Maternità: interruzione della gravidanza

INTERRUZIONE DELLA GRAVIDANZA

È qualsiasi interruzione della gravidanza prima del suo termine fisiologico (nove mesi) cioè prima che l’embrione sia in grado di condurre una vita extrauterina sia che essa avvenga spontaneamente sia volontariamente.

Classificazione.  Occorre, innanzitutto, distinguere:

  • aborto spontaneo: si ha quando l’interruzione della gravidanza non dipende dal fatto umano, ma è accidentale ed incolpevole;
  • aborto provocato: si intende l’interruzione della gravidanza indotta con tecniche mediche (viene effettuata principalmente per scopi terapeutici o motivazioni mediche) ma, in molti casi, per semplice interruzione volontaria da parte della donna.

L’ interruzione della gravidanza , spontanea o volontaria, è considerata (a tutti gli effetti) malattia (art. 19 D.Lgs. 151/2001).

L’interruzione della gravidanza volontaria o provocata è stato introdotto, tutelato e disciplinato dalla legge n. 194/1978 che individua due momenti in cui vi è la possibilità per la futura madre di interrompere la gravidanza:

  • nei primi 90 giorni (alla donna è riconosciuto il diritto di abortire in base ad una sua libera decisione);
  • dopo i primi 90 giorni (solo in casi tassativamente indicati dalla legge)

Per fini terapeutici.  Questo tipo di interruzione della gravidanza viene adottata quando il medico individua la presenza di patologie e potenziali malattie che possono colpire la madre o il feto.

Le cause più note che possono mettere in pericolo la vita della donna sono, per esempio, gravi malattie cardiache, malattie renali croniche, tubercolosi polmonare, forme tumorali che colpiscono la mammella.

L’embrione può essere, invece, affetto da sindrome di Down (che si individua con ecografia) o da anomalie che pregiudicano lo sviluppo dello stesso.

Anche per le donne affette da AIDS è possibile abortire essendo questo virus potenzialmente trasmissibile al figlio.

Interruzione volontaria della gravidanza entro i primi 90 giorni. L’aborto entro i primi 90 giorni dal concepimento è rimesso alla libera determinazione della donna: la futura madre, infatti, se ritiene che la gravidanza stessa, il parto e la maternità possano comportare un serio pericolo per la sua salute fisica e psichica tenendo conto del suo stato di salute, delle sue condizioni economiche, sociali o famigliari o delle circostanze in cui è avvenuto il concepimento (ad esempio a seguito di una violenza sessuale) si può rivolgere a un consultorio pubblico, alle strutture sanitarie o al medico di fiducia.

Questi operatori, se ravvisano l’esistenza di condizioni che giustificano l’intervento, rilasciano alla donna un certificato che attesti l’urgenza e con il quale la donna può interrompere la gravidanza in una delle sedi autorizzate.

Viceversa, se non viene ravvisata l’urgenza, la futura madre viene invitata a soprassedere per sette giorni per riflettere, al termine dei quali può decidere ugualmente di interrompere la gravidanza.

Interruzione della gravidanza dopo i primi 90 giorni.  Nel caso in cui la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando vi siano in corso delle malattie (anomalie o malformazioni del nascituro) che mettono in pericolo la salute fisica e psichica della futura madre, il diritto alla vita del nascituro può essere sacrificato anche dopo 90 giorni dal concepimento.

Donna  minorenne. Per interrompere la gravidanza nei primi 90 giorni è necessario il consenso di entrambi i genitori o di chi esercita la tutela.

Tuttavia, quando per vari motivi ciò non sia possibile, il giudice tutelare può dare il consenso all’interruzione della gravidanza.

Il giudice tutelare, entro cinque giorni, sentita la donna e tenuto conto della sua volontà, delle ragioni che adduce e della relazione trasmessagli, può autorizzare la donna a decidere l’interruzione della gravidanza.

Qualora il medico accerti l’urgenza dell’intervento a causa di un grave pericolo per la salute della minore, indipendentemente dall’assenso di chi esercita la potestà e senza adire il giudice tutelare, certifica l’esistenza delle condizioni che giustificano l’interruzione della gravidanza.

Tale certificazione costituisce titolo per ottenere in via d’urgenza l’intervento.

Donne non italiane. Per le cittadine straniere, comunitarie e non, l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale (S.S.N.) garantisce l’assistenza sanitaria prevista per l’IVG e comporta parità di trattamento rispetto alle cittadine italiane.

Alle cittadine straniere non iscritte al servizio sanitario nazionale, siano esse regolari o irregolari, la prestazione sanitaria dell’IVG sarà garantita dietro pagamento alla ASL delle tariffe previste per legge, che possono cambiare a seconda della regione.

Per le cittadine straniere sia comunitarie che extracomunitarie, anche irregolari, l’interruzione volontaria di gravidanza rientra fra le prestazioni mediche essenziali e urgenti che deve essere garantita anche a chi non possa permettersi di pagare la prestazione.

I consultori familiari.  La legge introduttiva dell’aborto ha attribuito ai consultori familiari un ruolo centrale per assistere la donna in stato di gravidanza.

Essi devono:

  • informarla circa i suoi diritti in base alla legislazione statale e regionale e sui servizi sociali, sanitari e assistenziali;
  • promuovere l’intervento di assistenza;
  • sostenerla nel superare le cause che la inducono a interrompere la gravidanza.

Le prestazioni del Consultorio sono gratuite e ad accesso diretto, ovvero non serve l’impegnativa del medico di medicina generale (medico di base).

L’eventuale comparsa di patologia ginecologica in donne utenti, richiede, come per tutte le prestazioni mediche, il pagamento del ticket e previsto nella propria Regione.

L’accesso dei minorenni per legge non è vincolato né alla presenza né all’autorizzazione dei genitori o di chi ne fa le veci.

I minori di 18 anni possono dunque rivolgersi al servizio autonomamente, anche senza il consenso dei genitori.

Trattamento economico. La lavoratrice ha diritto al trattamento economico di malattia in base alla durata contenuta nella certificazione medica prodotta.

Il periodo di malattia connesso a gravidanza è escluso dal computo del limite massimo indennizzabile (180 giorni) per malattia nell’arco dell’anno solare.

L’interruzione della gravidanza (spontanea o terapeutica) avvenuta:

  • entro il 180° giorno di gestazione, è considerata a tutti gli effetti come malattia
  • in coincidenza o dopo il 180° giorno dall’inizio della gestazione è considerata come parto, con conseguente riconoscimento del diritto al congedo di maternità ed al relativo trattamento.

La lavoratrice (che non si è avvalsa della facoltà di riprendere il servizio, ha diritto all’ indennità economica giornaliera pari all’80% della retribuzione per il periodo di astensione obbligatoria, a carico dell’inps ma anticipata dal datore di lavoro. Provvede direttamente l’INPS per:

  1. lavoratrici a tempo determinato per i lavoro stagionali;
  2. lavoratrice addette ai servizi domestici e familiari;
  3. lavoratrici disoccupate o in CIG;
  4. lavoratrici dello spettacolo disoccupate, saltuarie, con contrato a termine o a prestazione.

La lavoratrice ha altresì diritto all’ integrazione retributiva a carico del datore dei lavoro se prevista dalla contrattazione collettiva.

Il periodo va computato nell’anzianità di servizio a tutti gli effetti, compresi quelli relativi alla tredicesima e alle ferie.

Comporto. In caso di interruzione della gravidanza entro il 180° giorno dall’inizio della gestazione si applica i periodi di assistenza sanitaria per malattia determinata da gravidanza non fanno decorrere il periodo di comporto ai fini della conservazione del posto.

Interruzione a decorrere dal 180° giorno (parto. E’ considerata come parto, a tutti gli effetti, l’interruzione spontanea, o terapeutica, della gravidanza verificatasi a decorrere dal 180° giorno dall’inizio della gestazione.

La data di inizio della gestazione, da cui far decorrere i 180 giorni, viene individuata conteggiando a ritroso 300 giorni a partire dalla data presunta del parto, senza includere nel computo stesso tale ultima data. Conseguentemente, si applicano le disposizioni riguardanti: il divieto di lavori faticosi e pericolosi, il divieto di licenziamento e sospensione, il congedo di maternità e la relativa indennità, fatta eccezione, per la lavoratrice, di optare, in qualunque momento, per la ripresa dell’attività lavorativa, con preavviso di 10 giorni al datore di lavoro, a condizione che il medico specialista del servizio sanitario nazionale o con esso convenzionato e il medico competente attestino che tale scelta non arrechi pregiudizio alla sua salute.

Criteri di computo. Ai fini del computo del periodo di gravidanza, si presume che il concepimento sia avvenuto 300 giorni prima della data del parto, indicata nel certificato medico di gravidanza.

Certificazione. In caso di aborto spontaneo o terapeutico, la lavoratrice deve produrre, entro 15 giorni , il certificato medico attestante il mese di gravidanza al momento dell’aborto e quella che sarebbe stata la data presunta del parto.

Non è necessario che il certificato sia rilasciato da un medico specialista del SSN ma è sufficiente che provenga da un medico di base convenzionato con il SSN.

Divieti. E’ vietato adibire al lavoro la donna che abbia subito un’interruzione di gravidanza dal 180° giorno di gravidanza durante:

  1. i 2 mesi precedenti la data presunta del parto,
  2. i 3 mesi dopo l’interruzione della gravidanza; in ogni caso per un periodo totale di 5 mesi

Il divieto riguarda i 3 mesi precedenti la data presunta del parto (in luogo dei 2 normali) e i 3 successivi alla data dell’interruzione di gravidanza, per un totale di 6 mesi, qualora la lavoratrice sia adibita a lavori gravosi o pregiudizievoli.

Il divieto di ripresa del servizio dopo l’interruzione della gravidanza può essere rimosso solo su esplicita scelta della lavoratrice (da comunicarsi al datore di lavoro con preavviso di almeno 10 giorni), avvallata dalla certificazione medica, rilasciata dal medico specialista del SSN o con esso convenzionato e dal medico competente, attestante che detta scelta non arrechi pregiudizio alla sua salute.

Per i 7 mesi successivi alla data di interruzione della gravidanza, è vietato adibire la donna a lavori faticosi, pericolosi e insalubri.

Licenziamento. La lavoratrice non può essere licenziata -a pena di nullità-  dall’inizio del periodo di gravidanza e fino al termine dei periodi di interdizione dal lavoro.

Poiché il divieto è oggettivamente connesso allo stato di gravidanza, la lavoratrice (ove non abbia prodotto il certificato di gravidanza) potrà esibire il certificato attestante l’avvenuta interruzione della medesima.

Al divieto di licenziamento vi sono delle eccezioni:

  1. a) colpa grave, costituente giusta causa;
  2. b) cessazione dell’attività aziendale;
  3. c) ultimazione della prestazione per la quale la lavoratrice è stata assunta;
  4. d) risoluzione del rapporto per scadenza del termine; d) esito negativo della prova

Aspetti contributivi. L’indennità economica di malattia e/o di maternità a carico dell’INPS non concorre alla formazione della base imponibile contributiva.

Detti periodi sono coperti però da contribuzione figurativa.

La retribuzione ad integrazione dell’indennità INPS ovvero la retribuzione sostitutiva concorrono a formare base imponibile contributiva, sempre che non siano previsti salari medi o convenzionali ovvero sia già stato raggiunto l’eventuale massimale contributivo.