Danni ai minori soggetti alle cure altrui

La legge prevede che il soggetto minore di età non possa essere chiamato in prima persona a risarcire i danni che procura a terzi.

Infatti, dei danni causati dai minori rispondono in primo luogo i genitori, padre e madre, in solido: ciò significa che il danneggiato può richiedere indifferentemente il pagamento dell’intera somma all’uno piuttosto che all’altro.

La medesima regola si applica nei confronti del tutore rispetto ai danni causati dalle persone soggette alla tutela purché convivano con il tutore medesimo.

Sono soggetti alla tutela i minori che restano privi di genitori o le persone che non sono in grado di badare a se stesse a causa di una infermità fisica o psichica.

Se però il minorenne (o comunque la persona soggetta alla tutela) viene affidata ad un insegnante quest’ultimo risponde dei danni causati dalla persona che ha in affidamento per tutto il tempo che questa sta presso di lui.

Si pensi al caso in cui l’alunno di una scuola, recandosi in gita con la classe, procuri danni a terzi mentre è sotto la vigilanza del proprio professore. In questo caso la responsabilità per i danni ricadrà sulle spalle di quest’ultimo.

Quando vi è esonero da responsabilità. La regola esaminata al paragrafo precedente è particolarmente rigida e si regge sul principio per il quale i soggetti minorenni non hanno ancora raggiunto la maturità sufficiente per autoregolarsi pienamente e, pertanto, si impone ai genitori, al tutore o alla persona alla quale sono affidati per ragioni di studio di vigilare affinché non causino danni a terzi.

In altre parole la legge stabilisce una sorta di presunzione di responsabilità a carico di questi soggetti per non avere esercitato correttamente il loro ruolo educativo.

Questa presunzione si fonda sull’attribuzione al genitore (e agli altri soggetti indicati dalla legge) di una responsabilità:

  • per non avere adeguatamente vigilato sul comportamento del minore (c.d. culpa in vigilando)
  • per non avere svolto in modo adeguato i propri compiti educativi (c.d. culpa in educando)

Questa presunzione però può essere superata se si riesce a dimostrare di non avere potuto impedire il fatto.

In altre parole, a questi fini si deve dimostrare che il danno si sarebbe verificato comunque anche nel caso in cui il genitore avesse tenuto la massima vigilanza sul minore.

Se tuttavia le modalità con le quali si è verificato il fatto mostrano che il minore non è stato correttamente educato, il genitore (così come il tutore o l’insegnante) possono comunque essere chiamati a rispondere dei danni.

Il danno causato dal minore a se stesso. Le regole che sono state esaminate nei paragrafi precedenti si applicano nel caso in cui il minore procuri danni a terzi, come accade, ad esempio, quando l’alunno causa delle lesioni ad un compagno di scuola.

Altra questione si pone quando il minore, affidato alle cure degli insegnanti, procura un danno a se stesso.

Si pensi all’ipotesi classica dell’infortunio che il minore subisce all’interno della palestra della propria scuola durante l’ora di educazione fisica andando ad urtare degli attrezzi.

In questi casi si ritiene che dei danni subiti dal minore debbano rispondere l’insegnante in solido con il Ministero dell’Istruzione (MIUR) dal momento che si viene a realizzare una responsabilità (assimilabile a quella che deriva da un contratto) che discende dal fatto stesso dell’affidamento del minore all’Istituto scolastico a seguito dell’iscrizione. Si parla, in proposito, di responsabilità da contatto sociale.

Questa circostanza ha delle conseguenze rilevanti. In particolare il danneggiato (che vista la minore età dovrà comunque chiedere il risarcimento tramite il genitore o il tutore) potrà limitarsi ad affermare che l’insegnante non ha correttamente vigilato mentre sarà compito di quest’ultimo dimostrare di avere utilizzato la necessaria diligenza.