati nell’ambito scolastico, socio-sanitario, amministrativo e servizi in generale. e di controllo. 
Tale figura ha il compito di rimuovere le barriere culturali e linguistiche, promuovendo sul territorio una cultura di accoglienza e integrazione socio-economica. Informa gli immigrati su aspetti relativi ai diritti e doveri vigenti in Italia, in particolare nell’accesso e nella fruizione dei servizi pubblici e privati.
Il Mediatore interculturale, inoltre, collabora con organismi ed istituzioni, pubblici e privati, nel processo di adeguamento delle prestazioni offerte all’utenza immigrata ed opera in tutte le situazioni di difficoltà comunicative e/o di comprensione tra persone di culture diverse. Il più delle volte a svolgere questa professione è l’immigrato stesso.
Si può diventare mediatore interculturale attraverso diverse strade.
Esistono dei relativi ai corsi finalizzati ad acquisire competenze in questo ambito professionale:
1. Si può conseguire la “Qualifica di “Mediatore interculturale”, sempre meglio che il corso sia regionale e possono partecipare persone giovani-adulte che non hanno un diploma di scuola superiore e non in possesso di conoscenze e competenze nel campo, le quali mediante il corso possono iniziare ad a operare in questo settore professionale.

2. Esistono, inoltre, corsi di approfondimento per coloro che hanno acquisito già una certa competenza attraverso un percorso di formazione professionale precedente e mediante un’ esperienza professionale acquisita nel settore. Ai partecipanti devono essere riconosciuti i relativi crediti formativi, per far sì che il corso abbia validità.

3. La qualifica in mediatore interculturale può essere conseguita anche attraverso corsi regionali della durata di almeno 450 ore.
Si tratta di corsi finalizzati alla professionalizzazione di giovani ed adulti in possesso di diploma di scuola media superiore di secondo grado o livello culturale equivalente.
Tali corsi in genere devono prevedere una quota di ore di tirocinio che può oscillare dal 35% al 50% del monte ore complessivo.

4. Si può conseguire anche una specializzazione regionale, in questo caso durata del corso deve essere di almeno 200 ore.
La specializzazione è riservata a coloro che hanno già acquisito la qualifica di mediatore interculturale o un’esperienza professionale specifica nella mediazione interculturale; tale corso è finalizzato a fornire le competenze specialistiche necessarie per svolgere la funzione di mediazione interculturale presso istituzioni e organismi, sia pubblici che privati.
Il percorso formativo prevede una articolazione di moduli disciplinari per settori, secondo gli ambiti di impegno del mediatore interculturale, tra cui possono essere individuati: settore sanitario, settore socio-educativo-culturale, sicurezza, pubblica amministrazione e imprenditorialità.