Aspettativa per lavoratori tossicodipendenti

I lavoratori tossicodipendenti che intendono accedere ai programmi terapeutici e di riabilitazione presso i servizi sanitari delle ASL o di altre strutture terapeutico-riabilitative e socio-assistenziali, hanno diritto alla conservazione del posto di lavoro per il tempo necessario al trattamento riabilitativo.

L’accertamento dello stato di tossicodipendenza è demandato ai SERT, cioè ad apposite strutture per la cura della tossicodipendenza istituite presso le ASL.

La durata dell’aspettativa, dunque, varia a seconda della durata del programma terapeutico personalizzato, e non dovrà comunque essere superiore a tre anni. L’aspettativa può essere fruita anche in periodi frazionati.

Circa il trattamento economico spettante al lavoratore dipendente che fruisce di questa aspettativa, bisogna precisare che si tratta, in generale, di un’aspettativa non retribuita, quindi il datore di lavoro interrompe l’erogazione dello stipendio per tutta la durata dell’aspettativa.

Inoltre, il periodo di aspettativa interrompe l’anzianità di servizio.

Quindi, il periodo trascorso in aspettativa non rileva ai fini pensionistici. La contrattazione collettiva dei singoli comparti può, però, prevedere un trattamento di maggior favore per il lavoratore.

Il diritto all’aspettativa non retribuita, con mantenimento del posto di lavoro, è riconosciuto anche ai lavoratori familiari di tossicodipendente, per concorrere al programma terapeutico e socio-riabilitativo dello stesso, qualora il SERT ne attesti la necessità.

Tuttavia i CCNL, a cui si fa rinvio, possono disciplinare sia i periodi di aspettativa che la retribuzione con condizioni di miglior favore rispetto alla legge.

Licenziamento lavoratore sieropositivo

Il licenziamento inflitto ad un lavoratore sieropositivo a causa della sua condizione di salute è sicuramente illegittimo.

A tale riguardo, conviene preliminarmente ricordare che chi è sieropositivo non è affatto malato: la sieropositività significa solamente la presenza del virus HIV; tuttavia, il virus svilupperà la malattia solo dopo una incubazione molto lunga (anche 15 anni) e, anzi, non è detto che la malattia si manifesti.

Inoltre, anche una volta che compaiano i primi segni della malattia, si tratta pur sempre di una sintomatologia imprevedibile e destinata a scomparire per poi ricomparire secondo cicli altrettanto imprevedibili.

In buona sostanza, il sieropositivo non è inabile al lavoro perché non è malato; il malato di AIDS è inabile al lavoro solo durante le parentesi in cui si manifestano i sintomi della malattia.

Inoltre, tanto il sieropositivo quanto il malato di AIDS non possono contagiare i compagni di lavoro. E’ ormai accertato che il virus dell’AIDS si trasmette solo tramite lo scambio di sangue o nel corso di rapporti sessuali con penetrazione o con contatti sangue / sperma.

Questo significa che rapporti generici, non sessuali, sono inidonei al contagio.

Sulla base di queste premesse, la Commissione Nazionale per la lotta all’AIDS, nominata dal Ministero della sanità, ha escluso la possibilità di contagio attraverso rapporti casuali in ambienti di lavoro o la comune manipolazione di oggetti.

Inoltre, la stessa Commissione ha escluso la possibilità di contrarre il virus dell’AIDS mediante l’ingestione di cibi o di bevande, o per via aerea, fecale o orale.

In buona sostanza, tanto il sieropositivo quanto il malato di AIDS non possono contagiare i colleghi con i quali intrattengano ordinari rapporti di colleganza, né possono costituire un pericolo per il pubblico neppure nel caso in cui, per esempio, svolgano la mansione di cuoco o barista.

Per i motivi sopra indicati, il datore di lavoro non può addurre nessun motivo che possa seriamente giustificare l’allontanamento di un lavoratore sieropositivo o malato di AIDS.

Come si è visto, infatti, il datore di lavoro non può lamentare la sopravvenuta inabilità al lavoro, che non è configurabile se non durante la conclamazione della malattia e comunque, anche in questo caso, solo ciclicamente.

Neppure, si potrebbe paventare la possibilità di estendere il contagio tra i colleghi e nei confronti del pubblico perché, come pure si è visto, gli ordinari rapporti sociali non presentano il rischio di trasmissione del virus.

Pertanto, il licenziamento del lavoratore sieropositivo o malato di AIDS è sicuramente ingiustificato e, come tale, illegittimo e, per essere rimosso, dovrà essere impugnato davanti alla Autorità giudiziaria.